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Poster con disegno e testo dell'art. 30 della Dichiarazione universale dei diritti umani.
© UN Photo

Articolo 30 - Non violateli più

Commento del prof. Antonio Papisca, Cattedra UNESCO "Diritti umani, democrazia e pace" presso il Centro interdipartimentale sui diritti della persona e dei popoli dell'Università di Padova, sull’Articolo 30 della Dichiarazione universale dei diritti umani

Autore: Antonio Papisca

Articolo 30

Nulla nella presente Dichiarazione può essere interpretato nel senso di implicare un diritto di un qualsiasi Stato, gruppo o persona di esercitare un’attività o di compiere un atto mirante alla distruzione di alcuno dei diritti e delle libertà in essa enunciati

Questo Articolo chiude la Dichiarazione universale. Il commento che ne facciamo pone la parola fine alla piccola “vulgata diritti umani”, che abbiamo costruito per spunti rapidi di riflessione. Ogni articolo come la tappa di un pellegrinaggio, o di una piccola Marcia per la Pace Perugia-Assisi, sulla via della promozione della eguale dignità di “tutti i membri della famiglia umana”. Ogni diritto una sosta, per interiorizzarne un valore universale e motivarci all’azione.

L’Articolo 30 è particolarmente impegnativo. Innanzitutto perché tra i suoi destinatari mette insieme gli stati, i gruppi, le singole persone, tutti accomunati dall’obbligo di non porre in atto comportamenti che abbiano come scopo la distruzione dei diritti e delle libertà fondamentali quali riconosciuti dalla Dichiarazione universale e dalle successive Convenzioni giuridiche che formano il vigente Diritto internazionale. Questa ‘comunanza’ di soggetti sta ad indicare che la persona umana in quanto tale è soggetto di Diritto internazionale. Si parla di “distruzione”, assumendo che ci sono atti privati e pubblici che possono condurre appunto all’annientamento dei diritti internazionalmente riconosciuti. Anche una singola persona, se particolarmente potente, può distruggere la meravigliosa costruzione universale dei diritti. L’omicidio, la pena di morte, la guerra, politiche di asservimento all’economia senza regole uccidono i diritti umani. Chi delibera l’aggressione ad un paese o la realizzazione di una “guerra preventiva” incorre nel perentorio divieto dell’Articolo 30. Ci sono teorie e pubblicazioni che, più o meno subdolamente, inneggiano alle guerre sante o rispolverano l’incubo del bellum iustum o spiegano (giustificano…) lo scontro delle civiltà: i loro autori incorrono nella sanzione morale dell’Articolo 30.

C’è anche chi riconosce di aver sbagliato facendo guerre preventive o strozzando la vita sociale con l’”aggiustamento strutturale”: ci si domanda se non sia il caso di allargare la tipologia dei crimini contro l’umanità. La guerra preventiva, con tutto quello che ha provocato, non è una marachella. Lo stesso dicasi per certe decisioni di politica economica. La logica dei due pesi-due misure è incompatibile con la giustizia dei diritti umani.

Il contenuto dell’Articolo 30, suffragato da competente dottrina e giurisprudenza interna e internazionale, dice che i diritti umani e le libertà fondamentali non sono una concessione degli Stati, non sono spiegabili con teorie contrattualistiche. I diritti fondamentali sono innati, una volta formalmente riconosciuti con appropriati strumenti giuridici (Costituzioni, Convenzioni giuridiche internazionali) non possono essere cancellati anche se ad esercitare questo compito barbarico fosse un parlamento. Non è dato tornare indietro. Il messaggio che l’Articolo 30 rivolge agli stati e a tutti è: andare avanti, sulla via del perfezionamento degli ordinamenti e delle politiche avendo come punto di riferimento la centralità della persona umana e il superiore-migliore interesse dei bambini.

In certi ambienti di erudita supponenza persiste il vizio salottiero di continuare a disquisire sul fondamento dei diritti umani, nella piena ignoranza di ciò che si è costruito e sviluppato, in termini di diritto e di mobilitazione operativa, a partire dalla Dichiarazione universale. Si fa finta di non essere stati (opportunamente, felicemente) presi in contropiede dall’Articolo 1 della Dichiarazione. Invece di partire da ciò che c’è di obiettivamente buono e positivo per passare all’applicazione delle norme, a fare dei diriti umani un’Agenda politica puntuale e incalzante, si tenta di rimettere in discussione tutto e ripartire da zero. Oppure, in ambienti meno salottieri, si insiste nel denunciare le violazioni dei diritti umani per concludere che le ‘carte’ giuridiche sono inutili, i diritti umani sono un’invenzione dell’occidente, non sono comprensibili in altre culture, e via dicendo. Anche in questo caso si fa il gioco di quanti, in posizione di potere, vogliono riportare all’ora zero l’orologio del Diritto internazionale dei diritti umani. Classi governanti di potenti stati è come se si fossero pentite di ciò che i loro padri illuminati hanno “inventato” nel corso degli anni quaranta del secolo ventesimo.

E invece, la strada maestra è quella che, lungi dall’azzerare, parte dalla conoscenza di ciò che di buono è stato impiantato negli ultimi sessanta anni: per denunciare le violazioni dei diritti umani – non le norme che li riconoscono! – e, soprattutto, per fare dei diritti umani altrettanti punti all’ordine del giorno dell’Agenda politica.
In conclusione sul punto, se la legge è buona e giusta, si parta dalla legge per applicarla, non dalle sue violazioni per buttarla nel cestino.
Non si abbia reticenza a dire che i diritti umani sono universali: c’è l’universalità logica (un diritto umano o diritto fondamentale non è tale se non è universale) e c’è l’universalizzazione reale, sul campo, dei diritti umani: ovunque nel mondo, dove si attenta alla vita e all’integrità fisica e psichica della persona, dove ci sono guerre, violenze sulle donne e i bambini, epidemie, fame, sete, deforestazioni, sale l’invocazione, anzi il grido: diritti umani,  parole percepite come equivalenti a ‘bisogni vitali’, a ‘urgenze esistenziali’. Certamente, c’è un problema di inculturazione all’interno delle storie particolari dei popoli e dei gruppi: i sistemi regionali dei diritti umani – europeo, interamericano, africano, l’incipiente sistema arabo – esistono per rispondere a questa necessità. Dal canto loro, gli studiosi dei diritti umani si sforzano di individuare principi e valori che sono comuni alle radici delle grandi culture.

La democrazia è certamente un valore e un diritto fondamentale radicato nella dignità umana, ma la democrazia-metodo varia a seconda dei contesti. E comunque, il discorso dei diritti umani è quello della gradualità, della comunicazione, della dialogicità, del dare l’esempio.
Nell’ultima tappa della nostra piccola maratona, c’è una dedica: ai “difensori dei diritti umani”, in particolare ai tanti ragazzi e ragazze che hanno animato la Marcia per la Pace Perugia-Assisi del 7 ottobre 2007, perché si confermino nella loro determinazione di portare avanti, con rinnovata lena, la costruzione di un altro mondo, segnato dal rispetto di tutti i diritti umani per tutti.
C’è la consegna a ognuno/a della Magna Charta dei difensori dei diritti umani, contenuta nella Dichiarazione delle Nazioni Unite del 1998 “sulla responsabilità degli individui, dei gruppi e degli organi della società di promuovere e proteggere i diritti umani e le libertà fondamentali universalmente riconosciuti”.

Aggiornato il

20/7/2009

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