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Insistere, insistere, insistere opportune et inopportune

Antonio Papisca, Marco Mascia (2011)

Contenuto in:

 Pace Diritti Umani Agenda Politica. Idee e proposte sulla via istituzionale alla pace.

Tipologia pubblicazione

: Human Rights Academic Voice

Lingua

: IT

Contenuto

Il 24 settembre del 1961, la prima Marcia per la pace Perugia-Assisi, ideata da Aldo Capitini, si svolse all'insegna di "pace e fratellanza dei popoli". Lo stesso tema è stato opportunamente ripreso dalla Marcia del 25 settembre 2011, la Marcia del cinquantenario.

L'implicito riferimento normativo è al 'nuovo' Diritto che ha avuto inizio nel 1945-1948 con la Carta delle Nazioni Unite e con la Dichiarazione universale dei diritti umani. Questa proclama che "il riconoscimento della dignità inerente a tutti i membri della famiglia umana e dei loro diritti, eguali e inalienabili, costituisce il fondamento della libertà, della giustizia e della pace nel mondo" (Preambolo) e che "tutti gli esseri umani nascono liberi ed eguali in dignità e diritti. Essi sono dotati di ragione e di coscienza e devono agire gli uni verso gli altri in spirito di fratellanza" (Articolo 1).

Il triennio 1945-1948 è di gran lunga più importante del 1492 (conquista dell'America), del 1648 (Pace di Westfalia), del 1815 (Congresso di Vienna), del 1919-1920 (Trattati di Versailles e Parigi), date considerate emblematiche per l'avvento di 'nuovi ordini internazionali'. È cominciata infatti una nuova era nel segno dell'eguaglianza e del rispetto appunto della dignità di "tutti i membri della famiglia umana" senza alcuna distinzione di sesso, razza, età, condizione sociale, credo politico. Il potenziale mobilitante del binomio pacefratellanza è aumentato di forza, grazie soprattutto allo sviluppo del Diritto internazionale dei diritti umani e alla progressiva inculturazione del relativo Sapere ovunque nel mondo.

Aldo Capitini ha posto la dignità della coscienza alla base della sua concezione assiopratica della spiritualità. Al cuore del Diritto internazionale dei diritti umani sta l'articolo 18 della Dichiarazione universale che consacra la triade valoriale delle libertà della persona: "Ogni individuo ha diritto alla libertà di pensiero, di coscienza e di religione". Questo articolo va letto in logica connessione con l'articolo 1: "Tutti gli esseri umani nascono liberi ed eguali in dignità e diritti. Essi sono dotati di ragione e di coscienza e devono agire gli uni verso gli altri in spirito di fratellanza".

Per la realizzazione dei diritti che ineriscono alla dignità umana lo spazio d'azione si estende al di là delle frontiere degli stati, come stabilisce l'articolo 28 della Dichiarazione: "Ogni individuo ha diritto a un ordine sociale e internazionale nel quale i diritti e le libertà enunciati in questa Dichiarazione possono essere pienamente realizzati". C'è quì la solenne proclamazione del diritto alla pace intesa come pace positiva cioè, non soltanto come assenza di guerra ma, soprattutto, come costruzione di non effimere strutture di cooperazione fra individui, gruppi, popoli, stati nel rispetto della legge universale dei diritti umani. L'ulteriore legittimazione giuridico-formale di quanti operano per l'affermazione del diritto alla pace è resa ulteriormente esplicita dalla Dichiarazione delle Nazioni Unite "sul diritto e la responsabilità degli individui, dei gruppi e degli organi della società di promuovere e proteggere le libertà fondamentali e i diritti umani universalmente riconosciuti", del 9 dicembre 1998. Citiamo due dei 20 articoli di cui si compone questo solenne atto giuridico, considerato la Magna Charta dei difensori dei diritti umani. Articolo 1: "Tutti hanno il diritto, individualmente e in associazione con altri, di promuovere e lottare (sic) per la protezione e la realizzazione dei diritti umani e delle libertà fondamentali a livello nazionale e internazionale"; articolo 7: "Tutti hanno diritto, individualmente e in associazione con altri, di sviluppare e discutere nuove idee e principi sui diritti umani e di promuovere la loro accettazione".

Aldo Capitini ha teorizzato il 'potere di tutti' (omnicrazia): "Ognuno deve imparare che ha in mano una parte di potere, e sta a lui usarla bene, nel vantaggio di tutti; deve imparare che non c'è bisogno di ammazzare nessuno, ma che cooperando e non cooperando, egli ha in mano l'arma del consenso e del dissenso. E questo potere lo ha ognuno, anche i lontani, le donne, i giovanissimi, i deboli, purchè siano coraggiosi e si muovano cercando e facendo, senza farsi impressionare da chi li spaventa con il potere invece di persuaderli con la libertà, la giustizia e l'onestà esemplare dei dirigenti".

Il vigente Diritto internazionale dei diritti umani, che ha come principi l'universalità, l'eguaglianza nonchè l'interdipendenza e indivisibilità di tutti i diritti della persona e si caratterizza per la sempre più puntuale attenzione alle persone più deboli e vulnerabili – si pensi, tra le altre, alle Convenzioni internazionali riguardanti i bambini, le donne, i lavoratori migranti, le persone con disabilità –, avalla la visione omnicratica di Capitini in termini di diritti e di responsabilità dei singoli, dei gruppi e delle comunità locali. Si pensi anche alla Convenzione dell'Unesco del 2005 "sulla protezione della diversità delle espressioni culturali": l'attenzione è, in questo caso, per quel genere di vulnerabilità che è costituito dall'essere 'altro' o 'diverso' rispetto alla cultura (o subcultura) dominante.

