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Una famiglia Kirghiz ai piedi delle montagne Kongur in Xinjiang in Cina.
© UN photo/F. Charton

“La condizione dei popoli indigeni nel mondo” (2010) - Relazione del Segretariato del Forum permanente delle Nazioni Unite sulle questioni indigene

La Relazione sulla Condizione dei popoli indigeni del mondo è stata elaborata da 7 esperti indipendenti e resa pubblica nel gennaio del 2010 dal Segretariato del Forum permanente delle Nazioni Unite sulle questioni indigene (UNPFII). Si tratta della prima volta che le Nazioni Unite pubblicano un rapporto sulla situazione generale dei popoli indigeni nel mondo, rivelando statistiche allarmanti sulla povertà, l’educazione, il lavoro, i diritti umani e l’ambiente in cui vivono i popoli indigeni. Per le Nazioni Unite, questi popoli sono i custodi di quei luoghi della Terra in cui è presente la più importante biodiversità e per questo svolgono un ruolo fondamentale per l'intera umanità. Allo stesso tempo, questi popoli soffrono a causa della discriminazione, della povertà, della marginalità sociale e dei conflitti che subiscono nei propri territori.

Autore: Chiara Madaro

Il Rapporto affronta innanzitutto il problema della definizione di 'popolo indigeno', ammettendo che, malgrado i 40 anni di lotte e consultazioni che hanno legato la storia delle Nazioni Unite con quella dei popoli indigeni, ad oggi non esiste una definizione accettata universalmente. Una delle descrizioni maggiormente citate è quella espressa da Josè R. Martinez Cobo nel suo "Studio sui problemi della discriminazione nei confronti dei popoli indigeni" (1986/87), che passa in rassegna tutti i tentativi di legalizzare lo stutus di indigeno compiuti dai vari Paesi del mondo abitati da popoli precoloniali. Il Rapporto, a tal proposito, menziona nell'introduzione una working definition di 'comunità, popoli o nazioni indigene': Cobo, oltre ad accettare l'idea del diritto all'auto-definizione (ovvero è popolo indigeno chi si riconosce come tale), afferma che sono indigene quelle comunità, popoli o nazioni che "avendo una continuità storica con società pre-coloniali che si svilupparono sui loro territori prima delle invasioni, si considerano distinti da altri settori della società che hanno finito per prevalere su quei territori o su parte di essi. Esse si formano, attualmente, settori non dominanti della società, ma sono determinati nella volontà di preservare, sviluppare e trasmettere alle generazioni future i propri territori ancestrali e la propria identità etnica quali basi della loro perdurante esistenza come popolo, in accordo con i propri modelli culturali, le istituzioni sociali e i sistemi legislativi" (p. 4).

Il Rapporto è strutturato in sei Capitoli, ognuno dei quali affronta tematiche differenti e allo stesso tempo interdipendenti. Alcune realtà ed abusi vengono infatti citati ed analizzati in maniera trasversale. Nella parte finale vengono poi descritti i casi particolari delle diverse aree del mondo in cui sono presenti popolazioni indigene: Africa, Pacifico asiatico, America Latina, Nord America.

