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Coltivatori di riso lavorano nei campi in Palung, Nepal
© UN photo/John Isaac

La Conferenza su ambiente e sviluppo di Rio de Janeiro (3-14 giugno 1992)

La Conferenza su ambiente e sviluppo di Rio de Janeiro rappresenta, per le Nazioni Unite, il primo tentativo di prendere provvedimenti a livello globale in materia di ambiente e di sviluppo economico secondo nuovi parametri, al fine di prevenire la distruzione irreparabile delle risorse naturali e di permettere la vita sulla Terra anche per le generazioni future.

Autore: Chiara Madaro

 Il 1992 è l'anno della svolta nella coscienza collettiva e politica rispetto all'importanza che i temi ambientali rivestono per l'economia di ogni Paese, oltre che per il nostro benessere. Il fattore principale che ha determinato tale svolta è senza dubbio la Conferenza delle Nazioni Unite su ambiente e sviluppo (Rio de Janeiro, 3-14 giugno 1992), conosciuta anche come il Summit della Terra o Eco92. Alla Conferenza partecipano 172 rappresentanze governative (tra cui 108 Capi di Stato) e 2.400 rappresentanti di organizzazioni non governative. Inoltre, 17.000 persone partecipano al Forum parallelo delle Ong. Al termine della Conferenza vengono adottati 5 documenti fondamentali che costituiranno, da quel momento in poi, le linee-guida per l'azione degli Stati membri:

  • La Convenzione quadro delle Nazioni Unite per i cambiamenti climatici (UNFCCC)
  • La Convenzione sulla diversità biologica
  • L'Agenda 21
  • La Dichiarazione di Rio su Ambiente e Sviluppo
  • I Principi sulle Foreste.

La Convenzione quadro delle Nazioni Unite per i cambiamenti climatici (UNFCCC) è un trattato internazionale che ha come obiettivo quello di promuovere una serie di politiche e di sforzi per affrontare a livello globale i problemi imposti dai cambiamenti climatici. La Convenzione riconosce che il sistema climatico è un bene pubblico globale e che la sua stabilità è danneggiata dalle emissioni di diossido di carbonio ed altri gas ad effetto serra. E' per questo che si decide di lavorare nell'ottica di una collaborazione universale. La Convenzione è entrata in vigore il 21 marzo 1994. Tra i suoi obiettivi figurano la raccolta globale di dati sulle emissioni di gas serra, l'elaborazione di politiche internazionali per la riduzione dei gas climalteranti, la cooperazione per l'adattamento all'impatto dei cambiamenti climatici. L'Italia ha ratificato la Convenzione il 4 giugno 1996.

Se la Convenzione incoraggia i Paesi industrializzati a stabilizzare le emissioni di CO2 nell'atmosfera, il suo Protocollo aggiuntivo (il c.d. Protocollo di Kyoto), adottato a Kyoto l'11 dicembre 1997 ed entrato in vigore il 16 febbraio 2005, obbliga gli Stati parte ad adottare misure per la riduzione, riconoscendo che i Paesi industrializzati sono stati i principali responsabili delle emissioni climalteranti negli ultimi 150 anni, e introduce il concetto delle "responsabilità comuni ma differenziate". La caratteristica principale del Protocollo, infatti, consiste in una serie di obbiettivi vincolanti per 37 Paesi industrializzati e per la Comunità europea, nell'ottica della riduzione dei gas ad effetto serra: tra il 2008 e il 2012, le emissioni di gas a effetto serra, infatti, dovrebbero essere ridotte circa del 5% rispetto ai valori del 1990.