Il citato articolo 1 della Dichiarazione universale proclama che i diritti fondamentali 'nascono' con la persona e quindi le 'ineriscono': "la persona dell'uomo è il diritto umano sussistente" (Antonio Rosmini). Ma per la loro garanzia, oltre che il 'riconoscimento' giuridico-formale operato dal legislatore, occorrono le pubbliche istituzioni, le quali dovranno evidentemente essere adeguate allo scopo ed essere agite da personale competente e motivato. È il caso di sottolineare con forza che la più efficace garanzia dei diritti umani non è quella successiva alla loro violazione (sentenze di tribunali, sanzioni, peraltro necessarie e irrinunciabili), bensì quella preventiva che si realizza, primariamente, attraverso l'educazione e le politiche pubbliche. I diritti umani, prima e più che l'agenda giudiziaria, esigono l'agenda politica, quindi il buon governo nei vari settori, compreso quello dell'economia. L'orizzonte del buon governo, oggi, è sempre più glocale: si dilata pertanto lo spazio per l'esercizio di ruoli politici e la presa di decisioni vincolanti. La condizione di interdipendenza e i collegati processi di mondializzazione, al positivo e al negativo, urgono perché l'architettura della governance si strutturi su più livelli (multi-level governance), tale da favorire il sano gioco della sussidiarietà partendo dalle esigenze vitali della persona e delle comunità locali fino ad arrivare alle grandi istituzioni multilaterali e sopranazionali. Questa dilatata dimensione dell'azione politica e governativa esige che l'esercizio della democrazia, sia partecipativa sia rappresentativa, si prolunghi al di là dei confini dei singoli stati, quindi che la democrazia divenga essa stessa glocale. In questo contesto, urge potenziare la prassi democratica, rappresentativa e partecipativa, alla sua radice, cioè a livello comunale. Occorre dunque valorizzare l'autonomia quale attributo originario degli enti locali, non elargito dall'alto, e allo stesso tempo procedere alla riforma dell'Organizzazione delle Nazioni Unite nel senso del suo rafforzamento e della sua contestuale democratizzazione: si tratta in particolare di rompere la perniciosa autoreferenzialità degli organi intergovernativi a cominciare dal Consiglio di Sicurezza, tra l'altro affiancando all'attuale Assemblea Generale, rappresentativa degli stati, una Assemblea Parlamentare composta di rappresentanze dei parlamenti dei paesi membri.

Il Sapere dei diritti umani, di cui il 'nuovo' Diritto internazionale è parte essenziale, è un sapere che getta ponti fra le culture e fra i saperi particolari, è di per sé il sapere della vita e della pace, indissociabili l'una dall'altra: guerra e pena di morte sono radicalmente antinomiche rispetto al binomio pace vita.

Il nuovo Diritto internazionale, a cominciare dalla Carta delle Nazioni Unite, proscrive la guerra (flagello...), vieta agli stati di usare la forza per risolvere le controversie internazionali e interdice la pena di morte in virtù, sul piano mondiale, del secondo Protocollo al Patto internazionale sui diritti civili e politici e, sul piano europeo, del 13° Protocollo alla Convenzione sui diritti umani del 1950, e della Carta dei diritti fondamentali dell'Unione Europea.

L'articolo 20 del citato Patto internazionale perentoriamente stabilisce: "Qualsiasi propaganda a favore della guerra deve essere vietata dalla legge". Non è vietato l'uso del militare, a condizione che avvenga per le finalità e nel rispetto dei principi sanciti dalla Carta delle Nazioni Unite. Occorre pertanto distinguere le (autentiche) missioni di pace dalle classiche operazioni belliche: le prime, diversamente dalle seconde, hanno come obiettivo non la distruzione dello 'stato nemico', bensì la salvaguardia della vita delle popolazioni e la protezione delle infrastrutture necessarie al loro sostentamento, il disarmo delle fazioni in lotta nonché il perseguimento dei presunti criminali di guerra e contro l'umanità, da consegnare alla Corte penale internazionale o ai Tribunali internazionali speciali (es. per la ex Jugoslavia e per il Rwanda). L'uso del militare è, ovviamente, una materia delicatissima, tuttora pervasa di ambiguità e strumentalizzazioni favorite dalla persistente condizione di debolezza, anzi di sudditanza, in cui gli stati mantengono le Nazioni Unite, tra l'altro rifiutandosi di conferire all'ONU, una volta per tutte come pur prevede l'articolo 43 della Carta, parte dei rispettivi eserciti: debitamente trasformati, questi costituirebbero la forza di polizia militare permanente, sotto autorità e comando delle Nazioni Unite che, giova ribadire, devono essere urgentemente democratizzate.

Sarebbe l'inizio del disarmo reale. Accade invece che, spudoratamente, si spaccino per "ingerenza umanitaria", "intervento umanitario", addirittura "guerra dei diritti umani" e cosiddetta "responsabilità di proteggere", eccetera, operazioni militari che sono avventure belliche in senso proprio, come tali in flagrante violazione del vigente Diritto internazionale.

Urge sviluppare una nuova cultura politica della governance, saldamente ancorata al paradigma dei diritti umani, avendo in mente che la Dichiarazione universale si propone qual "ideale comune da raggiungersi da tutti i popoli e da tutte le nazioni, al fine che ogni individuo ed ogni organo della società, avendo costantemente presente questa Dichiarazione, si sforzi di promuovere, con l'insegnamento e l'educazione, il rispetto di questi diritti e di queste libertà e di garantirne, mediante misure progressive di carattere nazionale e internazionale, l'universale ed effettivo riconoscimento e rispetto ...".