Capitolo I. Popoli indigeni: povertà e benessere. Qui viene sottolineato come i popoli indigeni continuino ancora oggi a soffrire le conseguenze di ingiustizie storiche quali la colonizzazione, la sottrazione di terre e risorse, forme di oppressione e discriminazione. Si calcola che il 15% dei poveri del mondo sia di origine indigena e che lo status di indigeno corrisponda spesso ad una condizione di indigenza. Allontanati dai loro luoghi d'origine e arrivati nelle aree urbane, gli indigeni diventano vittime della società dominante: violenza, reclusione e suicidio sono rischi con incidenza sempre maggiore. Lo sfruttamento indiscriminato dei territori occupati dai popoli indigeni, inoltre, è causa di numerosi aborti e decessi per malattie, quali ad esempio il cancro. Questi territori vengono, infatti, utilizzati per realizzare scavi minerari e coltivazioni intensive che avvelenano le falde acquifere e il terreno. Anche altri progetti che dovrebbero segnare il progresso dei Paesi in cui i popoli indigeni vivono risultano essere gravemente dannosi per la salute, il benessere e i diritti dei popoli indigeni: grandi dighe, attività per la piscicoltura industriale, ecoturismo, attività estrattive di vario genere e piantagioni sono motivo di spostamenti forzati e non ricompensati, di distruzione delle coltivazioni di sussistenza, di allagamenti e dunque di povertà. La Relazione denuncia anche alcuni accordi stretti in seno all'Organizzazione mondiale per il commercio (OMC) come l'Accordo sull'agricoltura (AOA), gli Accordi di massima sui servizi (GATS), gli Accordi commerciali sulla proprietà intellettuale (TRIPS), che hanno provocato le proteste dei popoli indigeni in quanto permettono un uso indiscriminato del territorio e delle conoscenze indigene, aprendo la strada alla bio-prospezione e alla bio-pirateria legalizzandola senza tener conto di richieste, necessità e diritti dei popoli autoctoni. Molto grave appare anche la disparità delle condizioni dei bambini indigeni rispetto ad altri, sia per quanto riguarda l'accesso all'alfabetizzazione primaria, sia per quanto riguarda il tasso di mortalità infantile. Il capitolo conclude affermando la necessità di garantire sicurezza, legalità e controllo ai territori indigeni.

Capitolo II. Popoli indigeni e cultura. Viene denunciato il pericolo di estinzione per le 5.000 culture indigene, a causa delle relazioni di dominio e della discriminazione da parte della società dominante, che ha giudicato le culture indigene primitive, irrilevanti, inferiori; qualcosa da sradicare e trasformare. E' così che il 90% delle 7.000 lingue che vengono parlate nel mondo scompariranno entro 100 anni. Un grave danno per la cultura mondiale. La lingua, infatti, non è solo un mezzo per comunicare, ma racconta anche le caratteristiche di una terra di cui solo i nativi possono conoscere la storia, le specie commestibili, la sostenibilità nelle pratiche agricole. Inoltre, una volta cancellata la lingua, si perde anche il senso della comunità e della cosmologia spirituale dei gruppi indigeni. Nel capitolo si afferma che per i popoli indigeni non esiste una dicotomia tra natura e cultura, non esiste il pensiero individualista; il loro approccio è collettivista rispetto alla questione dell'eredità culturale. Il capitolo denuncia il tentativo (spesso riuscito) di dismettere il sistema di credenze e la spiritualità dei popoli indigeni, spesso etichettato come mera espressione di un pensiero superstizioso ed irrazionale, mentre, per i popoli indigeni, avere un approccio spirituale alla vita significa avere una vita sana. In questa seconda parte della Relazione, si evidenzia però un altro interessante aspetto, ovvero il tentativo, da parte della società dominante di appropriarsi del sistema spirituale dei popoli indigeni della Terra. L'appropriazione della spiritualità indigena e la commercializzazione che ne viene fatta viene vissuta dalle comunità come un'evoluzione del colonialismo e come un modo per stereotipizzare la loro cultura ancestrale. Viene espressa una nota di demerito anche in direzione del cosiddetto ecoturismo, spesso poco eco-compatibile. Importante la menzione ai diritti di proprietà intellettuale: una questione importante se si pensa che le conoscenze indigene sugli effetti medicinali delle piante che popolano le loro foreste stanno contribuendo ad arricchire alcune case farmaceutiche senza che le popolazioni autoctone siano in alcun modo ricompensate. Le difficoltà nel far valere i propri diritti in questo campo risiedono nel fatto che per i popoli indigeni la proprietà intellettuale non appartiene a singole persone ma a gruppi familiari, clan o gruppi socio-politici e che le conoscenze indigene vengono tramandate oralmente. Per questi motivi, le conoscenze indigene rimangono fuori lo schema di regole stabilito dall'OMC e dall'Organizzazione mondiale per la proprietà intellettuale (OMPI).

