Belém, 10-21 Novembre 2025: cosa lascia la COP30
Sommario
- La Dichiarazione di Belém sulla Fame, Povertà e un’Azione Climatica Fondata sulla Persona
- Altri risultati all’interno del pacchetto di misure politiche di Belém
- La voce della società civile
Tra il 10 e il 21 novembre 2025 a Belém, nel Parà, il Brasile ha ospitato la trentesima Conferenza delle Parti (COP30), il più rilevante appuntamento globale dedicato al confronto e ai negoziati sulla crisi climatica.
A dicembre 2025, le Parti della Convenzione quadro delle Nazioni Unite sui cambiamenti climatici (UNFCCC) sono 198 (197 Paesi più l’Unione Europea). Adottata a Rio de Janeiro nel 1992, l’UNFCCC costituisce la principale cornice giuridica e politica internazionale per affrontare il cambiamento climatico attraverso la cooperazione multilaterale. In questo contesto, la Conferenza delle Parti rappresenta il momento decisionale più rilevante per dare attuazione ai contenuti della Convenzione, riunendo annualmente i Paesi aderenti per negoziare, aggiornare e rafforzare gli impegni climatici.
Le decisioni assunte durante la COP30 contribuiranno a definire le azioni dei prossimi anni per raggiungere gli obiettivi globali legati al clima stabiliti nell’Accordo di Parigi. In assenza di misure adeguate, infatti, il riscaldamento globale potrebbe arrivare fino a 5°C entro la fine del secolo, con conseguenze irreversibili per il pianeta.
Fin dai primi momenti della Conferenza, il Segretario Generale delle Nazioni Unite António Guterres e il Presidente del Brasile Luiz Inácio Lula da Silva, intervendo separatamente, hanno lanciato un messaggio chiaro e unito: il mondo osserva le decisioni prese a livello istituzionale e il compromesso non può aspettare. In particolare, entrambi hanno sottolineato la necessità di seguire la scienza, contrastare il negazionismo climatico e intraprendere azioni concrete ponendo le persone e i diritti umani al centro, prima di ogni logica di profitto.
Proprio il tema della lotta alla disinformazione e alle false narrative sulla crisi climatica è emerso con particolare forza nel corso dei lavori. Gli attacchi rivolti a scienziati, scienziate, ricercatori, ricercatrici, giornalisti e giornaliste ambientali, volti a minarne la credibilità, rischiano, infatti, di compromettere l’efficacia delle politiche necessarie per affrontare il cambiamento climatico.
Durante la COP30, dodici Paesi hanno firmato la prima Dichiarazione sull’Integrità delle Informazioni relative ai Cambiamenti Climatici, tra cui Brasile, Canada, Francia, Germania e Spagna. Elaborata nell’ambito dell’Iniziativa Globale per l’Integrità dell’Informazione sul Cambiamento Climatico, la Dichiarazione invita ad adottare misure ad hoc per contrastare la diffusione di notizie false e fuorvianti relative alla crisi climatica, tutelando al contempo le evidenze scientifiche basate su dati empirici.
A riguardo, con il procedere dei lavori è stata espressa una forte fiducia nei confronti dei e delle giovani e delle nuove generazioni, riconosciuti/e come attori/attrici chiave del cambiamento. Attraverso la produzione di contenuti fondati sulla scienza e orientati alla sostenibilità, la consapevolezza dell’emergenza climatica tra i giovani e le giovani continua, infatti, a crescere in modo significativo.
La Dichiarazione di Belém sulla Fame, Povertà e un’Azione Climatica Fondata sulla Persona
Il documento finale, destinato a riassumere i principali esiti della COP e a delineare l’orientamento all’azione climatica per i prossimi anni, è emerso in bozza con sorpresa già al terzo giorno dei lavori. Fin dalle prime versioni, il testo ha avanzato la proposta di un impegno condiviso per l’uscita graduale dai combustibili fossili entro il prossimo decennio. Le trattative, svoltesi sotto il coordinamento della ministra brasiliana dell’Ambiente Marina Silva, hanno condotto alla pubblicazione della Dichiarazione di Belém sulla Fame, Povertà e un’Azione Climatica Fondata sulla Persona.