Insegnamento, educazione e formazione ai diritti umani, via maestra per il rispetto della dignità della persona e la costruzione della pace. A partire dal 1982, di questa missione nel sistema universitario italiano si è fatto parte attiva il Centro interdipartimentale di ricerca e servizi sui diritti della persona e dei popoli dell'Università di Padova, prima istituzione del genere (cioè, incardinata nell'università) in Europa e tra le prime al mondo. Il suo operare educativo e di ricerca si è sviluppato avendo come interlocutori privilegiati i mondi vitali della scuola, dell'associazionismo, del volontariato e delle istituzioni di governo locale e regionale (a cominciare dalla Regione del Veneto), oltre che istanze internazionali: in particolare l'Alto Commissario per i diritti umani delle Nazioni Unite, l'UNESCO, l'Unità diritti umani e democratizzazione della Commissione Europea, il Commissario diritti umani del Consiglio d'Europa, lo UNDP, l'UNICEF.

Fin dall'inizio, avendo come obiettivo strategico quello di contribuire a sviluppare un processo di maturazione civica e politica con forte dimensione internazionale-glocale, orientata alla progettualità e all'esercizio di ruoli di cittadinanza attiva, ci si è impegnati a evidenziare la fertilità del collegamento della tematica della pace a quella dei diritti umani. La convinzione di partenza è stata che questo approccio consente di superare certe vischiosità ideologiche e di denuncismo fine a se stesso, dare più visibile e sostanziosa legittimazione al pacifismo, coinvolgere le istituzioni di governo locale e regionale sul terreno dell'azione transnazionale, indurre gli ambienti scolastici a metter da parte, una volta per tutte, pregiudizi e perplessità del tipo: diritti umani e pacifismo, roba di sinistra ... Ci si è spesi per la messa in luce dei contenuti di una cultura assiopratica definibile come via istituzionale alla pace che, in una visione di nuovo ordine mondiale pacifico, democratico, equo e solidale, aiutasse a partecipare attivamente ai processi politici dalla città e dal quartiere fino all'ONU e alle altre legittime istanze internazionali. Su questo percorso, abbiamo tutti beneficiato dell'ispirazione di personalità carismatiche quali Dom Helder Camara, l'Abbé Pierre, Don Tonino Bello e dell'incoraggiamento e delle idee, sempre fertili, puntuali, appassionate dell'indimenticabile padre Ernesto Balducci.

Un primo risultato, che ha dimostrato di essere anche un punto di partenza, è stata la Legge della Regione del Veneto 30 marzo 1988 n. 18 portante su "Interventi regionali per la promozione di una cultura di pace". Si ricorda che la sua elaborazione è frutto della collaborazione tra un gruppo 'trasversale' (che oggi diremmo bi-partisan, Dc-Pci) di consiglieri regionali e la direzione del Centro diritti umani. L'articolo 1 di questa Legge costituisce una novità assoluta per l'immaginario giuridico, non soltanto italiano:

"1. La Regione del Veneto, in coerenza con i principi costituzionali che sanciscono il ripudio della guerra come mezzo di risoluzione delle controversie internazionali, la promozione dei diritti umani, delle libertà democratiche e della cooperazione internazionale, riconosce nella pace un diritto fondamentale degli uomini e dei popoli.

2. A tal fine promuove la cultura della pace mediante iniziative culturali e di ricerca, di educazione, di cooperazione e di informazione che tendono a fare del Veneto una terra di pace.

3. Per il conseguimento di questi obiettivi la Regione assume iniziative dirette e favorisce interventi di enti locali, organismi associativi, istituzioni culturali, gruppi di volontariato e di cooperazione internazionale presenti nella Regione".

In rapida attuazione della Legge, la Regione del Veneto si dotò di un Assessore alla pace e ai diritti umani e di un apposito Dipartimento ed entrò in funzione l'Archivio informatico regionale "pace diritti umani – peace human rights", gestito dal Centro di Padova come espressamente disposto dall'articolo 2 della Legge. La fertilità di quella che venne subito definita come la 'norma pace diritti umani' si dimostrò già nel 1991, in coincidenza con la grande mobilitazione popolare contro la (prima) guerra del Golfo. L'occasione era offerta dalla Legge 8 giugno 1990, n. 142, che prevedeva maggiore autonomia per gli enti locali. Siamo nel mese di marzo di quell'anno. Lo scambio di idee con Ernesto Balducci si tradusse nella partecipazione del Centro diritti umani ad una trasmissione radiofonica, condotta dallo stesso Balducci su Rai 3: il contenuto di quella conversazione è stato successivamente pubblicato nel volume "Le tribù della terra". Durante il viaggio di ritorno da Roma a Padova, con tappa a Perugia per relazionare all'Assemblea del Coordinamento Nazionale degli Enti Locali per la Pace, maturò l'idea di proporre a Comuni e Province, allora in mobilitazione 'costituente' a seguito dell'entrata in vigore della citata Legge del 1990, di inserire la norma pace diritti umani nei rispettivi statuti. L'idea ebbe subito il convinto appoggio di Balducci, il quale nel frattempo preparava il programma della 'sua' Quaresima notturna nella chiesa di San Domenico di Fiesole che prevedeva, tra le altre, una serata con la partecipazione del Centro diritti umani di Padova. Anche in questa originale, suggestiva occasione religiosa, l'idea della norma pace diritti umani suscitò interesse tra i partecipanti, tra i quali un gruppo di amministratori locali del Mugello.

La norma in discorso, integralmente o con qualche variante, non di sostanza, del testo originale, entrò a cascata in moltissimi statuti. Una ricerca effettuata dal Centro diritti umani nel 2009 offre una fotografia dettagliata della diffusione della norma, attraverso il monitoraggio degli statuti dei 2.372 comuni italiani con popolazione superiore ai 5.000 abitanti, delle 104 province, delle due province ad autonomia speciale e delle 20 regioni a statuto ordinario e speciale. Dalla ricerca, risulta che la norma "pace diritti umani" è stata inserita negli statuti di 2.086 dei 2.372 comuni censiti, di 97 province e di 13 regioni.

