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Decoding the Language of War

The Art of Deceiving and Sidetracking

Pietro de Perini (2004)

Issued in:

Pace diritti umani - Peace Human Rights, 3/2004

Publication Typology

: Article / Essay

Pages

: 57 - 65

Language

: EN

Content

Decifrare il linguaggio della guerra. L’arte di ingannare e sviare
Pietro de Perini

La guerra parla la sua lingua, uno tra i pochi idiomi ad essere compresi e assorbiti uniformemente dalla maggior parte della popolazione mondiale. Le guerre ci raccontano di morte, distruzione, violenze, ingiustizie e diritti umani calpestati come se nulla fosse; questi sono i suoi «vocaboli» e ine-vitabilmente, se pensiamo a cosa si possa intendere per «linguaggio della guerra», il primo quadro, la prima immagine che viene alla nostra mente è un lungo, lunghissimo paragrafo saturo di questi «termini». Ma il «linguaggio della guerra» ha diverse facce e, come per un cubo, non siamo in grado di vederle tutte contemporaneamente. Questo articolo cerca con estrema umiltà, ironia, di proporre una descrizione di quella faccia che troppo spesso ci è nascosta o mostrata sommariamente, solo in specifiche circostanze. Il «linguaggio della guerra» preso in considerazione in queste righe è dunque ben altra storia; si tratta di qualcosa di più complicato, di più meschino e, per certi aspetti, di più orribile di ciò che la guerra continua a «raccontarci» con le sue parole ogni giorno. Eufemismi, metafore, neologismi e altre espressioni coniate ad hoc e utilizzate da politici, militari e giornalisti con fini propagandistici ne danno la sua solida struttura, aggiungendosi a tutte le altre strategie di propaganda, ribattezzate da molti critici«armi di inganno di massa» (1), quali il marketing, le bugie, i diversi modi di utilizzare la paura a proprio vantaggio, e tutte le verità non dette dai «signori della guerra» durante un periodo bellico. Il punto di partenza di questo articolo è l’argomentazione della tesi di laurea, intitolata per l’appunto Decoding the Language of War e discussa dal sottoscritto nel marzo del 2004. Sebbene abbia continuato a seguire i quotidiani stranieri e mantenuto i contatti con giornalisti internazionali di spessore come Robert Fisk o Phillip Knightley, gran parte del materiale qui discusso proviene da quella che oramai si può purtroppo definire la«prima parte» del secondo conflitto in Iraq (quella che è stata ufficialmente chiamata dall’amministrazione americana Operation Iraqi Freedom), giacché notizie di guerriglia, attentati e rapimenti si susseguono da quando i soldati anglo-americani entrarono nel centro di Baghdad quel lontano 9 aprile del 2003. La lingua scelta per questo articolo resta l’inglese già utilizzato per la tesi di laurea poiché, vista la nazionalità delle forze alleate impegnate nel conflitto, parlare di «linguaggio della guerra» in italiano così come in qualsiasi altra lingua (escludendo forse l’arabo), avrebbe un impatto concretamente inferiore.

(1) In inglese «armi di inganno di massa» è un efficace «pun». Il gioco di parole tra «weapons of mass deception» (armi di inganno di massa) e «weapons of mass destruction» (armi di distruzione di massa) è indubbiamente più forte che in italiano.

 

Last update

05/10/2010

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