L’India, le donne e la realtà
Sommario
- Definizione legale del concetto di discriminazione di genere (ONU)
- L’india e le donne - tra società e cultura
- L’india e le donne ieri e oggi
- Il matrimonio combinato nel 2026
- Possibili soluzioni
- Conclusioni
Definizione legale di discriminazione di genere
Odiernamente, nonostante le lotte femministe e di genere si osserva, nel panorama internazionale e nel contesto indiano, un fenomeno ancora ampiamente diffuso: quello delle “discriminazioni di genere”. Se si fa riferimento al panorama giuridico internazionale, anche noto come “sistema ONU”, per intendere questa tematica si dovrebbe fare riferimento a tutte quelle discriminazioni aperte e sistematiche, o micro-aggressioni, che ogni giorno persone appartenenti alla società vivono, mettono in atto o subiscono, passando dagli stereotipi di genere fino alle molestie. Da un punto di vista giuridico, la pietra miliare contro queste discriminazioni è rappresentata dalla CEDAW (Convention on the Elimination of All Forms of Discrimination against Women) entrata in vigore solo nel 1981. Ad oggi è uno dei documenti internazionali maggiormente ratificati, anche se presenta varie riserve, dovute principalmente ad incompatibilità di natura religiosa e culturale, che inevitabilmente ne limitano l’efficacia. Gli Stati Uniti ad esempio, hanno firmato la convenzione, ma non l’hanno mai ratificata. D’altra parte, anche altri stati come: Iran, Somalia ed il Sudan si sono riservati la libertà di non riconoscerla, soprattutto a causa dell’articolo 16 (uguaglianza nel matrimonio) presente nella stessa. Questa situazione crea un’importante criticità sul piano giuridico; ratificando il trattato, ma apponendogli queste riserve, lo si svuota della sua funzione di tutela, riducendone significativamente l’efficacia nella tutela concreta dei diritti e nella vita di tutti i giorni di tante donne.
Nella già menzionata convenzione, all’articolo 1 si espone il concetto di “discriminazione di genere”. L’articolo recita “ai fini della presente convenzione, l’espressione “discriminazione contro le donne” concerne ogni distinzione, esclusione o restrizione, fondata sul sesso, che abbia come risultato o come scopo di compromettere o distruggere il riconoscimento, il godimento o l’esercizio, da parte delle donne, quale che sia il loro stato maritale, in condizione di parità tra uomini e donne, dei diritti umani e delle libertà fondamentali in campo politico, economico, sociale, culturale, civile o in qualsiasi altro campo.” Osservando la definizione, emerge come il legislatore internazionale abbia inteso utilizzare una fattispecie a maglie larghe, per evitare qualsivoglia vuoto di tutela.
In questo contesto, è, quindi, essenziale ricordare alcune delle donne che resero possibile un primo cambio di approccio all’interno del contesto internazionale: Minerva Bernardino (Repubblica domenicana), diplomatica e leader femminista interamericana, riconosciuta come la principale artefice dell’inserimento del concetto di uguaglianza tra uomini e donne nella carta delle Nazioni Unite, Hansa Mehta (India), all’atto della redazione della dichiarazione universale dei diritti umani, impose la modifica dell’articolo 1, da “tutti gli uomini nascono liberi ed Uguali” a “tutti gli esseri umani nascono liberi ed uguali” modificando l’approccio linguistico.
L’india e le donne - tra società e cultura
Al fine di comprendere meglio la condizione delle donne in India oggi, è, dunque, fondamentale osservare come esse si posizionavano all’interno della società e cultura pre-coloniale. La religione non era un semplice culto, al contrario aveva valore strutturante sociale e politico (darma). Nell’epoca antica Vedica (500 a.C.), le donne godevano, infatti, di una dignità spirituale altissima, come si legge nei “veda” (testi sacri), i quali testimoniano che gli uomini, in mancanza della propria moglie, non potevano compiere riti sacri. La donna, inoltre, poteva essere vista sotto varie sfaccettature o ruoli sociali: come Ardhangini (la metà del corpo del marito), come Jamani, intesa come principio cosmico di fertilità e forza o ancora come parte delle Brahmavadi, donne che restavano celibi per studiare le scienze, la filosofia o teologia. Con il progressivo irrigidimento del sistema delle caste e con le trasformazioni sociali succedutesi nel corso dei secoli, poi ulteriormente consolidate durante il periodo coloniale, le donne si sono, però, ritrovate a retrocedere nelle posizioni di cultura e società, fino a ricoprire la casta più bassa (Shudra). Come conseguenza a questo cambiamento, l’accesso allo studio viene quindi impedito loro e si introduce il concetto di “sottomissione perenne”.