Poi fu la volta delle Leggi regionali, sulla scia della pionieritstica legge del Veneto del 1988: Abruzzo, Basilicata, Campania, Emilia Romagna, Friuli Venezia Giulia, Lazio, Liguria, Lombardia, Marche, Molise, Piemonte, Puglia, Sardegna, Toscana, Umbria, Valle d'Aosta, Province Autonome di Bolzano e Trento.

Nella prima metà degli anni ottanta, presso il Centro diritti umani si sviluppa la riflessione sulla democrazia internazionale e sulla modellistica dell'ordine mondiale, prendendo ispirazione dalla fondamentale opera di Johan Galtung "The True Worlds" (1980) e tenendo conto della continua collaborazione con le organizzazioni non governative e con le istituzioni internazionali. In questo periodo, intensi sono i rapporti con l'associazione Mani Tese, in particolare nella preparazione del Congresso internazionale svoltosi a Firenze, a Palazzo Vecchio, nel novembre del 1985, sul tema "I giovani, lo sviluppo e la partecipazione dei popoli". Al termine fu adottato un appello-manifesto "Per una costituente mondiale per la pace e lo sviluppo" il cui contenuto anticipa aspetti che caratterizzeranno, nel corso degli anni novanta, la riflessione e la proposta del movimento pacifista per un nuovo ordine mondiale più giusto, pacifico e democratico. Il volume "Democrazia internazionale, via di pace.

Per un nuovo ordine internazionale democratico", Milano, Franco Angeli, 1986, porta la dedica: Ai giovani di Mani Tese ... Per iniziativa di Mani Tese, il 28 novembre 1987 a Roma, nella sede della rivista "La Civiltà Cattolica", il volume fu presentato da Giorgio Napolitano, Dom Helder Camara, Giulio Andreotti, moderati da P. GianPaolo Salvini, direttore della rivista.

Nel 1986 ricorreva l'Anno internazionale della pace: su proposta del Centro diritti umani, il Dipartimento di Studi Internazionali dell'Università di Padova deliberò di aggiungere alla sua denominazione istituzionale la specificazione "spazio umano aperto alla cultura della pace". In quello stesso anno il Centro chiese al Maestro Wolfango Dalla Vecchia, insigne organista, già Direttore del Conservatorio Cesare Pollini di Padova, di comporre una Cantata pro pace. La risposta fu positiva: 'Musiche per una professione di pace" su testi di Anonimo Pacifista, per voci recitanti, baritono, coro di voci bianche, coro misto e orchestra. La prima esecuzione di questo ampio affresco musicale ebbe luogo nell'Aula Magna 'Galileo Galilei' dell'Università di Padova. Successive esecuzioni furono all'Università statale di Milano e, per due volte, nella Basilica di San Marco a Venezia: l'ultima avvenne nel settembre del 2003 nel ricordo di Sergio Vieira de Mello, Alto Commissario delle Nazioni Unite per i diritti umani, e di Nadia Younes sua collaboratrice, uccisi a Bagdad il 19 agosto dello stesso anno.

Si ricorda che, sempre negli anni ottanta, in particolare nella seconda metà di quel decennio, si svolgevano, con la partecipazione di migliaia di pacifisti, le affollate "European Nuclear Disarmament Conventions", END (tra le ultime, quelle di Vittoria nei Paesi Baschi e di Tallin in Estonia) dove, quanto più si avvicinava il fatidico 1989, tanto più diffusamente si parlava di diritti umani quale paradigma di riferimento per un nuovo ordine mondiale. Nel novembre del 1990 veniva ufficialmente creata a Praga la Helsinki Citizens Assembly, HCA, immaginata da Vaclav Havel durante la sua carcerazione e da altri esponenti del movimento di dissidenti denominato Charta 77. L'evento fu caratterizzato da fervida volontà di progettare, da entusiamo e commozione specie quando fece il suo ingresso nell'aula assembleare proprio Vaclav Havel, nel frattempo divenuto Presidente della Cecoslovacchia libera. In quell'occasione, esponenti qualificati del pacifismo italiano manifestavano stupore nel sentire che i loro compagni dell'Est parlavano di diritti umani e di stato di diritto, oltre che di pace e di disarmo. Ci fu chi (l'indimenticabile Tom Benettollo ...) disse: allora, dobbiamo scrivere in italiano un libro sui diritti umani e diffonderlo in seno al nostro movimento pacifista. La co-Presidenza della HCA, esercitata da Mary Kaldor e Sonja Licht, affidò al Centro diritti umani dell'Università di Padova l'incarico di mettere in funzione la neonata Commissione diritti umani della stessa HCA. Con questo mandato ufficiale e col sostegno anche finanziario della Regione del Veneto (in attuazione della pionieristica Legge del 1988), il Centro organizzò prontamente a Venezia un convegno che fu il primo seguito (follow-up) dell'assemblea di Praga e consentì ai partecipanti dell'Est e dell'Ovest di ulteriormente sviluppare rapporti di collaborazione. Il Centro di Padova lanciò in quei giorni un appello per la democratizzazione delle Nazioni Unite che annovera tra i primi firmatari Norberto Bobbio.

Nel frattempo scoppiò la prima guerra del Golfo e iniziò la fase violenta del conflitto nei Balcani. Come responsabile della Commissione diritti umani della HCA, nel 1991 la direzione del Centro di Padova partecipò attivamente ad una avventurosa (clandestina) riunione a Belgrado in casa di Sonia Licht (intervenne anche, prodigo di consigli, il vecchio Milovan Gilas) e alla Marcia della Pace Trieste-Sarajevo. In mezzo alla carovana dei Pullman, che fece tappa a Lubiana, Zagabria, Belgrado e Sarajevo, si segnalava la piccola Peugeot rossa, con tanto di targa: "HCA Human Rights Commission". Nella tappa a Belgrado, dove la carovana pacifista fu salutata da una folla commossa in attesa da più di quattro ore, la direzione del Centro diritti umani ebbe occasione di incontrare, in una affollata sala, un gruppo di madri di disertori della guerra civile e di illustrare il diritto-dovere di disertare le guerre.

