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La pace, dono divino e diritto della persona e dei popoli

Riflessioni in vista della giornata di preghiera e digiuno per la pace del 7 settembre 2013 indetta da Papa Francesco

Antonio Papisca
Professore emerito dell’Università di Padova
Titolare Cattedra UNESCO in Diritti umani, democrazia e pace


1. Spiritualità, carburante dei costruttori di pace arricchito dalle allegorie di S. Antonio di Padova

“Io vi lascio la pace, vi dono la mia pace; non come il mondo la dà, io la do a voi”, Giovanni, 14, 27.

La preghiera per la pace non è per chiedere ciò che già ci è stato dato, ma per convertire e motivare le menti, le coscienze e i cuori a impegnarsi nella missio ad pacem che Gesù ci ha affidata, a tradurre cioè il dono in termini di azioni, istituzioni e strategie di pace positiva, fondata sul rispetto della dignità umana e dei diritti che a questa ineriscono.

La preghiera per la pace è fortemente orientata all’azione, all’insegna della virtù della speranza e delle Beatitudini, in particolare di quella dei poveri in spirito, cioè di coloro che hanno il coraggio di sfidare i potenti con proposte apparentemente utopiche, ma che invece aprono nuove frontiere di liberazione e promozione umana, e non si vergognano di andare controcorrente e farsi deridere perchè amano ed esaltano il valore sommo della dignità umana, a partire da quella degli ultimi della terra.

La mobilitazione per la pace indetta da Papa Francesco per il 7 settembre 2013 è occasione propizia a riflettere sul senso profondo della pace ancorata alle sue radici trascendenti e proiettata a concreti gesti di pacificazione.

Coloro che agiscono per la pace fondata sulla giustizia (opus iusitiae pax), avvertono l’esigenza di alimentarsi di spiritualità, per mantenere vivo lo stato di grazia che è loro proprio in quanto costruttori di pace.

Per questo rifornimento di carburante trascendente, trovo utile riflettere su due delle molte, stupefacenti allegorie che Sant’Antonio di Padova illustra nei suoi Sermones, in particolare quella sulla parola PAX e quella sulla struttura della CASA. (Il testo è ripreso da I Sermoni, trad. di G. Tellaro, Padova, Edizioni Messaggero, 1996).

Sul tema della pace, così Antonio elabora allegoricamente: “Venne Gesù. Si fermò in mezzo ai discepoli e disse: Pace a voi. (…). Da notare anzitutto che in questo brano evangelico per tre volte è detto ‘Pace a voi’, a motivo della triplice pace che il Signore ha stabilito tra Dio e l’uomo, riconciiando quest’ultimo al Padre per mezzo del suo sangue; tra l’angelo e l’uomo, assumendo la natura umana ed elevandola al di sopra dei cori degli angeli; tra uomo e uomo, riunendo in se stesso, pietra angolare, il popolo dei Giudei e il popolo dei Gentili”.

Partendo da questa premessa, Antonio ci offre una sintesi folgorante di sapienza teologica, immediatamente fruibile: “Osserva poi che nella parola pace - PAX - ci sono tre lettere che formano una sola sillaba: in questo viene raffigurata l’Unità e la Trinità di Dio. Nella P è indicato il Padre; nella A, che è la prima delle vocali, è indicato il Figlio, che è la voce del Padre; nella X, che è una consonante doppia, è indicato lo Spirito Santo, che procede da entrabi (dal Padre e dal Figlio). Quando dunque disse: Pace a voi, ci raccomandò la fede nell’Unità e nella Trinità”.

