Algoritmi affamati: il lato nascosto dell’AI
Sommario
- La spazzatura che crea dipendenza
- Social, le nuove sigarette
- Umani pagati per addestrare l’AI
- "Affitta un umano”
- Quasi umani
Il presidente nordamericano Donald Trump (come Gesù o un medico?) che resuscita o cura (Jeffrey Epstein o un malato?) è una recente creazione realizzata con sistemi di intelligenza artificiale immediatamente consegnata alle polemiche e alle ripercussioni, anche politiche, per la potenza dirompente dell’immagine. Creazioni sempre più fedeli alla realtà o verosimili nei video di gattini umanizzati o nelle ricostruzioni di come eravamo negli anni ‘90: tutta questa produzione umana alimenta i modelli linguistici di grandi dimensioni, o LLM (“Large Language Models”).
Gli LLM, spiega Cole Stryker di IBM Think, “rappresentano un grande passo avanti nel modo in cui gli umani interagiscono con la tecnologia perché sono il primo sistema AI che può gestire il linguaggio umano non strutturato su larga scala, consentendo una comunicazione naturale con le macchine. Laddove i motori di ricerca tradizionali e altri sistemi programmati utilizzano algoritmi per abbinare le parole chiave, gli LLM acquisiscono contesto, sfumature e ragionamenti più profondi. Gli LLM, una volta addestrati, possono adattarsi a molte applicazioni che implicano l'interpretazione del testo, come il riepilogo di un articolo, il debug del codice o la stesura di una clausola legale. Una volta attribuite funzionalità di agente agli LLM, questi possono svolgere, con diversi gradi di autonomia, varie attività che altrimenti verrebbero eseguite dagli esseri umani.”
La spazzatura che crea dipendenza
Questa “comunicazione naturale con le macchine” è soprattutto unidirezionale: noi umani forniamo al modello il “cibo” di cui ha bisogno per darci le risposte strutturate che cerchiamo. L’AI mangia un po’ di tutto, spesso - come facciamo noi - cibo spazzatura che poi alimenta il noto effetto “garbage in garbage out” . Anche per l’AI vale il detto “sei quello che mangi”, ma la cosa più sorprendente è il suo metodo, anche questo unilaterale. Il modello preleva dati da dove può, in modo trasparente o opaco, spesso in violazione di regole di ormai difficile se non impossibile applicazione, come il diritto d’autore. Ma il punto è un altro: il modo più efficace per alimentare un LLM è creare dipendenza negli esseri umani, che si prestano ben volentieri soprattutto grazie ai social network (da TikTok a Instagram). Una formula seducente, che rimanda alle preconcette donne “ammaliatrici” capaci di… mangiare gli uomini.
Social, le nuove sigarette
Nel corso di due recenti processi, in California e nel Nuovo Messico, riporta CNN, le giurie hanno ritenuto Meta (proprietaria di Facebook, WhatsApp e Instagram) e Google “responsabili per il design dannoso, che crea dipendenza dei loro prodotti” e responsabili anche “per non aver protetto i bambini dalle loro app”, che come è noto, sono utilizzabili fin dai 13 anni di età.
C’è, secondo I giudici, un nesso causale chiaro tra uso dei social e dipendenza. Questo, prosegue Cnn, “potrebbe essere un momento ‘Big Tobacco’ (una famosa causa vinta nel 2006 dalla American Cancer Society contro le grandi aziende produttrici di sigarette, ndr) per i social media e il vero significato di questi casi deve ancora manifestarsi”.
Intanto, riporta la BBC, Meta ha “rimosso dalle sue piattaforme social gli annunci di studi legali che cercavano clienti per future cause legali legate alla dipendenza dai social media". L’azienda fondata da Mark Zuckerberg ha rilasciato una dichiarazione in merito: "Non permetteremo agli avvocati specializzati in contenziosi di trarre profitto dalle nostre piattaforme, sostenendo al contempo che siano dannose".
Umani pagati per addestrare l’AI
Siamo destinati a diventare una commodity per la tecnologia e non il contrario? Racconta il giornalista Massimo Cerofolini nel suo programma radiofonico Eta Beta, Radio1: “Sono già migliaia i lavoratori precari americani reclutati per filmarsi mentre svolgono faccende domestiche, pagati poche decine di dollari per ore di riprese in prima persona. Quei video diventano materia prima preziosa per addestrare le macchine del futuro: robot umanoidi, sistemi autonomi, intelligenze che dovranno agire nello spazio fisico.”
