inclusione

Costituzione, partecipazione ed inclusione

Dall’introduzione al Seminario 'Al centro la Costituzione. Fra storia, referendum, inclusione e futuro', svoltosi l’11 marzo 2026 (Locandina Costituzione 11.03.26) Salvatore Soresi, Università di Padova, Fisppa, Laboratorio Larios

Con questo contributo mi vorrei concentrare su alcune bellissime parole, come partecipazione, sviluppo, dignità, rispetto, condivisione, ecc., che purtroppo sono soggette ad usura semantica, a perdere di significato a causa della loro elevata frequenza d’uso, e, persino, ad occupare posizioni centrali nell’agnotologia, in quella scienza, cioè, di diffusione intenzionale dell’ignoranza, di sensi comuni, di stereotipi, di superficialità e pregiudizi.

Si tratta di parole che usiamo spesso anche in quelli che al Larios chiamiamo laboratori 5.0, che sono finalizzati a incrementare la capacità, dei e delle giovani soprattutto, di immaginare e costruire scenari futuri, governati dalla giustizia sociale e in favore dell’inclusione, del lavoro di qualità, del benessere e ben-stare.

Cercare di perseguire questi obiettivi con i giovani di oggi non è certamente facile perché si tratta di costrutti complessi, non processi automatici, frutto di un evolversi naturale delle cose; essi sono il risultato, peraltro non definitivo, di conflitti, movimenti, partecipazioni, provocazioni e decisioni politiche. 

Nel far questo ci troviamo spesso a parlare anche di Costituzione nei termini di Piero Calamandrei, che la considerava un programma affidato alle generazioni future, ai nostri e alle nostre giovani, soprattutto. 

Nel dire queste cose, ci tengo a precisare, però, che qui non intendo rivolgermi ai giovani, ma, in primis, agli adulti, in quanto trattasi di un compito particolarmente difficile ... di agire, cioè, in favore, soprattutto, di coloro che non vogliono lasciarsi coinvolgere e strumentalizzare da noi adulti, e che, giustamente, ci considerano responsabili della qualità dei loro presenti. 

Il costrutto che mi sembra maggiormente in grado di collegare tra di loro le parole più sopra elencate è secondo me, l’immaginazione che, sebbene non compaia mai nel testo della nostra Costituzione, è trattata da molti costituzionalisti in termini di immaginazione politica istituzionalizzata, nell’ambito di un’idea di Costituzione come piccola “geografia del futuro”, ovvero un insieme di parole che esprimono una forte tensione progettuale e trasformativa. 

In questo Unger, il famoso filosofo brasiliano, si spinge ancora più in là, affermando che abbiamo tutto il diritto di immaginare istituzioni alternative, nuove forme di organizzazione sociale in grado di confrontarsi oggi con l’Intelligenza artificiale, con le crisi ecologiche, con le nuove forme di lavoro, e con le società digitali.

Purtroppo, in questi ultimi anni, stiamo assistendo al diffondersi di quella che viene chiamata ‘crisi dell’immaginazione’ e, in particolare, crisi dell’immaginazione collettiva, e alla presenza, addirittura, di grandi disuguaglianze persino nell’accesso all’immaginazione del futuro a svantaggio naturalmente di coloro che provengono dalle fasce più marginali della popolazione. 

Per affrontare queste crisi, anche molti costituzionalisti affermano che è necessario collegare l’immaginazione al costituzionalismo, che dobbiamo interagire con i futures studies, con le teorie delle complessità, con il pensiero possibilista, e, in particolare, condividere il concetto di immaginazione pragmatica, quella che non va trattata come se fosse un nome accompagnato da un aggettivo, ma come un insieme di verbi, di azioni, di cose da fare. 

Fortunatamente oggi esiste tanta letteratura internazionale che ci suggerisce come promuoverla anche al fine di rendere possibile la tutela del diritto di tutti e tutte ad immaginare futuri di qualità. 