Nel complesso, la Dichiarazione affronta alcuni nodi centrali del dibattito climatico globale, tra cui:
- l’interconnessione tra crisi climatica e fame, povertà e vulnerabilità sociale;
- la necessità di adottare un approccio incentrato sulla persona nella definizione di politiche per contrastare la crisi climatica, soprattutto nelle strategie e nei piani climatici nazionali;
- l’urgenza di rafforzare i sistemi di protezione sociale e di sostenere i piccoli produttori e le piccole produttrici alimentari, con specifica attenzione ai contesti colpiti da conflitti e crisi prolungate;
- l’attuazione di una transizione giusta per le comunità che vivono in foreste e ecosistemi a rischio;
- la costruzione di una finanza climatica equa e su larga scala, accessibile a tutti i Paesi.
Pur affrontando esplicitamente alcuni passaggi fondamentali, la Dichiarazione mantiene tuttavia un’impostazione prevalentemente strategica e programmatica, senza definire dei piani concreti per raggiungere gli obiettivi delineati, come ad esempio la lotta alla deforestazione. Risulta anche totalmente assente una roadmap per una transizione giusta ed equa dai combustibili fossili (TAFF), tema sul quale non è stato possibile raggiungere un consenso.
I combustibili fossili sono responsabili del 68% delle emissioni globali di gas a effetto serra. È, infatti, impossibile raggiungere gli obiettivi climatici internazionali senza una sostituzione strutturale di carbone, petrolio e gas con fonti di energia più pulite quali il solare e l’eolico. Se alla COP28 nel 2023 era stato possibile raggiungere un compromesso tra le diverse parti per una transizione dai combustibili fossili giusta, ordinata e equa, da allora non si sono registrati progressi sostanziali in questa direzione.
Nel corso dei negoziati, circa 80 paesi si sono dichiarati contrari all’integrazione di una roadmap vincolante nel documento finale, tra cui Il gruppo dei Like-Minded Development Countries (LMDC), gli Stati Arabi, la Russia e anche l’Italia, che, alla fine del 2025, non risulta ancora firmataria della Dichiarazione. Parallelamente, una conferenza stampa ministeriale ha evidenziato come oltre 80 Paesi supportassero invece l’inclusione della roadmap nel testo finale.
Alla fine, come soluzione di compromesso, i governi della Colombia e dei Paesi Bassi hanno annunciato l’organizzazione della Prima conferenza internazionale per l’eliminazione progressiva dei combustibili fossili, che si svolgerà al di fuori del processo formale della COP, con l’obiettivo di trovare una soluzione definitiva a questo momento di stallo dei negoziati. La ministra dell’Ambiente colombiana Irene Vélez Torres e la vicepresidente e ministra della Politica climatica dei Paesi Bassi Sophie Hermans hanno, infatti, dichiarato che questo incontro storico si terrà il 28 e 29 aprile 2026 nella città di Santa Marta, proprio in Colombia.
Altri risultati all’interno del pacchetto di misure politiche di Belém
Oltre alla Dichiarazione di Belém, la COP30 ha prodotto una serie di risultati rilevanti su più fronti.
Al termine delle due settimane di intense trattative, la decisione finale adottata ha fissato l’obiettivo di mobilitare 1.300 miliardi di dollari all’anno entro il 2035 per l’azione climatica, affiancato dall’impegno a raddoppiare la finanza per l’adattamento entro il 2025 e a triplicarla entro il 2035. Il testo adottato lancia inoltre due iniziative di rilievo: il Global Implementation Accelerator e la Belém Mission to 1.5°C, concepite per supportare i Paesi nel dare attuazione ai propri piani climatici nazionali e le loro strategie di adattamento.
A Belém è riemersa con forza anche la necessità di dotare il Programma di Lavoro sulla Transizione Giusta, lanciato nel 2022 e reso operativo dal 2023, di un quadro istituzionale strutturato. Le Parti hanno concordato sull’elaborazione di un Meccanismo per la Transizione Giusta, finalizzato a rafforzare la cooperazione internazionale e lo scambio di conoscenze tecniche e buone pratiche, al fine di rendere possibili transizioni giuste, eque e inclusive. Tuttavia, l’avvio del Meccanismo è stato rinviato: le Parti hanno deciso di incaricare gli Organi Sussidiari di sviluppare una proposta di decisione nella sessione di giugno 2026, da sottoporre all’adozione della COP31 nel novembre dello stesso anno.