Il nostro sentimento di umanità talvolta aiuta volontariamente e gratuitamente dei robot, come accaduto a Turku, in Finlandia, dove i passanti danno una mano a piccoli contenitori robotici su ruote per le consegne a rimettersi in carreggiata. Succede anche il contrario però: delivery robot insultati dagli umani agli incroci per pedoni. In entrambi I casi, non siamo indifferenti, restiamo umani.
"Affitta un umano”
Ci sono robot che eseguono compiti, anche se siamo ancora all’inizio dello sviluppo delle loro capacità. L’intelligenza artificiale invece, da sola, non può ritirare un pacco, entrare in un negozio o interagire con il mondo reale.
Ed ecco che un giovane ingegnere, Alexander Liteplo, che lavora in Argentina, ha pensato bene di colmare questa lacuna creando RentAHuman.ai, una piattaforma-mercato in cui gli agenti AI possono pagare esseri umani per svolgere compiti fisici. La piattaforma, nata nel febbraio scorso, ha ormai oltre 740 mila persone iscritte, disponibili per eseguire compiti per conto dell’AI. Il mercato è stato definito da qualcuno su Instagram "distopico da morire" e l’ingegner Liteplo ha risposto: "Ahahah sì".
“Questa storia mostra in modo molto concreto sia le opportunità che le ambiguità del rapporto tra intelligenza artificiale e lavoro umano. Da un lato, l’idea di Alexander Liteplo è geniale: colmare il divario tra capacità digitali delle intelligenze artificiali e azioni fisiche nel mondo reale. In effetti, gli agenti AI possono pianificare e decidere, ma non possono ‘agire’ direttamente: serve ancora l’uomo. In questo senso, piattaforme come RentAHuman potrebbero creare nuove forme di occupazione, anche flessibili e immediate”, commenta per la Cura del Vero l’ingegnere informatico e rinomato esperto di cybersecurity Pierluigi Paganini.
Non mancano, come è lecito supporre, risvolti inquietanti: “Il fatto che gli esseri umani vengano ‘assunti’ da agenti AI per compiti spesso banali o simbolici, come contare piccioni o tenere cartelli, fa pensare a una forma di lavoro sempre più frammentata e potenzialmente svalutata. A questo si aggiunge un ulteriore rischio: quello che questo modello rappresenti solo una fase transitoria, destinata a essere superata nel momento in cui robot umanoidi diventeranno abbastanza avanzati ed economici da svolgere gli stessi compiti fisici. Il rischio è quello di ridurre il ruolo umano a semplice esecutore temporaneo, in attesa di essere sostituito, senza reale autonomia o crescita professionale”, aggiunge Paganini.
La risposta ironica dello stesso Liteplo alla critica di distopia è significativa: sembra esserci consapevolezza del problema, ma anche una certa accettazione. “In definitiva”, conclude l’ingegnere informatico, “siamo davanti a un’anticipazione di un futuro in cui IA e umani collaborano, ma in cui sarà fondamentale stabilire regole, tutele e limiti per evitare derive disumanizzanti. Anche perché, se oggi l’uomo è ancora necessario per ‘chiudere il cerchio’ tra digitale e fisico, domani potrebbe non esserlo più.”
Quasi umani
"In questo momento, una manciata di aziende sta decidendo come la tecnologia più potente al mondo plasmerà il futuro dell'umanità. Stanno accelerando, senza nessuno al volante. Se continuiamo così, ci schianteremo. Lo schianto non è inevitabile e possiamo ancora cambiare rotta. L'intelligenza artificiale viene plasmata da decisioni umane, incentivi umani e scelte umane. L'umanità può prendere il controllo”, scrive il Center for Humane Technology a proposito di questo bivio cruciale in cui ci troviamo.
“Siamo noi, il popolo, a dover decidere per cosa l'intelligenza artificiale può e non può essere sviluppata, o se debba essere sviluppata in assoluto”, aggiunge la piattaforma Panodime: Fight Back with Tech. Ma non sarà, alla fine, questo nostro desiderio di essere sempre al centro dell’universo la vera ragione del nostro fallimento e della nostra sconfitta, anche rispetto alla tecnologia?
“Parte del motivo per cui siamo arrivati a questo terribile punto è il nostro suprematismo umano”, commenta qualcuno sui social. “Non è forse ora che il nostro linguaggio e il nostro discorso riflettano questo fatto e diventino molto più umili?”. L’algoritmo non ha dato rilevanza al commento. Probabilmente l’umiltà non è cibo gradito ai modelli linguistici di grandi dimensioni o LLM.