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Alcune nuvole nere incombono su un campo per gli sfollati del terremoto del gennaio 2010 a Port-au-Prince, Haiti
© UN photo/Logan Abassi

La sentenza del Tribunale permanente dei popoli sulle politiche del Fondo Monetario Internazionale e della Banca Mondiale in materia di ambiente e popoli indigeni.

Nel 1988, il Tribunale permanente dei popoli riconosce che le politiche del Fondo Monetario Internazionale e della Banca Mondiale hanno danneggiato gravemente l'ambiente, distruggendo i territori dei popoli indigeni e formula proposte di mutamento.

Autore: Chiara Madaro

Nel corso degli anni '70, in seguito all'aumento del 400% del prezzo del petrolio da parte dei paesi Opec, il Fondo Monetario Internazionale (FMI) e la Banca Mondiale (BM) iniziano a promuovere la realizzazione di progetti mastodontici per far fronte all'inflazione incombente. La finanza mondiale decide di investire, in particolare, in Africa e America Latina, luoghi della Terra che offrivano grosse possibilità nel ramo delle infrastrutture. L'obiettivo dichiarato doveva essere la riduzione della povertà nei paesi in via di sviluppo.

Nella seconda metà degli anni '80, l'Associazione americana dei giuristi, organizzazione non governativa con status consultivo presso il Consiglio economico e sociale delle Nazioni Unite con sede a Buenos Aires e New York, chiede l'intervento del Tribunale permanente dei popoli per valutare le eventuali violazioni dei diritti umani prodotte da tali politiche, con particolare riferimento al diritto all'autodeterminazione dei popoli. Il Tribunale, creato nel 1979 da Lelio Basso, si riunisce a Berlino Est nei giorni 26-29 settembre 1988 ed emana la Sentenza sulle politiche del Fondo Monetario Internazionale e della Banca Mondiale, secondo cui "(...) la politica di adattamento strutturale della Banca Mondiale/FMI ha causato un crescente trasferimento netto di risorse dai paesi debitori a quelli creditori. Di conseguenza, la vita e i suoi standard nei paesi debitori sono peggiorati. L'ambiente è stato danneggiato irreversibilmente e sono stati distrutti territori delle popolazioni indigene. Dovrebbe essere perciò preso in considerazione il pagamento di un risarcimento".

Negli anni '80, infatti, erano emerse una serie di contraddizioni in merito alle politiche intraprese da questi due organismi. Con la regola della 'crescita attraverso l'indebitamento', BM e FMI avevano iniziato a prestare ai paesi in via di sviluppo notevoli somme di denaro che resero possibile l'abbattimento di intere foreste per favorire la costruzione di strade, grandi dighe, coltivazioni estensive ed intensive, ecc. L'obiettivo era di consentire a questi paesi di crescere economicamente, allacciando rapporti economici vantaggiosi con i paesi sviluppati. Ma, ben presto, ci si rese conto che i risultati di queste politiche erano contrari alle aspettative. I benefici di questi progetti hanno investito, infatti, solo una piccola parte della popolazione locale, mentre gli stati debitori non sono riusciti a colmare il proprio debito che, anzi, è cresciuto al punto da essere oggi difficilmente ripagabile. In molti casi, poi, i costi per la realizzazione dei progetti sono lievitati fino al 70% in più rispetto alle previsioni, e anche i tempi di realizzazione si sono prolungati. Gravi e irreversibili anche i danni all'ambiente. In questo scenario, a pagare il prezzo più alto sono state le popolazioni locali, costrette a gravosi spostamenti che hanno comportato la perdita di ogni loro avere senza essere in alcun modo ricompensati da alcun beneficio.

Con la sentenza sulle politiche del Fondo monetario internazionale e di Banca mondiale, il Tribunale permanente dei popoli denuncia i grossi disequilibri esistenti tra paesi sviluppati e paesi in via di sviluppo. Emergono, in particolare, dati impressionanti sull'aumento della povertà estrema in Africa, Asia e Sudamerica. Dati che consentono al Tribunale di giudicare gli anni '80 come un decennio perso per lo sviluppo. Secondo gli esperti, il rischio di fallimento delle banche, causato dalla crisi del debito estero che si era aperta all'inizio degli anni '80, è stato sanato a scapito dei paesi e delle popolazioni più deboli che, nel corso degli anni, hanno continuato a fornire a banche multinazionali e società private l'opportunità di ottenere profitti. Il risultato è stato che in paesi come l'Argentina, ad esempio, la disoccupazione è aumentata a livelli vertiginosi: tra il 1983 e il 1985 è stato registrato un incremento del 58%, mentre i salari hanno subito un brusco calo.