La guerra del Golfo suscitò una estesa e capillare mobilitazione di protesta, di cui dà conto l'ampia documentazione contenuta nella rivista "Pace diritti dell'uomo diritti dei popoli", n. 3, 1990. Si reagiva, tra l'altro, contro la partecipazione dell'Italia ad un'operazione bellica spacciata in Parlamento come "operazione di polizia militare delle Nazioni Unite". Si era convinti che con quella guerra si sarebbe aperta la strada ad altre 'avventure senza ritorno': ciò che puntualmente si verificò nei due decenni successivi, i decenni della 'easy war' (Somalia, Kossovo, Afghanistan, Iraq ...). In seno alle associazioni, nelle parrocchie, nei consigli comunali, provinciali e regionali circolò allora diffusamente la Carta delle Nazioni Unite insieme con la Dichiarazione universale dei diritti umani. La direzione del Centro diritti umani stilò una dichiarazione di obiezione di coscienza totale, che ebbe tra i primi firmatari Mons. Tonino Bello, Vescovo di Molfetta. Tra i Comuni che, con appositi ordini del giorno e sfidando le intimidazioni provenienti da Roma, si dichiararono 'non belligeranti', si ricordano i Comuni di Ponte San Nicolò, Vigonza e Arre, in Provincia di Padova. Con la collaborazione del Centro diritti umani, essi organizzarono una marcia che si concluse a Padova, di fronte alla Prefettura, con l'intervento anche del Vescovo, Mons. Antonio Mattiazzo.

In questo contesto, un evento di eccezionale portata, quanto a numero di partecipanti e a qualità degli interventi, fu a Verona l'Arena Golfo. Tra i discorsi pronunciati nell'occasione si segnalano quelli di Davide Maria Turoldo, Tonino Bello, Alfredo Battisti, Loris Capovilla, Antonio Papisca.

Nello stesso contesto vale la pena di ricordare anche che un gruppo di nonviolenti, guidati da Mao Valpiana, occuparono i binari della linea ferroviaria Brennero-Verona dove stava per transitare un treno carico di armi destinate alla zona del Golfo. Furono denunciati. Al processo di Verona il Tribunale invitò a parlare Padre Angelo Cavagna e Antonio Papisca. I pacifisti furono assolti, con sentenza successivamente confermata in appello.

Nel 1992 meritano di essere ricordati altri eventi che furono occasione di avanzamento della cultura pace diritti sulla via istituzionale della pace. Nel mese di marzo, a Bratislava, ebbe luogo una riunione straordinaria della Helsinki Citizens Assembly, HCA, nel tentativo di scongiurare il ricorso alla violenza nell'incombente processo di autodeterminazione del popolo della Slovacchia.

Tra i partecipanti, il Sindaco di Subotica, provincia della Vojvodina, sollecitò proposte utili a salvaguardare la pace interetnica nella sua provincia. In risposta, il Centro diritti umani-Commissione diritti umani della HCA elaborò un documento sul tema dell'autodeterminazione dei popoli proponendo il modello del "territorio transnazionale", nuova figura di entità territoriale multietnica con autonomia (self-government) garantita dalle istituzioni internazionali. Il modello si basa su un duplice assunto: che i territori dove vivono più gruppi etnici, fra loro interconnessi, sono da considerare patrimonio comune dell'umanità per ragioni antropologiche, culturali, artistiche, religiose, e che in tali aree, spesso segnate da cronici conflitti, non è conveniente procedere ad atti di secessione per creare l'ennesimo stato nazionale-sovrano-armato-confinario. La risposta venne, non dal Sindaco di Subotica ma da Suren Zolian, membro del Parlamento della Repubblica di Armenia, anch'egli presente a Bratislava, il quale ritenne il documento utile alla risoluzione dell'annoso, sanguinoso conflitto tra Armenia e Azerbaigian circa lo status del Nagorno-Karabakh. In una lettera indirizzata al Centro di Padova il parlamentare incluse copia del Giornale ufficiale della Repubblica di Armenia contenente il testo, pressochè integrale, della proposta di 'territorio transnazionale" per quella martoriata regione del Caucaso. La stessa proposta fu presentata, senza successo, dalla delegazione armena ad una riunione del cosiddetto Gruppo di Minsk tenutasi a Roma: gli armeni speravano di contare sull'appoggio del governo italiano.

Un altro evento da ricordare è certamente la sessione del Tribunale Permanente dei Popoli dedicata a "La conquista dell'America e il Diritto internazionale", svoltosi a Padova, nel Palazzo della Gran Guardia, il 5 e 8 ottobre 1992, con sessione finale a Venezia, a Palazzo Ducale. L'evento, nel 500° anniversario della conquista dell'America, fu reso possibile grazie alla collaborazione del Centro diritti umani dell'Università di Padova con la Fondazione L. Basso e al sostanzioso sostegno della Regione del Veneto ai sensi della citata Legge regionale del 1988. La pubblicazione degli Atti è stata curata dal Centro diritti umani presso l'editore Bertani di Verona: il ponderoso volume si intitola "500 anni di solitudine. La conquista dell'America e il Diritto internazionale", con Introduzione di François Rigaux, Prologo di Eduardo Galeano e Copertina di Manara (Verona, 1994, pp. 500). Membri della Giuria furono: François Rigaux, Presidente, Perfecto Andrés Ibanez (Spagna), Madjid Benchikh (Algeria), Suzy Castor (Haiti), Monique Chemillier Gendreau (Francia), Dalmo de Abreu Dallari (Brasile), José Echeverria (Cile), Richard Falk (Stati Uniti), Luigi Ferrajoli (Italia), Eduardo Galeano (Uruguay), Giulio Girardi (Italia), François Houtart (Belgio), Raniero La Valle (Italia), Fabiola Letelier (Cile), Antonio Papisca (Italia), Salvatore Senese (Italia), Eduardo Umana Mendoza (Colombia).