All’interno della società coloniale, si inizia a diffondere, quindi, il concetto per cui una donna non dovesse mai essere indipendente, ma che servisse sempre una sorta di controllore, un protettore a darle direttive, pronto ad indirizzarla e decidere per lei. Dapprima sarebbe stato suo padre a prendersi cura di lei, poi il marito ed in vecchiaia i figli, questo era il modello di vita delineato dal Manusmriti. Sorprendentemente, invece, in epoca precoloniale era la donna a scegliere il suo partner ed in caso di morte o cambiamenti erano permessi sia il divorzio che il secondo matrimonio. Facendo un passo avanti, in epoca medievale, anche in risposta alle trasformazioni politiche e alle invasioni del periodo, si iniziarono ad applicare regole sempre più misogine. Iniziarono, infatti, ad apparire i primi casi di matrimoni infantili, pur di evitare matrimoni misti, si iniziò anche a diffondere la Purda, pratica, recuperata dalla cultura musulmana, che consiste nella segregazione delle donne dietro tende o veli. Infine, sebbene fosse una pratica esclusivamente di appartenenza ai guerrieri, la pratica del “Sati” assume maggiore visibilità in alcune aree e gruppi sociali, pratica che consiste, una volta vedove, nel gettarsi sulla pira funeraria del marito, con lo scopo di trovare la morte loro stesse.
Oltretutto, economicamente, nell’India pre-coloniale, alla donna non era permesso possedere proprietà terriere, ma vi era, invece, la possibilità di possedere alcuni beni, come gioielli, stoffe, pietre preziose ecc, date dalla famiglia di lei alla stessa per il matrimonio (dote). Per quanto riguarda la politica, le donne non erano ammesse, in quanto veniva percepita come un’attività prettamente maschile, tuttavia, tra le varie epoche, si sono verificate delle eccezioni: un esempio è il caso di Razia Sultana (secolo XIII), l’unica donna che ha governato il sultanato di Deli, oppure altre eccezioni sono rappresentate dai casi delle regine guerriere, come Rani Durgavati.
L’india e le donne ieri e oggi
Durante il colonialismo, come accade purtroppo ancora oggi, il corpo delle donne non era solo loro, ma diventava spesso terreno di scontro ideologico, religioso e politico. In passato, in particolare, ciò avveniva tra i colonizzatori britannici e i conservatori indu.
Negli anni ‘50 e ‘60, mentre il mondo assisteva ai primi movimenti di liberazione femminista, libertà sessuale, politica ed economica, l’India si muoveva su tutt’altra direzione. Il femminismo, in particolare, era funzionale alle logiche di controllo coloniale. Si creò, infatti, da subito una costituzione che includesse le donne, almeno su carta, dando loro perfino il diritto al voto ed al divorzio. Sfortunatamente, però, tali diritti costituzionali incontrarono tuttavia notevoli difficoltà nella loro effettiva applicazione, facendo emergere un significativo divario tra riconoscimento formale e realtà sociale.
Le grandi organizzazioni per la liberazione femminile già presenti sul territorio, come ad esempio la AWC (Alliance Women Conference), finirono spesso per essere influenzate dalle dinamiche politiche del periodo, non ottemperando al loro vero scopo, ma propinando piuttosto tematiche limitate all’istruzione oppure l'igiene materna, piuttosto che criticare apertamente il patriarcato.
Nel 1974, tramite varie indagini internazionali, troviamo chiaro come la condizione delle donne fosse in realtà peggiorata terribilmente dopo l’indipendenza. Questo risveglio collettivo portò a dei veri primi passi avanti, come un’introduzione reale del divieto di poligamia, il diritto alle figlie ad ereditare la proprietà paterna (rinnovato nuovamente nel 2005), ma, nonostante tutto, i doveri legati alla casta ed al concetto di onore ed obblighi sociali intrappolano ed uccidono ancora moltissimi cittadini/e, tra uomini e donne indu.