C’è quì la proposizione di quella che possiamo chiamare la teoria trinitaria della pace. A saper coglierlo, il messaggio è di sorprendente attualità in presenza dei grandi processi di globalizzazione in atto nel pianeta, in particolare della multiculturalizzazione delle società. E’ il messaggio dell’unità nella diversità, molto utile, tra l’altro, per i programmi di dialogo interculturale e interreligioso, da sviluppare nell’ottica del fare insieme e dell’includere, a cominciare da coloro che sono in condizione di maggiore vulnerabilità. E quì stupisce ancora la fantasia e la sensibilità ecologica di Antonio: “Si dice degli elefanti che quando devono affrontare un combattimento, hanno una cura particolare dei feriti: infatti li chiudono al centro del gruppo insieme con i più deboli. Così anche tu accogli nel centro della carità il prossimo debole e ferito”.

Anche sul tema della casa, la creatività allegorica di Antonio tocca vertici di grande impatto pedagogico. Leggiamo dunque nei Sermones: “La casa si chiama in latino domus, e viene dal greco dòma, che vuol dire anche tetto. Considera che la casa consta di tre parti: le fondamenta, le pareti e il tetto. Nelle fondamenta è raffigurata l’umiltà, nelle pareti l’insieme delle virtù e nel tetto la carità. Dove sono riunite queste tre ‘parti’, lì c’è il Signore che dice: La mia casa sarà chiamata casa di preghiera”. Antonio aggiunge: “La preghiera si chiama in latino oratio, come dire oris ratio, la ragione (il ragionamento) della Bocca”.

Provo ad attualizzare questa toccante allegoria nel presente contesto storico. La condizione umana di interdipendenza planetaria, che provoca il venir meno di molte capacità di governo degli stati, ingenera insicurezza a tutti i livelli. A suo tempo Marshall McLuhan aveva parlato del mondo come di un piccolo e rissoso villaggio. Più di rcente, Zygmunt Bauman ha ampiamente utilizzato la metafora della ‘liquidità’ per illustrare la situazione di instabilità e incertezza in cui siamo amnioticamente immersi.

Mi chiedo: ma è proprio vero che non c’è nulla di ‘solido’ nel nostro tempo? La mia risposta è che qualcosa di solido nella città dell'uomo esiste realmente, si tratta di individuarlo, conoscerlo e fruirlo in modo adeguato. Un primo fondamentale elemento di solidità è costituito dal Diritto internazionale dei diritti umani, generato dalla Carta delle Nazioni Unite (1945) e dalla Dichiarazione universale dei diritti umani (1948). É il ‘nuovo’ Diritto che ha recepito principi di etica universale e se ne fa traghettatore nei vari campi, dalla politica all’economia. Altro elemento ‘solido’ è quello fornito dall’esistenza delle (legittime) organizzazioni internazionali multilaterali: altrettante case comuni, riccamente attrezzate, che bisogna abitare correttamente e in modo cooperativo, nel rispetto gli uni degli altri. La casa comune globale è l’Organizzazione delle Nazioni Unite, deputata ad accogliere e proteggere tutti i membri della famiglia umana raggruppati dentro i rispettivi popoli.

Sant'Antonio conclude spesso le sue allegorie con preghiere, tanto profonde teologicamente quanto semplici e ricche di affettuoso trasporto.

A sostegno della categoria del ‘solido’, mi prendo la licenza di segnalare la seguente preghiera:

“Ti preghiamo dunque, Signore Gesù, affinchè per la potenza della tua grazia lo spirito immondo esca dal cuore dei fedeli, li renda luoghi asciutti e senz’acqua, renda la loro coscienza pura e fervente nel tuo santo servizio e la riempia con la grazia dei sette doni dello Spirito. Si degni di concederci tutto questo, colui al quale è l’onore e la gloria nei secoli dei secoli. Amen” (corsivo aggiunto).

Usando l’allegoria di Antonio sulla casa, oso guardare all’ONU come ‘casa di preghiera’, evidentemente in ottica di laicità positiva.

La preghiera per così dire istituzionale che deve essere incessantemente recitata nella casa comune mondiale, è come un rosario le cui ‘poste’ hanno il nome di: cooperazione internazionale, difesa dei diritti umani e della legalità internazionale, disarmo, sicurezza umana, sviluppo umano, salvaguardia del creato.