Secondo la sentenza del Tribunale, le ragioni di questo fallimento sono attribuibili a 4 motivi fondamentali:

  • l'eredità coloniale che ha lasciato pratiche economiche, sociali e politiche che già contenevano in sé i germi di uno sviluppo "indebitato";
  • le politiche di governi e classi dirigenti nei paesi in via di sviluppo;
  • le politiche monetarie adottate dai paesi industrializzati in risposta alla crisi, in particolare il drastico aumento dei tassi di interesse dal 1979 in poi;
  • le cosiddette "scosse esterne", cioè le tendenze del mercato mondiale che sono al di fuori del controllo dei paesi in via di sviluppo (per esempio, i prezzi del petrolio, le condizioni commerciali, il protezionismo nei paesi industrializzati, i forti aumenti dei tassi di interesse, ecc.).

Secondo il Tribunale, gli organismi delle Nazioni Unite che si occupano di diritti umani, come ad esempio l'ECOSOC, avrebbero dovuto "esaminare la contraddizione fra politica di adattamento del FMI e la salvaguardia dei diritti umani". Il Tribunale auspica, pertanto, una revisione e un rimodellamento in senso democratico di Fondo e Banca (cfr. il testo della sentenza in allegato).

Ma dopo vent'anni poco è cambiato nel sistema: secondo uno studio della Ong statunitense Bank Information Center, i prestiti della BM finalizzati alla realizzazione di progetti estrattivi sono cresciuti del 22% solo nel biennio 2007-2009. In aumento anche gli investimenti in altri progetti per l'approvvigionamento di energia proveniente da combustibili fossili, con conseguenti ricadute negative sia in campo ambientale sia in quello dei diritti umani delle popolazioni locali.

Inoltre, le politiche per la mitigazione dei cambiamenti climatici hanno paradossalmente contribuito a peggiorare la situazione. A destare particolare preoccupazione sono soprattutto le politiche realizzate nell'ambito dei Clean Development Mechanisms, istituiti ai sensi del Protocollo di Kyoto. Secondo varie fonti tra cui il Centro di documentazione conflitti ambientali (CDCA) e la Campagna per la riforma della Banca mondiale (CRBM), ancora una volta, sotto la bandiera dell'ambiente e dello sviluppo sostenibile, vengono avviati una serie di progetti per la mitigazione dei cambiamenti climatici che in realtà colpiscono proprio i gruppi e gli ecosistemi maggiormente vulnerabili. Dal 2008, ad esempio, sono stati finanziati progetti per la raccolta di sabbie bituminose nelle foreste del Congo che, insieme al coltan, all'olio di palma e al petrolio, hanno già provocato un grave impoverimento delle risorse idriche, un alto tasso di deforestazione con la distruzione di importanti habitat naturali. Ancora una volta questi megaprogetti vedono il coinvolgimento della Banca Mondiale. Nel 2005 durante il G8 di Gleneagles i Paesi sviluppati hanno, infatti, incaricato la BM di elaborare una strategia di investimenti che tenesse in considerazione l'accesso all'energia delle popolazioni più povere tenendo conto della crisi del sistema climatico. La BM ha avviato progetti puntando sul carbone e le grandi centrali idroelettriche, evidentemente rientranti nell'idea di energia pulita dei progettisti. Una richiesta reiterata nel 2009 in occasione della Conferenza delle Nazioni Unite sui cambiamenti climatici di Copenhagen, dove si stabilisce che il nuovo Copenhagen Green Climate Fund - un meccanismo finanziario pensato per la promozione di progetti, programmi e politiche di adattamento ai cambiamenti climatici per i paesi in via di sviluppo - venga gestito da BM.

Un altro spunto di riflessione riguarda il ruolo degli attori che materialmente realizzano questi megaprogetti: la costruzione di ponti, viadotti, autostrade, dighe, ecc. viene spesso affidata ad imprese multinazionali – anche italiane - che, malgrado le dichiarazioni di buoni intenti, continuano a collezionare critiche da parte della società civile che parla di violazioni estese e sistematiche dei diritti umani causate dai progetti di sviluppo. Un motivo in più per avviare anche nel nostro Paese un monitoraggio degli effetti che queste politiche hanno su ambiente e diritti dei popoli indigeni.

 

 

 

 

Risorse

Aggiornato il

24/10/2011