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L’aggressione alla Freedom Flotilla non è legittima difesa, ma crimine internazionale. Dare subito attuazione al “Presidential Statement” del Consiglio di sicurezza delle Nazioni Unite

L’intervento armato con strage di civili operato dall’esercito dello stato di Israele in acque internazionali contro pacifisti a bordo di imbarcazioni dirette a Gaza, configura un insieme di flagranti violazioni di principi e norme del vigente Diritto internazionale: Carta delle Nazioni Unite, Diritto internazionale umanitario, Diritto internazionale dei diritti umani, Diritto internazionale del mare. 

La “Freedom Flotilla” salpata dalla Turchia ha i caratteri di un’operazione umanitaria di “società civile globale”, legittimata ad agire, in particolare, dall’articolo 1 della Dichiarazione delle Nazioni Unite del 9 dicembre 1998 “sul diritto e la responsabilità degli individui, dei gruppi e degli organi della società di proteggere e promuove i diritti umani e le libertà fondamentali universalmente riconosciuti”, conosciuta come la Magna Charta degli Human Rights Defenders:

“Tutti hanno il diritto, individualmente e in associazione con altri, di promuovere e lottare (sic) per la protezione e la realizzazione dei diritti umani e delle libertà fondamentali a livello nazionale e internazionale”. 

Fino a prova contraria, le imbarcazioni del convoglio pacifista trasportavano soprattuttto prodotti alimentari e medicinali, indispensabili per soddisfare il diritto fondamentale all’alimentazione e il diritto fondamentale alla salute degli abitanti di Gaza, assediati e affamati da un blocco illegale, unilateralmente deciso da Israele e condannato dalle Nazioni Unite. Siamo quindi in presenza di una operazione genuinamente “umanitaria”, diversamente da non poche operazioni condotte da stati che strumentalizzano lo “umanitario” per altre finalità.

La legittimità della Flottiglia discende specificamente anche dalla Risoluzione 1860 (2009) del Consiglio di Sicurezza delle Nazioni Unite di cui riproduciamo alcuni brani:

“Sottolineando che la Striscia di Gaza costituisce parte integrale del territorio occupato nel 1967 e sarà parte dello Stato palestinese,
sottolineando l’importanza della salute e del benessere di tutti i civili, esprimendo profonda preoccupazione per l’aggravarsi della crisi umanitaria a Gaza,
riaffermando il diritto di tutti gli Stati nella regione a vivere in pace entro confini sicuri e riconosciuti internazionalmente, (…)
urge per l’incondizionato rifornimento e distribuzione in Gaza di assistenza umanitaria, compreso il cibo, l’energia e le cure mediche,
saluta con favore le iniziative miranti a creare e aprire corridoi umanitari e altri meccanismi per la continua somministrazione di aiuto umanitario”. 

Apertura e utilizzo di corridoi umanitari: la Flottiglia si proponeva appunto questo obiettivo, dunque agiva in coerente applicazione della citata Risoluzione del Consiglio di Sicurezza, supplendo alla colpevole omissione degli stati.
La Risoluzione 1860, insieme con la precedente Risoluzione 1950 (2008), è espressamente richiamata dal “Presidential Statement” deciso dal Consiglio di Sicurezza nella notte dal 31 maggio. 

Questo atto non è una Risoluzione in senso formale, esprime comunque la volontà politica del Consiglio, che per l’occasione è stata unanime (anche in questo caso la presidenza Obama segna discontinuità rispetto all’amministrazione Bush). Vi si legge, tra l’altro:

“Il Consiglio di Sicurezza deplora vivamente la perdita della vita e le ferite risultanti dall’uso della forza durante l’operazione militare di Israele nelle acque internazionali contro il convoglio in navigazione verso Gaza.
Il Consiglio, in questo contesto, condanna gli atti che hanno comportato la perdita di almeno 10 civili e numerosi feriti, ed esprime le sue condoglianze alle famiglie (…).
Richiede l’immediato rilascio delle navi e dei civili detenuti da Israele (…).
Urge Israele perchè permetta pieno accesso consolare, consenta ai paesi interessati di avere immediatamente i loro morti e feriti, e garantisca l’arrivo a destinazione dell’assistenza umanitaria portata dal convoglio (…).
Chiede al Segretario Generale di avviare una rapida, imparziale, credibile e trasparente inchiesta conforme agli standards internazionali (…).
Sottolinea che la situazione in Gaza non è sostenibile e ribadisce l’importanza della piena attuazione delle risoluzioni 1850 (2008) e 1860 (2009) che reiterano la profonda preoccupazione per la situazione umanitaria a Gaza e sottolineano la necessità di un flusso continuativo e regolare di beni e di persone verso Gaza nonchè l’incondizionato rifornimento e distribuzione di assistenza umanitaria dentro Gaza”.