Si ricorda che per primo Paolo VI, poi Giovanni Paolo II e Benedetto XVI hanno parlato all’Assemblea Generale delle Nazioni Unite, e la loro è stata preghiera e invocazione. Paolo VI elevò alto nel Palazzo di Vetro il grido: ‘Jamais plus la guerre, jamais plus la guerre’ e lanciò la sfida: ‘lo sviluppo è il nuovo nome della pace’.

 

2. Segni dei tempi

La mobilitazione orante del 7 settembre cade nell’anno in cui si celebra il 50° anniversario della enciclica di Giovanni XXIII Pacem in Terris, la grande visione, tuttora attualissima, di un ordine mondiale che, “fondato sulla verità, costruito secondo giustizia, vivificato e integrato dalla carità e posto in atto nella libertà”, si articola su più livelli, che con linguaggio attuale chiamiamo di multi-level governance.

L’occasione è propizia a riflettere anche su come ridare vigore al movimento pacifista, almeno a quella parte che si qualifica per l’impegno profuso sulla “via istituzionale alla pace”, via nonviolenta e propositiva. Tra i ‘segni dei tempi’, come noto, l’enciclica indica la Dichiarazione Universale dei diritti umani e l’Organizzazione delle Nazioni Unite: rispettivamente, la Legge e l’Istituzione dell’ordine mondiale di pace positiva quale definito dall’articolo 28 della Dichiarazione Universale: “ Ogni individuo ha diritto a un ordine sociale e internazionale, nel quale tutti i diritti e le libertà enunicati nella presente Dichiarazione, possono essere pienamente realizzati”.

In ottica di sana laicità positiva, i segni dei tempi sono da considerare talenti della storia, che vanno intercettati e fatti fruttare per il rispetto della “dignità inerente a tutti i membri della famiglia umana e dei loro diritti, eguali e inalienabili” (Dichiarazione universale).

In questa logica si colloca l’iniziativa del Consiglio diritti umani delle Nazioni Unite mirante a riconoscere, con apposito atto giuridico nella forma di “Dichiarazione delle Nazioni Unite sul diritto alla pace”, la pace come diritto fondamentale della persona e dei popoli.

I costruttori di pace e l’intero movimento pacifista italiano non possono non essere immediatamente interessati a questa iniziativa, anche in ragione del fatto, giuridicamente e politicamente rilevante, che a partire dal 1988 la ‘norma pace diritti umani’, che appunto riconosce la pace come diritto fondamentale della persona e dei popoli, è stata introdottta in migliaia di Statuti di Comuni e Province nonchè in specifiche Leggi regionali.

Ne discende che il movimento pacifista italiano, rappresentato in particolare dal Coordinamento degli Locali per la Pace e i Diritti Umani e dalla Tavola della Pace, è pienamente legittimato a far conoscere in sede mondiale, a cominciare dal Consiglio diritti umani delle Nazioni Unite, la sua pionieristica, esemplare esperienza e ad avviare un’ampia e capillare mobilitazione di idee e di azioni affinchè l’iniziativa delle Nazioni Unite abbia successo.

Come già avvenne con la significativa esperienza delle Assemblee dell’Onu dei Popoli tra il 1995 e il 2007 che precedevano la Marcia per la Pace Perugia-Assisi, si tratta in pratica di coagulare attorno al movimento italiano movimenti e gruppi associativi di altri paesi, in modo da creare una robusta massa critica popolare transnazionale capace di creare opinione pubblica e di influire sull’operato dei governi.

 

3. La difficile strada del diritto alla pace

La posta in gioco all’ONU è molto alta poichè investe direttamente la concezione dell’ordine mondiale e della stessa ‘forma Stato’ nei suoi tradizionali attributi di sovranità. Questo spiega perchè il diritto umano alla pace è tuttora privo di formale, esplicito riconoscimento nel vigente Diritto internazionale. Non figura infatti nell’elenco dei diritti fondamentali contenuto nei due Patti internazionali del 1966, rispettivamente sui diritti civili e politici e sui diritti economici, sociali e culturali.