Capitolo III. Popoli indigeni e ambiente. Qui viene denunciato il fatto che pochi Paesi riconoscono il diritto alla terra per i popoli indigeni e, anche quando questo diritto viene riconosciuto, esiste un divario tra Paese reale e Paese legale rispetto a questo tema: scavi minerari, infrastrutture ed altri usi lucrosi delle terre indigene minano di fatto un diritto fondamentale per queste popolazioni. Anche l'uso di pesticidi e fertilizzanti e lo sfruttamento intensivo dei terreni hanno portato al degrado ambientale, danneggiando molte comunità indigene al punto da costringerle a spostarsi e inducendole a dover sopportare una crescente povertà, abusi e torture. In questo quadro appare chiaro come i cambiamenti climatici stiano diventando una minaccia sempre più grave per i popoli indigeni. Il capitolo informa che la prima menzione al legame tra la questione ambientale e il benessere degli esseri umani è stata fatta nel 1972, in occasione della Conferenza delle Nazioni Unite sull'ambiente umano. Ma nessun riferimento veniva fatto, all'epoca, ai popoli indigeni. Per questo si dovrà aspettare il Rapporto Brundtland della Commissione mondiale su ambiente e sviluppo (1987). Oggi è chiaro che la protezione dell'ambiente non possa prescindere da una prospettiva indigena; a questo proposito vengono citati vari documenti di rilievo internazionale, tra cui l'Agenda 21. Viene inoltre riconosciuta la necessità di un attivo coinvolgimento dei popoli autoctoni nelle attività decisionali della comunità internazionale rispetto alle politiche da adottare in merito ai cambiamenti climatici. Dal 1988, infatti, i popoli indigeni hanno partecipato alle Conferenze delle parti (COP) della Convenzione quadro delle Nazioni Unite sui cambiamenti climatici (UNFCCC). Malgrado ciò, essi sono ancora in attesa che venga approvata la proposta della creazione di un Gruppo di lavoro su popoli indigeni e cambiamenti climatici in seno all'UNFCCC.

Capitolo IV. Educazione contemporanea e popoli indigeni. Viene denunciato il fatto che il sistema educativo dei vari Paesi in cui sono presenti popoli nativi non rispetta la diversità culturale indigena. L'opportunità di frequentare una scuola viene vissuta da molte comunità come un modo per migliorare le proprie condizioni di vita. Tuttavia, le scuole mancano di materiale didattico e il numero degli insegnanti che parlano la loro lingua non è sufficiente. Inoltre, molti bambini indigeni arrivano a scuola affamati, ammalati e stanchi. Sono spesso vittime di bullismo e di punizioni corporali. La scuola spesso rappresenta, per i bambini indigeni, motivo di discriminazione culturale e, a volte, violenza. Per le comunità è l'inizio della perdita della propria identità. Questi giovani tornano, poi, nelle comunità d'origine con una formazione formale che è irrilevante o inutile per i bisogni della comunità. La vulnerabilità di questi gruppi rende, inoltre, i minori facile preda del traffico di bambini, venduti come schiavi e del reclutamento in gruppi armati. Molti bambini, infatti, non vengono registrati alla nascita, non rientrano in alcuna statistica e quindi ufficialmente è come se non esistessero. Tutto ciò accade malgrado la Convenzione sui diritti del bambino (1989) affermi che l'identità culturale, la lingua e i valori dei bambini devono essere rispettati (Art. 29.1), facendo poi esplicito riferimento ai bambini appartenenti ai popoli indigeni. La relazione fornisce anche i dati relativi alla scolarizzazione maschile e femminile tra i popoli indigeni, registrando come l'alfabetizzazione delle ragazze sia in percentuale notevolmente inferiore rispetto a quella dei ragazzi. 