Ritornando al titolo di questo contributo, mi vengono in mente soprattutto due studiosi, ai quali sento il dovere di porgere il mio ringraziamento:

a) Il primo è Robert Proctor che ha introdotto nelle scienze sociali il concetto di agnotologia, lo studio cioè di quella che definisce produzione deliberata dell'ignoranza, di quella che sarebbe particolarmente cara a chi è interessato a ‘vendere prodotti’ di dubbia qualità e ad attirare su di sé favori e consensi. Qui, secondo Proctor, c’è bisogno dell’immaginazione per individuare e smascherare chi può trarre vantaggio da quella nebbia cognitiva, come lui la definisce, che intenzionalmente viene sollevata da qualcuno. 

b) Il secondo è Roberto Mangabeira Unger, un pensatore visionario, "fuori dagli schemi", che rifiuta l'idea che le strutture sociali siano naturali e inevitabili. Per lui, progettare il futuro non significa fare previsioni, ma riaprire il campo delle possibilità. Unger, inoltre, critica quello che chiama "feticismo istituzionale": la convinzione, cioè, che la democrazia o il mercato debbano avere un'unica forma e, in particolare, quella attuale. Parlando di plasticità istituzionale, afferma che non basta ridistribuire la ricchezza; bisogna ridistribuire anche le opportunità per essere innovativi

Pensando a Proctor e a Unger ho iniziato a immaginare cosa potrebbero dirci se partecipassero a questo seminario. 

Io li presenterei dicendo che trattasi di due storici delle scienze che, secondo me, condividono un'ossessione: quella di capire perché il futuro e il cambiamento facciano tanta fatica a nascere e crescere. 

Mi piace immaginare che prenda subito la parola Proctor, dicendo: "Caro Salvatore, il problema non è che le persone non vogliono cambiare. È che qualcuno ha lavorato sistematicamente per rendere impensabile il cambiamento. L'ignoranza non è vuota, non è astratta — è un edificio costruito mattone su mattone."

Unger, a questo punto, potrebbe intervenire con parole simili alle seguenti: "Esatto. Ma quell'edificio ha un nome: si chiama falso necessitarismo. Ci convincono cioè che le istituzioni esistenti siano necessarie e le uniche possibili. E questa è la più potente forma di conservatorismo — quello che non si vede perché rimane perennemente nascosto."

Così continuerei e chiederei “E dell’inclusione, cosa ci dite?”.

Proctor molto probabilmente direbbe che Inclusione è diventata una parola logorata. Usata da tutti, ma svuotata da significati precisi. E ci chiederebbe: ‘Ma chi ci guadagna da questa ambiguità? Chi preferisce che resti un'aspirazione vaga, piuttosto che un progetto chiaro e preciso?”

Unger aggiungerebbe che l'inclusione, quella vera, richiede un’immaginazione istituzionale: “Non basta dire 'vogliamo includere tutti' — bisogna costruire le strutture concrete che la rendano possibile. Ma questo, purtroppo, spaventa e viene ostacolato da coloro che traggono vantaggi dall'esclusione.”

Ma di che immaginazione state parlando?  Qui i due probabilmente sarebbero molto d’accordo nell’affermare che l’immaginazione non è fantasia — ma lo strumento politico e intellettuale per resistere sia alla nebbia cognitiva di Proctor sia al pensiero unico istituzionale di Unger.

A questo punto, per ragioni di tempo, interverrei dicendo loro:

“Grazie, cari amici, ma noi che partecipiamo a questo seminario cosa potremmo dire e fare?”

Tanto! Risponderebbero. Ad esempio:

  1. Potreste dichiarare apertamente che siete insoddisfatti di come si continua a parlare di futuro e di inclusione in termini prettamente informativi e valutativi e in funzione di inserimenti lavorativi e sociali, funzionali unicamente al rispetto delle leggi e delle aspettative dei mercati;
  2. Aiutare le persone e i loro contesti sociali e naturali di vita, a diventare maggiormente prospettici, lungimiranti, prosperanti;
  3. Potreste diffondere il convincimento che i temi dell’inclusione e della progettazione del futuro, possano essere affrontati incrementando la curiosità, la riflessività, la condivisione, l’attivismo, e una forma di resistenza condivisa più che una resilienza individuale;
  4. Potreste affermare apertamente che desiderate ‘uscire dal coro’, che non volete sentir parlare solo di meriti, di accettazione di regole già predisposte, di crescita, di continuare ad essere competitivi senza preoccuparvi della cura dei diritti dei perdenti;
  5. Ai partecipanti a questo seminario, infine, diremmo che sono dalla nostra, tutti e tutte coloro che considerano non esaustivo questo elenco e che intravvedono tanti altri dire e fare. 

Informazioni si possono trovare anche sulla pagina del laboratorio La.R.I.O.S. dell’Università di Padova:  https://www.larios.fisppa.unipd.it/it-it/?p=4022 

Parole chiave

inclusione generazioni future giovani