Nel dicembre del 1992 cinquecento 'Beati costruttori di pace', tra i quali i vescovi Tonino Bello, Diego Bona e Luigi Bettazzi, padre Angelo Cavagna e don Albino Bizzotto, marciarono su Sarajevo, infrangendo l'assedio militare della città. Erano accompagnati da un documento elaborato dal Centro diritti umani che, stando alla testimonianza di padre Cavagna, fu esibito al comandante serbo di un posto di blocco. Il 10 dicembre, nel corso della cerimonia di apertura dell'anno accademico della Scuola post-universitaria di specializzazione in Istituzioni e tecniche di tutela dei diritti umani dell'Università di Padova, con l'intervento del Presidente della Corte costituzionale Francesco Paolo Casavola, avvenne il fortunoso collegamento telefonico coi 'Beati' in vista di Sarajevo: al telefono, le voci di Mons. Bettazzi e don Albino commossero il folto pubblico convenuto nell'Aula dei Giganti dell'Ateneo Patavino.

Il periodo che va dal 1992 al 2007 si è caratterizzato per un crescendo di collaborazione del Centro diritti umani col movimento pacifista, in particolare con la Tavola della Pace, coordinata da Flavio Lotti con l'assistenza sapienziale di Padre Nicola Giandomenico del Sacro Convento di Assisi, all'insegna della "ONU dei Popoli", lo stesso titolo di una rubrica mensile curata per due anni sulla rivista Nigrizia. La Marcia Perugia-Assisi del 1995, nel cinquantesimo anniversario dell'Organizzazione delle Nazioni Unite, ha segnato l'inizio di una nuova fase del movimento pacifista italiano e internazionale, ricca delle idee e della progettualità a tutto campo che veniva sviluppandosi in occasione delle biennali "Assemblee dell'ONU dei Popoli", due giorni di riflessioni e dibattiti che precedevano la Marcia. Insieme con l'accresciuta rappresentatività internazionale dei partecipanti a queste Assemblee, aumentava il numero dei partecipanti alla Marcia insieme con il riconoscimento internazionale del ruolo trainante della Tavola. La Marcia del cinquantesimo delle Nazioni Unite fu, certamente, la più importante manifestazione popolare di quell'anno, come tale riconosciuta anche dal Comitato interministeriale per i diritti umani, CIDU, incaricato di sovrintendere all'applicazione di un'apposita legge e di erogarne i fondi stanziati. Di questi beneficiò anche l'organizzazione della "Perugia- Assisi". Tra i partecipanti a quella memorabile Marcia merita un grato ricordo Nadia Younes, direttrice dell'Ufficio ONU a Roma. Anche il Palazzo di Vetro giudicò la manifestazione italiana come la più imponente a livello mondiale. Nel gennaio del 1996, in visita a Roma, il Segretario Generale delle Nazioni Unite, Boutros Boutros-Ghali tenne un discorso nella Sala della Protomoteca in Campidoglio, al termine del quale quale tributò plauso e riconoscenza agli organizzatori e ai partecipanti della Perugia-Assisi.

L'attenzione al tema dell'ordine mondiale e alla centralità dell'Organizzazione delle Nazioni Unite, da rafforzare e democratizzare, fu alta e sempre più puntualmente progettuale nel periodo 1992-2007. In questo arco di tempo si segnalano in particolare: l'Assemblea dell'ONU dei Popoli nell'ottobre 1997 dedicata al tema dell'economia di giustizia e dell'ordine mondiale; nel maggio 1999 la Marcia della Pace straordinaria di denuncia dell'illegalità dell'intervento militare in Kossovo, con un documento preparatorio sul tema "Cessate il fuoco. Per la pace nei Balcani"; l'11 ottobre 2003 a Perugia l'importante udienza conoscitiva condotta da funzionari delle Nazioni Unite in preparazione del Rapporto "We the Peoples: civil society, the United Nations and global governance" (cosiddetto "Rapporto Cardoso"); il Convegno internazionale, organizzato a Padova il 4 e 5 novembre 2005, all'insegna di "Reclaim our United Nations": slogan immediatamente fatto proprio da un blog internazionale tuttora attivo. In questo Convegno furono relatori, tra gli altri, l'Ambasciatrice Hina Jilani, Rappresentante speciale delle Nazioni Unite per gli 'human rights defenders' e Antonio Guterres, attuale Alto Commissario delle Nazioni Unite per i rifugiati.

Il tema della giustizia penale internazionale è stato, e continua ad essere, tra quelli ricorrenti nella riflessione propositiva del pacifismo transnazionale: tra le ONG italiane o con sezione italiana si distinguono in particolare Nessuno tocchi Caino, Amnesty International, Non c'è pace senza giustizia. Nei mesi di giugno e luglio del 1998 si svolse a Roma la Conferenza internazionale che si concluse con l'adozione dello statuto della Corte Penale Internazionale. Il 15 giugno, alla vigilia dell'apertura della Conferenza, il Coordinamento Nazionale degli Enti Locali per la Pace organizzò in piazza del Campidoglio una manifestazione di straordinario impatto culturale e politico, alla presenza di autorità nazionali e internazionali e di numerosi Gonfaloni di Comuni, Province e Regioni. Per l'occasione presero la parola il Sindaco Francesco Rutelli, la Commissaria europea Emma Bonino, l'Alta Commissaria delle Nazioni Unite per i diritti umani Mary Robinson, il Presidente della Provincia di Perugia Mariano Borgognoni, il Direttore del Centro diritti umani di Padova. Flavio Lotti era accanto al palco dei relatori insieme con le Chiarine di Assisi in costume medievale, il cui squillo volle significare l'importanza storica dell'evento che stava per compiersi in Italia.