Nella Carta delle Nazioni Unite sono peraltro enunciate le premesse per tale riconoscimento: c’è il ripudio della guerra, la difesa della pace e della sicurezza è obiettivo prioritario, gli stati membri devono essere “peace-loving states”, è sancito il principio generale del rispetto di tutti i diritti umani. Ancora più esplicito è quanto contenuto nell’articolo 28 della Dichiarazione universale dei diritti umani: “Ogni individuo ha diritto a un ordine sociale e internazionale in cui tutti i diritti e le libertà fondamentali enunciati nella presente Dichiarazione possono essere pienamente realizzati”. C’è quì la definizione di pace positiva ovvero di pace quale opera della giustizia (opus iustitiae pax).

Un primo tentativo di riconoscimento del diritto alla pace (come diritto dei popoli, ma non anche come diritto della persona) è costituito dalla risoluzione 39/11 del 12 novembre 1984, con cui l’Assemblea Generale delle Nazioni Unite approva una ‘Dichiarazione sul diritto dei popoli alla pace’ che proclama solennemente che “i popoli del nostro pianeta hanno un sacro diritto alla pace” e che il rispetto di questo diritto costituisce “un obbligo fondamentale di ciascun stato”. In questa ‘raccomandazione’, dal contenuto tanto sintetico quanto generico, la pace non è proclamata come diritto anche della persona e non sono specificati i doveri degli stati.

Nel 1999, l’allora Direttore generale dell’Unesco, Federico Mayor Saragoza, sottopone senza successo alla Conferenza Generale di questa importante Organizzazione il testo di una Dichiarazione sul diritto umano alla pace. Quasi tutti i paesi occidentali si dichiarano contrari, con argomentazioni del tipo: se si riconosce la pace come diritto fondamentale, si indeboliscono tutti i diritti umani; il diritto alla pace fa parte dell’ideologia e della propaganda di sinistra; se si riconosce la pace come diritto umano, gli stati non possono più fare la guerra (sic: rappresentante del presidente Bush).

La persistente contrarietà di molti stati discende dalla consapevolezza che, una volta riconosciuto il diritto umano alla pace, su di essi incomberebbe il duplice obbligo giuridico di cancellare l’atavico ius ad bellum (diritto di fare la guerra) quale attributo forte della loro sovranità, e di adempiere al dovere della pace (officium pacis), con la conseguenza che la violazione del diritto alla pace si configurerebbe, in quanto tale, come un crimine sanzionabile ai sensi del diritto internazionale.

E’ il caso di segnalare che nella pur bella Costituzione italiana, insieme con il riconoscimento dei diritti fondamentali a partire dagli articoli 2 e 3, è proclamato il ripudio della guerra (articolo 11), ma non c’è traccia esplicita di un diritto alla pace e neppure di un divieto assoluto della guerra: ai sensi dell’articolo 78, “le Camere deliberano lo stato di guerra e conferiscono al Governo i poteri necessari”.

 

4. La rinnovata progettualità delle Nazioni Unite

Nel 2009, l’idea di preparare una “Dichiarazione sul diritto dei popoli alla pace” è all’ordine del giorno del Consiglio diritti umani delle Nazioni Unite, il quale chiede al proprio Comitato Consultivo di attivarsi al riguardo. Il Comitato mette all’opera un drafting group composto da Chinsung Chung, Miguel d’Escoto Brokmann, Wolfgang Stefan Heinz, Mona Zulficar, Shigeki Sakamoto, Latif Huseinov. Questo gruppo prepara un questionario per un’ampia consultazione, al termine della quale presenta un progress report di riflessioni al Comitato Consultivo che lo approva e lo trasmette al Consiglio diritti umani. Questo chiede al Comitato di procede a stendere il testo provvisorio della Dichiarazione.