Il Protocollo offre a questi Paesi l'opportunità di agire per la riduzione delle emissioni non solo “in casa”, ma anche all'estero, attraverso il cosiddetto mercato delle emissioni (Emission Trading - Et), nonché tramite particolari forme di cooperazione sia tra Paesi sviluppati (meccanismo di Joint ImplemenationJi), sia tra Paesi sviluppati e in via di sviluppo (c.d. Clean Development MechanismCDM). Questi meccanismi flessibili devono però rispettare alcune regole per evitare abusi. La cooperazione con i Paesi in via di sviluppo, ad esempio, deve privilegiare progetti per le energie rinnovabili, escludendo progetti che prevedono l'uso dell'energia nucleare o la creazione di grandi dighe per l'energia idroelettrica, che già in passato hanno dimostrato di provocare danni irreparabili alle popolazioni locali, alla natura e all'economia dei Paesi “beneficiari”. Tuttavia, tali vincoli non sono stati sempre rispettati, soprattutto nell’applicazione dei CDM.

La Convenzione sulla diversità biologica, entrata in vigore il 29 dicembre 1993, ha tre obiettivi principali:

  • la conservazione della diversità biologica;
  • l'uso sostenibile dei componenti della diversità biologica;
  • la giusta ed equa suddivisione dei benefici provenienti dall'uso delle risorse genetiche.

Già nel Preambolo della Convenzione viene riconosciuto l'importante ruolo giocato dalle popolazioni indigene e dalle comunità locali con le loro conoscenze tradizionali e il loro stile di vita. Un concetto successivamente ripreso nell'Art. 8 che afferma che gli Stati dovrebbero creare una legislazione nazionale che possa preservare, rispettare e proteggere le conoscenze tradizionali e le pratiche dei popoli indigeni e delle comunità locali allo scopo di promuovere la conservazione della biodiversità e l'uso sostenibile degli ambienti naturali, condividendo equamente, con i soggetti portatori di tali conoscenze, gli eventuali profitti derivanti dal loro più ampio uso.

Con l'Agenda 21 si intendeva preparare il mondo alle sfide del nuovo secolo. Essa contiene proposte d'azione dettagliate nelle aree del sociale e dell'economia al fine di:

  • combattere la povertà;
  • cambiare le logiche di produzione e di consumo per la conservazione e la gestione delle risorse naturali che sono la base della vita;
  • proteggere l'atmosfera, gli oceani e la biodiversità;
  • prevenire la deforestazione;
  • promuovere un'agricoltura sostenibile.

In questa occasione, i Governi furono concordi rispetto all'idea che l'integrazione tra i concetti di ambiente e sviluppo è essenziale affinché i bisogni primari di tutti siano soddisfatti, gli standard di vita migliorino,gli ecosistemi siano adeguatamente gestiti e protetti ed, infine, si possa godere di un futuro più prospero. Nel Preambolo si afferma che "nessuna nazione può raggiungere questi risultati da sola. Ma insieme, con una partnership globale, sarà possibile".

Il programma d'azione raccomanda anche il perseguimento di alcune strade allo scopo di rafforzare il ruolo svolto da alcuni gruppi quali i popoli indigeni, le donne, i sindacati, gli agricoltori, i bambini, i giovani, la comunità scientifica, le autorità locali, il mondo del commercio e dell'industria, e le organizzazioni non governative nel raggiungimento dello sviluppo sostenibile. Viene, infatti, affermato che lo sviluppo sostenibile deve essere raggiunto da ogni livello della società, anche per superare il problema della povertà estrema di cui soffrono numerose comunità nel mondo. Le organizzazioni dei popoli indigeni, i gruppi femminili, le organizzazioni non governative sono, per Agenda 21, importanti risorse per l'innovazione e l'azione, in quanto nel corso della storia hanno dato prova di capacità nel campo della promozione di uno stile di vita sostenibile. E' per questo che Agenda 21 si propone di sostenere i popoli indigeni attraverso un'azione mirata, rispettandone l'integrità culturale, i diritti umani, le conoscenze tradizionali. In quest'ottica, i Governi sono chiamati a favorire la partecipazione delle comunità indigene e rurali nella gestione e protezione delle risorse naturali locali, nonché la creazione di reti di scambio tra comunità che potranno condividere saperi e tradizioni.