Un altro segnale di maturazione culturale sulla via istituzionale alla pace venne da Napoli il 25 ottobre del 2002. Durante l'Assemblea a Castel dell'Ovo, il Coordinamento Nazionale decise di completare con "diritti umani" la propria denominazione: da allora, si chiama Coordinamento Nazionale degli Enti Locali per la Pace e i Diritti Umani. È un modo significativo per sottolineare per così dire dal basso – cioè da dove inizia, genuinamente, la dinamica della sussidiarietà territoriale – l'intrinseca inscindibilità del binomio pace diritti umani e il primato della legalità universale in tutti i campi e a tutti i livelli.

Un tema importante di mobilitazione della società civile solidarista ha riguardato la creazione in Italia di una infrastruttura diritti umani composta da una Commissione Nazionale e da un Difensore Civico Nazionale con i requisiti raccomandati dall'Assemblea Generale delle Nazioni Unite con risoluzione 48/134 del 20 dicembre 1993 in conformità ai cosiddetti Principi di Parigi: tra gli altri, il requisito dell'indipendenza dall'Esecutivo. Il Centro diritti umani ha costantemente attirato l'attenzione – organizzando convegni dei Difensori civici regionali, svolgendo attività di ricerca, pubblicando volumi, e collaborando direttamente al funzionamento degli uffici del Difensore Civico e del Tutore Pubblico dei Minori della Regione del Veneto – sulla necessità per l'Italia di adeguarsi agli standards internazionali. Su questo terreno va segnalata l'azione, tenace e competente, del Comitato Nazionale per la Promozione e la protezione dei Diritti Umani formato da un cartello di 90 ONG sotto la guida di Barbara Terenzi e Carola Carazzone e di altri 'persuasi'. Questo Comitato ha sicuramente contribuito ad accelerare l'iter parlamentare del disegno di legge portante su "Istituzione della Commissione nazionale per la promozione e la tutela dei diritti umani" approvato dal Senato il 19 luglio 2011.

Un altro importante tema presente nell'agenda del pacifismo italiano riguarda la promozione di ruolo degli enti di governo locale (local governments) nel sistema della politica internazionale, in particolare nei processi di presa delle decisioni delle istituzioni multilaterali. L'incontro a Perugia del 6-7 ottobre del 2006 con una delegazione della 'United Cities and Local Governments', UCLG, e della VNG dell'Aja (agenzia degli enti locali dei Paesi Bassi), ha aperto un percorso di fertile collaborazione che ha consentito di partecipare alla preparazione della Prima Conferenza mondiale sulla City Diplomacy, svoltasi all'Aja, nello storico Palazzo della Pace, nel giugno del 2008. Il contributo italiano è consistito nell'elucidare il collegamento tra il paradigma pace-diritti umani e il valore dell'autonomia locale intesa quale self-government, non come mero decentramento amministrativo, e nel sottolineare che la cosiddetta 'responsabilità di proteggere' (responsibility to protect) compete primariamente ai governi locali tenuto conto del fatto che è nei rispettivi territori, cioè dove le persone, le famiglie e i gruppi vivono, che i diritti fondamentali della persona si rispettano o si violano nel quotidiano.

La riflessione in materia è in pieno sviluppo, in particolate in seno al Comitato delle Regioni dell'Unione Europea impegnato, attraverso la sua 'Cellula di prospettiva' e i relativi 'ateliers' di approfondimento, a elucidare la tematica della multi-level governance e, all'interno di questa architettura, del ruolo transnazionale degli enti locali. Anche in questo contesto il contributo italiano è consistito nell'incanalare la riflessione propositiva con riferimento alla sfera glocale di legalità marcata dal Diritto internazionale dei diritti umani e dalla Carta dei diritti fondamentali dell'UE. In questa prospettiva l'attenzione si è in particolare appuntata sulle prospettive aperte da una nuova figura di entità territoriale, il Gruppo Europeo di Cooperazione Territoriale, GECT, istituito in virtù del Regolamento n. 1082/2006 comgiuntamente adottato dal Parlamento europeo e dal Consiglio dell'UE il 5 luglio del 2006. Si è in presenza di innovative forme di aggregazione territoriale di enti locali di vari paesi, basate su accordi internazionali e dotate di personalità di diritto pubblico: comincia a rompersi il monopolio della territorialità detenuto dagli stati 'sovrani'. L'impegno del pacifismo è ora a far sì che, sulla base della esperienza italiana, gli statuti dei GECT si dotino anch'essi della norma pace diritti umani e prevedano una adeguata infrastruttura organizzativa in materia.