Il 5 luglio 2012 con risoluzione 20/15 il Consiglio diritti umani istituisce un apposito ‘Working Group’ intergovernativo open-ended, aperto, secondo prassi, anche alla partecipazione di ONG con status consultivo presso il Consiglio Economico e Sociale (ECOSOC) delle Nazioni Unite. Nel febbraio 2013 il Working Group si è riunito per quattro giorni a Ginevra con il compito di discutere, punto per punto, il testo della Draft Declaration. Ha avuto così inizio la fase più accentuatamente politica di questo iter normativo.

Stati Uniti e Paesi membri dell’UE si sono dichiarati contrari alla creazione del Woking Group e alla stessa idea di una Dichiarazione delle Nazioni Unite nella specifica materia del diritto alla pace. E’ dato registrare l’esistenza di una presa di posizione negativa della Rappresentanza UE a Ginevra a nome dei 27 stati membri, dai toni sprezzanti. In una recente votazione l’Italia ha assunto un’autonoma posizione, astenendosi. L’Osservatore permanente della Santa Sede sta partecipando attivamente ai lavori, insieme con alcune Ong tra le quali Franciscans International e Associazione Papa Giovanni XXIII.

La bozza di Dichiarazione in discussione, articolata in 14 ampi articoli, è destinata, ovviamente, ad essere riformulata in molte parti. Fin d’ora, però, consente di coglierne la portata positivamente strategica. Contiene infatti la messa a punto di un modello di ordine mondiale basato sui diritti umani, individuali e collettivi, di prima, seconda e terza generazione: diritti civili e politici, diritti economici, sociali e culturali, diritto alla pace, diritto allo sviluppo, diritto all’ambiente, diritto alla sicurezza umana.

Nel Preambolo, si dice tra l’altro che “il divieto dell’uso della forza è requisito primario internazionale per il benessere materiale, lo sviluppo e il progresso dei paesi, e per la piena implementazione dei diritti umani e delle libertà fondamentali proclamati dalle Nazioni Unite”, ed è espressa “la volontà di tutti i popoli che l’uso della forza deve essere senza indugio sradicato dal mondo, attraverso anche il disarmo nucleare totale”.

I 14 articoli portano i seguenti titoli: Diritto alla pace: principi; Sicurezza umana; Disarmo; Educazione e formazione alla pace; Diritto all’obiezione di coscienza al servizio militare; Imprese private militari e di sicurezza (contractors); Resistenza e opposizione all’oppressione; Peacekeeping; Diritto allo sviluppo; Diritto all’ambiente; Diritti delle vittime e dei gruppi vulnerabili; Rifugiati e migranti; Obblighi e implementazione: Disposizioni finali.

Il documento contiene concetti e precetti assolutamente rivoluzionari per il tradizionale modo di concepire il diritto internazionale.

Per esempio, all’articolo 5, dedicato all’obiezione di coscienza, si legge: “Gli individui hanno il diritto all’obiezione di coscienza e ad essere protetti nel suo esercizio … I membri di qualsiasi istituzione militare o di sicurezza hanno il diritto di disobbedire agli ordini che sono manifestamente contrari alla Carta delle Nazioni Unite e ai principi e alle norme del diritto internazionale dei diritti umani o del diritto umanitario internazionale”.

All’articolo 3 (disarmo) si afferma: “Tutti i popoli e gli individui hanno diritto a che le risorse rese libere dal disarmo siano allocate allo sviluppo economico, sociale e culturale dei popoli e all’equa redistribuzione della ricchezza naturale, in particolare rispondendo ai bisogni dei paesi più poveri e dei gruppi in situazioni di vulnerabilità”.

Trattandosi di un atto giuridico, nel relativo testo ad ogni articolazione del diritto alla pace è fatta corrispondere una serie di puntuali doveri giuridici degli stati: dal disarmo al controllo delle imprese militari private.

Si fa notare che mentre nell’agenda dei lavori del Consiglio diritti umani il riferimento è al “diritto dei popoli alla pace”, il draft in discussione si intitola “Dichiarazione sul diritto alla pace”: diritto correttamente inteso come individuale e collettivo allo stesso tempo.