La Dichiarazione di Rio su ambiente e sviluppo definisce diritti e responsabilità degli Stati rispetto agli obiettivi di Rio. Nel Principio 22 viene ricordato che i popoli indigeni e le loro comunità hanno un ruolo vitale nella gestione dell'ambiente, grazie alle loro conoscenze ancestrali e alle pratiche tradizionali. Secondo la Dichiarazione, gli Stati dovrebbero riconoscere e supportare la loro identità culturale e i loro interessi, rendendoli capaci di partecipare concretamente allo sviluppo sostenibile.

Tra i 27 principi di cui si compone la Dichiarazione emergono alcuni concetti fondamentali:

  • l'essere umano è al centro delle azioni per la promozione dello sviluppo sostenibile;
  • l'incertezza della scienza non deve prevenire la politica dal prendere misure che impediscano il degrado ambientale in presenza della minaccia di danni irreversibili;
  • gli Stati hanno diritto di sovranità sui propri territori e libero accesso alle proprie risorse, ma non hanno il diritto di causare danno all'ambiente;
  • sradicare la povertà e ridurre le disparità negli standard di vita a livello mondiale è indispensabile per la promozione dello sviluppo sostenibile;
  • la piena partecipazione delle donne è essenziale al raggiungimento dello sviluppo sostenibile;
  • i Paesi sviluppati hanno particolari responsabilità nel raggiungimento dello sviluppo sostenibile per il peso imposto dalle loro società sull'ambiente globale e per le conoscenze tecnologiche e le risorse finanziarie di cui dispongono.

L’importanza del documento relativo ai Principi sulle foreste risiede nel fatto che per la prima volta viene riconosciuto il ruolo svolto dalle foreste non solo per l'ambiente, ma anche per l'economia mondiale e il benessere dei popoli. Nel Principio 2 si riconosce l'importanza spirituale di questi ambienti naturali e vengono citati ancora una volta i popoli indigeni. Concetti confermati e rafforzati dal Principio 5 che ribadisce l'importanza dei popoli indigeni nella gestione sostenibile delle foreste e il dovere da parte degli Stati di riconoscere tali abilità e di permettere ai popoli indigeni di partecipare alle attività economiche forestali, nel rispetto delle conoscenze tradizionali e nel mantenimento della loro integrità culturale. Nel Principio 9, infine, viene riconosciuta l'importanza delle foreste anche per le comunità rurali e locali alle quali non è possibile offrire valide alternative ad una vita svolta in ambiente forestale. I popoli indigeni vengono ancora citati nel Principio 12 a proposito dei Paesi in via di sviluppo: le conoscenze indigene, infatti, costituiscono una possibile fonte di sostentamento per tali Paesi, ma ogni ricavo, si afferma, deve essere equamente diviso con i legittimi detentori di questi saperi.

Infine, si raccomanda che:

  • tutti i Paesi, in particolare quelli sviluppati, facciano uno sforzo per un mondo più "verde", attraverso la gestione sostenibile delle foreste ed il raggiungimento di un accordo globale in merito a questo tema;
  • gli Stati sviluppino delle politiche forestali in base ai bisogni socio-economici e in accordo con le politiche nazionali di sviluppo, assicurando specifiche risorse finanziarie allo scopo di incoraggiare politiche di sviluppo sostitutive.

Il summit è stata un'occasione sentita soprattutto dai popoli indigeni che negli stessi giorni si incontrarono a Kari-Oca (Brasile) per discutere di territorio, ambiente e sviluppo. Più di 650 rappresentanti indigeni parteciparono a conferenze ed eventi culturali e, al termine della Conferenza, adottarono 109 punti elencati nella Carta della Terra dei Popoli Indigeni e nella Dichiarazione di Kari-Oca. Questi documenti rappresentano per i popoli indigeni un nuovo modo di fare accordi con le istituzioni internazionali. Si tratta di richieste e aspettative elencate in un modo da non lasciare spazio a dubbi sulla gestione delle risorse, delle terre, dei diritti dei popoli indigeni, sui saperi e le pratiche tradizionali. Sopra ogni cosa essi chiedono di poter avere un controllo sul proprio destino.

Risorse

Aggiornato il

24/10/2011