Un altro risultato significativo è stata l’adozione del Gender Action Plan (GAP) di Belém 2026-2034, che riafferma l’uguaglianza di genere come un pilastro fondamentale delle azioni per il clima. Il Belém GAP mira a promuovere politiche e interventi climatici che siano sensibili alle questioni di genere in una prospettiva di lungo periodo. Il GAP si pone così nel solco del Programma di lavoro di Lima sul genere, istituito con la decisione 18/CP.20 e successivamente consolidato attraverso il programma quinquennale adottato alla COP25.
Riconoscendo che la crisi climatica colpisce le persone in modo differenziato, il GAP di Belém introduce per la prima volta riferimenti espliciti a gruppi specifici, tra cui donne e ragazze di origine africana, donne difensore dell’ambiente, donne con storie di migrazione, donne piccole produttrici agricole, donne delle comunità rurali e remote e donne con disabilità. Il piano delinea azioni concrete volte a rafforzare l’integrazione della dimensione di genere nelle politiche climatiche, includendo interventi sul nesso tra clima e lavoro di cura, salute, violenza contro donne e ragazze, meccanismi di sicurezza e protezione, nonché su soluzioni basate sulla natura e adattamento basato sugli ecosistemi.
Sul versante degli impegni nazionali, la COP30 ha registrato, quindi, alcuni segnali di avanzamento. La presentazione di decine di nuovi piani climatici nazionali, i cosiddetti NDC, ha portato, infatti, a 113 il numero dei Paesi formalmente impegnati nella riduzione del riscaldamento globale. Nel loro complesso, questi Paesi rappresentano circa il 70% delle emissioni globali di gas a effetto serra, un passo significativo verso il contenimento dell’aumento delle temperature. Tuttavia, secondo le stime disponibili, gli impegni attuali comporterebbero una riduzione delle emissioni appena del 12% entro il 2035. È un progresso reale, ma ancora lontano dall’essere sufficiente per garantire il raggiungimento dell’obiettivo di 1,5°C sancito dall’Accordo di Parigi.
La voce della società civile
Alla COP30 sono state registrate oltre 23.000 persone, tra cui più di mille rappresentanti di organizzazioni e movimenti della società civile. Nel corso di diversi incontri, molti e molte leader indigeni hanno descritto la COP30 come la Conferenza più inclusiva a cui abbiano mai preso parte. Nei soli primi quattro giorni, hanno partecipato oltre 900 persone indigene, un dato in forte crescita rispetto ai 300 partecipanti della COP del 2024 a Baku, in Azerbaijan. A rafforzare simbolicamente questa presenza, migliaia di rappresentanti dei popoli indigeni sono arrivati a Belém via acqua da diversi Paesi del Sud America, per accompagnare nell’ultima tappa la Amazon Flotilla.
In parallelo agli eventi ufficiali, la Cùpula dos Povos (il Vertice dei Popoli), realizzatosi a Belém dal 12 al 16 novembre, ha coinvolto più di 700.000 persone in una molteplicità di momenti di partecipazione, mobilitazione e azione collettiva. La Cúpula dos Povos è il risultato di un processo di preparazione durato due anni, messo in atto da oltre 1.100 movimenti e organizzazioni sociali, a livello nazionale e internazionale.
Ciò che ha distinto questa iniziativa da altre mobilitazioni è stata proprio la sua capacità di mettere in dialogo realtà che raramente si incontrano: movimenti sociali, popoli indigeni, sindacati, artisti e ricercatori. Persone di ogni età, provenienza, identità ed esperienza hanno animato gli spazi dell’Università Federale del Parà in un clima che ha saputo coniugare denuncia e celebrazione, per poi confluire nella grande marcia del 15 novembre, che ha attraversato la città. Il giorno successivo, la Cúpula si è conclusa con la lettura della Dichiarazione del Vertice dei Popoli.
La direttrice esecutiva della COP30, Ana Toni, ha, difatti, riconosciuto la legittimità delle manifestazioni attuate durante i negoziati e ha confermato che il governo brasiliano sta ascoltando le istanze avanzate delle popolazioni indigene. In questo quadro, la Ministra dei Popoli Indigeni Sônia Guajajara e la Ministra dell’Ambiente e del Cambiamento Climatico Marina Silva, hanno espresso disponibilità per un incontro diretto con la società civile.
Numerosi eventi promossi dalla società civile hanno trovato spazio anche nei diversi padiglioni ufficiali della Conferenza. In particolare, il Padiglione Italiano - Blue Zone ha ospitato tavole rotonde, workshop, interviste e presentazioni di progetti e soluzioni italiane, affrontando un ampio spettro di temi legati al clima.