Capitolo V. Salute. Qui viene ricordato come gli Obiettivi di sviluppo del millennio abbiano costituito un importante passo in avanti nella lotta alla povertà; tuttavia, alcuni dei progetti di sviluppo pensati per i popoli indigeni e le comunità rurali sono stati realizzati senza tenere conto delle loro effettive necessità mancando così di centrare l'obiettivo e risultando addirittura dannosi anche per altri gruppi poveri e marginalizzati. Il relatore registra in particolare la violazione dei diritti collettivi e di accesso alle risorse per l'approvvigionamento del cibo e delle cure tradizionali. I progetti di sviluppo in questione non tengono inoltre conto del concetto di benessere fisico e mentale proprio di questi popoli. La frattura tra ciò che le società dominanti ritengono buona cosa e ciò che effettivamente è di giovamento per i popoli indigeni appare talmente evidente che anche l'Organizzazione mondiale della sanità (OMS) ha deciso di inserire l'aspetto culturale nella definizione di benessere. Nella cultura indigena è, ad esempio, di fondamentale importanza vivere in comunità condividendo i frutti di caccia e pesca, costruendo da sè le proprie abitazioni, ecc. Questo stile di vita, queste abitazioni, le cure tradizionali, per quanto ai nostri occhi possano apparire insufficienti, costituiscono per molti popoli motivo di benessere psico-fisico. In questo capitolo viene anche rilevato come, nel mondo, il 50% degli indigeni sopra i 35 anni sia affetto da due forme particolari di diabete. In media gli indigeni vivono 20 anni in meno rispetto al resto della popolazione. Di non poco conto anche la contaminazione e il degrado degli ambienti in cui essi vivono a causa dell'uso di pesticidi ed altri inquinanti tossici utilizzati dalle attività produttive. Elementi, questi, che portano a gravi forme di indigenza, suicidi ed alcolismo. Inoltre, a causa dell'occupazione militare cui sono soggetti i territori indigeni, molte donne subiscono violenze e abusi.

Capitolo VI. Diritti umani. Qui vengono denunciate la violenza, l'assimilazione forzata e gli abusi perpetrati ai danni dei popoli indigeni, malgrado la progressiva affermazione di standard internazionali sui diritti umani. Marginalità sociale, negazione del diritto alla terra, abusi di natura sessuale, razzismo sistemico degli Stati e delle autorità, criminalizzazione della protesta sono tutti fenomeni che colpiscono i popoli indigeni in ogni parte del mondo. L'impegno in difesa dei diritti umani dei popoli indigeni deve svilupparsi nel rispetto dei principi fondamentali che caratterizzano la cultura indigena. In particolare viene considerata di fondamentale importanza la dimensione collettiva delle società indigene. Secondo la Relazione, i principali strumenti che i popoli indigeni hanno a disposizione per difendere i propri diritti sono:

  • la Dichiarazione delle Nazioni Unite sui diritti dei popoli indigeni;
  • la Convenzione 169 dell'Organizzazione internazionale del lavoro;
  • il Patto internazionale sui diritti civili e politici;
  • il Patto internazionale sui diritti economici, sociali e culturali.

Il cammino da realizzare nel campo dei diritti dei popoli indigeni è ancora lungo. La Relazione, infatti, termina con l'esempio dell'UNESCO che ha adottato la Convenzione per la salvaguardia delle eredità culturali intangibili e la Convenzione per la protezione e promozione della espressione della diversità culturale, rispettivamente nel 2003 e nel 2005. Tuttavia, l'UNESCO, sebbene abbia adottato queste Convenzioni in occasione del primo Decennio internazionale dei popoli indigeni, non ha incluso i popoli indigeni nel processo consultivo né ha chiarito in maniera esplicita il fatto che una grande parte di questa 'eredità culturale' a cui si riferisce la Convenzione è rappresentata proprio dalla cultura indigena.

 

 

Risorse

Aggiornato il

24/10/2011