La vicenda finirà, non potrà non finire, di fronte alla Corte Internazionale di Giustizia, alla Corte Penale Internazionale, a Tribunali interni in virtù del principio di universalità della giustizia penale, alla Corte Europea dei Diritti Umani di Strasburgo (la Turchia è membro del Consiglio d’Europa), al Comitato diritti umani (civili e politici) delle Nazioni Unite, al Comitato contro la tortura, sempre delle Nazioni Unite. Le norme internazionali di riferimento sono numerose e specifiche, da quelle contenute nella Dichiarazione Universale e nelle Convenzioni internazionali sui diritti umani (diritto alla vita…) alla Convenzione sul diritto del mare.

Nel frattempo, occorre che il Segretario Generale delle Nazioni Unite dia immediato avvio all’inchiesta prevista dal Consiglio di Sicurezza, affidandone il compito ad una commissione internazionale la cui composizione sia tale da garantirne la “imparzialità, la credibilità e la trasparenza”.

Occorre inoltre, come stabilisce il Consiglio di Sicurezza, “garantire l’arrivo a destinazione dell’assistenza umanitaria portata dal convoglio”. E’ questo un punto molto importante, poichè da un lato riconosce implicitamente l’illegalità del blocco unilaterale di Gaza, dall’altro avalla la legittimità delle finalità di aiuto umanitario perseguite dalla Flottiglia. Una ulteriore commissione internazionale, formata da rappresentanti delle Nazioni Unite, della Lega degli Stati Arabi, dell’Unione Europea ed eventualmente degli stati più direttamente interessati a cominciare dalla Turchia, dovrebbe sorvegliare che così avvenga, essendosi prima assicurata, con la testimonianza di una delegazione dei pacifisti imbarcati nella Flottiglia, che quanto contenuto nelle imbarcazioni non sia stato manomesso.

In vista di ulteriori, probabili tentativi di rompere l’illegale blocco unilaterale per aprire corridoi umanitari, si dovrebbe subito attivare, sotto l’egida delle Nazioni Unite, un pattugliamento internazionale del mare antistante Gaza che ai sensi delle Risoluzioni delle stesse Nazioni Unite è “parte integrale di un territorio occupato”. Questa misura si rende necessaria per proteggere l’incolumità di quanti agiscono per dare attuazione alle risoluzioni delle Nazioni Unite e rispondere ai bisogni vitali di una popolazione assediata. Un esempio di pattugliamento internazionale è quello denominato “Operazione Atlanta”, prima operazione marittima multidimensionale dell’Unione Europea istituita in virtù di varie risoluzioni del Consiglio di Sicurezza, con il mandato di contribuire alla dissuasione, alla prevenzione e alla repressione degli atti di pirateria al largo della Somalia, nonchè proteggere le navi del “World Food Program” dirette in Somalia, e arrestare i presunti pirati.

Il citato “Presidential Statement” del Consiglio ribadisce (re-emphasise) che

“la sola possibile soluzione del conflitto Israelo-Palestinese è un accordo negoziato tra le parti e che soltanto la ‘soluzione-due Stati’, con uno Stato Palestinese indipendente e vitale che vive in pace e sicurezza accanto ad Israele e ai propri vicini, può portare la pace alla regione”.

I negoziati, come dimostrano decenni di logoranti tentativi, non stanno sortendo effetti. Occorre che una parte ‘terza’ si faccia garante, in via permanente, della pacifica convivenza dei due stati per i due popoli. La soluzione potrebbe passare attraverso l’insediamento, in forma infrastrutturale, di istituzioni della Comunità internazionale coordinate dalle Nazioni Unite, nel sistema di governance della Città di Gerusalemme, tale da garantirne lo status di “Distretto Mondiale” (World District), in cui possano tranquillamente operare le capitali dei due stati per i due popoli. 

Dunque, Gerusalemme pietra angolare di un ordine mondiale più giusto, pacifico, interculturale, interreligioso, inclusivo, luogo esemplare di pratica della cittadinanza plurale basata sul principio secondo cui “il rispetto della dignità di tutti i membri della famiglia umana e dei loro diritti, eguali e inalienabili, costituisce il fondamento della libertà, della giustizia e della pace nel mondo” (Dichiarazione Universale dei Diritti Umani).
Israeliani e palestinesi hanno gli stessi diritti fondamentali, a cominciare dai diritti alla vita, alla sicurezza, alla pace e allo sviluppo umano.

Padova, 2 giugno 2010