Un cenno particolare merita la Marcia della Pace del 2007, preceduta dalla settima Assemblea dell'ONU dei Popoli, ambedue all'insegna di "tutti i diritti umani per tutti", come fisicamente sottolineato dalla serie di cartelloni, ciascuno dedicato ad uno specifico diritto umano, preparati e portati lungo il percorso da Perugia ad Assisi dagli studenti del Corso di laurea magistrale in Istituzioni e politiche dei diritti umani e della pace dell'Università di Padova. Quella Marcia è stata un tripudio di gioventù, libera da condizionamenti ideologici, aperta ad un futuro di civismo attivo e di politica educata. Il documento fatto circolare per l'occasione porta il titolo "La pace non è il suo nome ma ciò che la fa: l'Agenda politica dei diritti umani". Sulla via istituzionale alla pace assume grandissimo rilievo la ridefinizione della cittadinanza nell'ottica dell'inclusione: ad omnes includendos. L'avvenuto riconoscimento giuridico internazionale dei diritti che ineriscono alla eguale dignità di tutti i membri della famiglia umana, postula che si definisca la cittadinanza al plurale, metaforicamente concepita come un albero il cui tronco è costituito dai diritti umani e i rami sono le cittadinanze 'anagrafiche' (nazionali, regionali, comunali, dell'UE) debitamente armonizzate con la prima. Questo processo, reso attuale, anzi urgente sotto l'impatto dei flussi migratori e i collegati fenomeni di multiculturalizzazione, porta ad assumere quale unico parametro di riferimento per la cittadinanza anagrafica lo ius humanae dignitatis (diritto della dignità umana) e la residenzialità, quindi a considerare come definitivamente superato il discriminatorio ius sanguinis (diritto di sangue). Il tema del dialogo interculturale si collega a questo processo di ridefinizione, valendo anche per esso il collegamento al paradigma dei diritti umani quale codice di valori universali da condividere per passare dallo scambio di conoscenze reciproche alla fase del fare insieme per il bene comune nella città inclusiva, godendo dei medesimi diritti e doveri-responsabilità di cittadinanza.

Abbiamo prima accennato all'importanza strategica dell'educazione. Su questo terreno il pacifismo italiano è fortemente impegnato, con l'avallo anche delle Leggi regionali e di quanto dispongono gli statuti di Comuni e Province per la promozione di una cultura di pace diritti umani. Sul piano internazionale, un significativo impulso a proseguire, anzi a intensificare questo impegno è venuto dal Consiglio diritti umani delle Nazioni Unite, che ha adottato nel marzo 2011 il testo della Dichiarazione delle Nazioni Unite sull'educazione e la formazione ai diritti umani, la quale stabilisce che questo specifico tipo di educazione corrisponde a un diritto fondamentale della persona e quindi a un dovere degli stati. Lo Stato italiano ha contribuito attivamente alla sua elaborazione, con la collaborazione anche del Centro diritti umani di Padova, in particolare in occasione della conferenza internazionale di Marrakech del luglio 2009. In Italia è in corso di realizzazione da tre anni il programma di insegnamento "Cittadinanza e Costituzione" nelle scuole di ogni ordine e grado: è significativo che nella piattaforma di contenuti per la formazione degli insegnanti figuri un nucleo tematico intitolato "dignità umana e diritti umani". L'occasione è dunque venuta per, finalmente, dare all'educazione civica nel nostro Paese dignità, respiro e continuità in sinergia con quanto elaborato in sede di Nazioni Unite, di Unesco e di Consiglio d'Europa.

Con il presente volume intendiamo portare a conoscenza del lettore 'spezzoni' significativi di quanto è stato pensato nel laboratorio di nuova cultura politica sulla via istituzionale alla pace. Ci auguriamo che di questo materiale si possano cogliere la tensione progettuale e l'attualità. Gli ambienti di società civile solidarista, dunque di società doppiamente civile, negli anni che seguono il 1989 – anni che i governi, in particolare quelli occidentali, hanno sprecato sull'altare malefico del neoliberismo, dell'unilateralismo, della 'guerra facile', della propaganda per lo scontro delle civiltà, dell'asservimento delle Nazioni Unite alla logica dei due pesi-due misure e dei ritardi strutturali –, non si sono lasciati omologare dai vischiosi contorcimenti semantici di una pervicace onnivora partitocrazia, che pretende di saper tutto, occupare tutto, stoppare tutto, espressione di deleteria, provincialistica subcultura. Le formazioni di società civile-civile hanno dimostrato di saper dare al paradigma pace diritti umani contenuti e organicità di "agenda politica", come dire orizzonte strategico. Per riconoscimento internazionale, hanno dimostrato di saper agire da protagonisti nello spazio glocale della cultura e dell'attività democratica, al passo coi tempi, in taluni casi anche anticipandoli senza cadere in inutili utopismi, nella piena consapevolezza che al fuorviante, anzi aberrante slogan "più società, meno stato" occorre contrapporre "più società, più istituzioni pubbliche" deputate a perseguire il bene comune nello spazio glocale che è proprio di una governance umanamente sostenibile. E che per queste istituzioni di buon governo "dalla città all'ONU" occorrono persone che abbiano i diritti umani e la pace nella mente e nel cuore: "Poiché è nelle menti degli uomini che nascono le guerre, è nelle menti degli uomini che devono essere costruite le difese della pace" (Costituzione dell'Unesco).

Ci permettiamo di attirare l'attenzione in particolare sul materiale che si riferisce alla originale sequela delle "Assemblee dell'ONU dei Popoli" organizzate dalla Tavola della Pace e alla cui preparazione tematica ha attivamente collaborato il Centro diritti umani dell'Università di Padova. Soprattutto gli anni dal 1992 al 2007, come già sottolineato, sono stati anni molto fecondi: anni di semina e divulgazione di universali, da far fruttare.

La Tavola della Pace, pensata nel Sacro Convento di Assisi da P. Nicola Giandomenico e Flavio Lotti nel febbraio del 1996, è essa stessa seme, che ha già dato frutti e deve continuare a darne altri ancora. È questo il fervido auspicio che, in tutta umiltà ma con convinta determinazione, formuliamo in quanto testimoni diretti di una meravigliosa stagione progettuale.

Padova, agosto 2011

nel 50° anniversario della Marcia della Pace Perugia-Assisi

Aggiornato il

14/10/2011

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