 

5. Il pionierismo degli enti locali e regionali italiani per il diritto alla pace

Come prima ricordato, a partire dal 1988 l’esplicito riconoscimento del diritto alla pace come diritto della persona e dei popoli, figura in migliaia di Statuti e Leggi di Regioni, Comuni e Province. Il primo atto giuridico di questa virtuosa serie è la Legge 30 marzo 1988 n. 18 della Regione del Veneto, il cui articolo 1 così recita:

1. La Regione del Veneto, in coerenza con i principi costituzionali che sanciscono il ripudio della guerra come mezzo di risoluzione delle controversie internazionali, la promozione dei diritti umani, delle libertà democratiche e della cooperazione internazionale, riconosce nella pace un diritto fondamentale delle persone e dei popoli.

2. A tal fine promuove la cultura della pace mediante iniziative culturali e di ricerca, di educazione, di cooperazione e di informazione che tendono a fare del Veneto una terra di pace.

3. Per il conseguimento di questi obiettivi la Regione assume iniziative dirette e favorisce interventi di enti locali, organismi associativi, istituzioni culturali, gruppi di volontariato e di cooperazione internazionale presenti nella Regione.

E’ la cosiddetta ‘norma pace diritti umani’ che, anche a seguito della Legge 8 giugno 1990 n. 142 sull’ordinamento delle autonomie locali, verrà ripresa, con testo sostanzialmente analogo, negli statuti di numerosi Comuni e Province.

Si veda, esemplarmente, l’art. 2 dello Statuto del Comune di Vicenza:

1. Il Comune, in conformità ai principi costituzionali ed alle norme internazionali che riconoscono i diritti innati delle persone umane, sancisce il ripudio della guerra come mezzo di risoluzione delle controversie internazionali e promuove la cooperazione fra i popoli, riconosce nella pace un diritto fondamentale della persona e dei popoli.

2. A tal fine il Comune incoraggia la conoscenza reciproca dei popoli e delle rispettive culture e promuove una cultura della pace e dei diritti umani mediante iniziative culturali e di ricerca, di educazione e di informazione e con il sostegno alle associazioni, che promuovono la solidarietà con le persone e con le popolazioni più povere.

3. Il Comune promuove l’inserimento degli immigrati e dei rifugiati politici nella comunità locale, rimuovendo gli ostacoli che impediscono alle persone dimoranti nel territorio comunale di utilizzare i servizi essenziali offerti ai cittadini.

Sempre a mò di esempio, si veda anche l’art. 1 dello Statuto della Provincia di Perugia:

4. La Provincia, in conformità ai principi costituzionali ed alle norme internazionali che riconoscono diritti innati delle persone umane e sanciscono il ripudio della guerra come mezzo di risoluzione delle controversie internazionali, riconosce nella pace un diritto fondamentale delle persone e dei popoli. A tale fine promuove nel suo territorio la cultura della pace e dei diritti umani mediante iniziative culturali, di ricerca, di educazione e di informazione.

5. La Provincia opera per mantenere il proprio territorio libero da impianti nucleari ed ogni altro impianto comprovatamente non sicuro.

E’ il caso di sottolineare che questa produzione normativa, che fa contestuale riferimento al diritto costituzionale interno e al diritto internazionale, oltre che colmare una lacuna dell’ordinamento italiano, costituisce una novità assolutamente originale sul piano mondiale.

Gli enti di governo regionale e locale dell’Italia, insieme con il mondo del volontariato e dell’associazionismo, sono ora sollecitati a prestare attenzione e mobilitarsi concretamente a sostegno dell’iniziativa avviata dal Consiglio dei diritti umani delle Nazioni Unite perché si arrivi rapidamente alla messa a punto definitiva, e quindi all’adozione ad opera dell’Assemblea Generale, della Dichiarazione sul diritto alla pace.