Un’altra realtà, che colpisce le donne in India sia oggi che ieri, in cui è possibile osservare questa incoerenza è il mercato del lavoro. Purtroppo, infatti, in alcune mansioni è ancora presente la pratica discriminatoria che porta le donne ad essere pagate meno se non per nulla. Nonostante le aspettative negli anni di sviluppo economico, dopo i primi anni 2000, si è verificata una vertiginosa diminuzione della manodopera femminile nei posti di lavoro. Sempre a causa del concetto di onore ed obblighi sociali, infatti, in alcuni contesti appartenenti alle caste più elevate, viene permesso alle figlie di studiare, ma con il principale scopo di esporre, come famiglia, questi titoli. Una volta sposate, infatti, sarebbero poi obbligate a rinunciare al posto di lavoro perché non si vedrebbe la necessità di avere entrambi i coniugi coinvolti allo stesso modo e livello lavorativamente, causando, di conseguenza, terreno fertile per una vera e propria dipendenza economica delle donne, la quale rappresenta una delle principali forme di controllo a cui esse sono sottoposte. Per quanto riguarda la sfera politica, l’India ha visto la sua prima presidentessa negli anni ‘60, molto prima di tante democrazie occidentali. Questo fenomeno è stato interpretato anche alla luce del ruolo delle élite familiari e delle dinamiche di casta. Infatti, se si appartiene ad una famiglia benestante, proveniente da una casta alta, allora sarà più accettabile e perfino normale vedere una donna governare un paese.
Infine, l’India è un caso unico nel suo genere per quanto riguarda i diritti civili. Non esistendo un codice di diritto civile unico ogni cittadino/a vede ed assiste ad una frammentazione e declinazione dei propri diritti personali in tutte le religioni presenti sul territorio nazionale in modo diverso (induisti, mussulmani, sic). In particolare, sono noti due casi giudiziari in cui è possibile osservare come in questo paese, molte volte, il confine tra diritti personali e convinzioni religiose sia sfocato. Il caso Sabari Mala: caso tramite cui la corte di giustizia ha finalmente dichiarato illegittimo il divieto formale alle donne in età mestruale (10-50 anni) di accedere al tempio induista di Sabarimala. Oppure ancora nel 2017, quando finalmente è stato raggiunto un grande traguardo per i movimenti femministi indo-mussulmani che lottavano per la cancellazione di un diritto del marito (di religione musulmana) di pronunciare la parola “divorzio” 3 volte, come una sorta di incantesimo, per vedere la cancellazione automatica del vincolo, senza coinvolgere giudici o tutele legali di ogni tipo. Questi casi mostrano come la mancanza di Codice civile nazionale, unita ad una declinazione dei propri diritti di base, legata alla religione di appartenenza, porti alla mancanza di tutele effettive chiare. Inoltre, in un paese dove il diritto al lavoro e di conseguenza all’autodeterminazione delle donne non è garantito sostanzialmente da un Codice civile unico e ciò può, quindi, determinare significative disparità nella tutela dei diritti.
Il matrimonio combinato nel 2026
Trattando la tematica delle donne in India, è essenziale discutere anche del tema dei matrimoni combinati o forzati. La maggioranza delle persone spesso confonde tra “matrimonio combinato” e “matrimonio forato” sebbene la differenza sia fondamentale per costituire o meno una violazione dei diritti umani di base di una persona. Il primo citato (matrimonio combinato) non viola alcun diritto, ma può essere considerato limitante, da una prospettiva occidentale. Questo darebbe la maggioranza dell’iniziativa alle famiglie coinvolte, le quali si incontrerebbero, si accorderebbero per far conoscere la loro progenie e sono in seguito la responsabilità andrebbe nelle mani dei figli/e, che dopo una serie di incontri avrebbero ancora il diritto di decidere se proseguire tale conoscenza, magari fin anche al matrimonio effettivo, oppure interrompere il processo.
Un matrimonio forzato invece, sposta non solo l’iniziativa, ma anche il potere decisionale nelle mani dei genitori. Talvolta, infatti, si assiste a queste unioni in cui non si è nemmeno mai vista l’altra persona, non si sa nulla sulla stessa e per varie motivazioni, che possono andare da quelle economiche a quelle politiche, si viene obbligati/e a consumare questo matrimonio fino in fondo, non curandosi del divario di età oppure di qualsivoglia paura o limitazione.
La tendenza a controllare l’unione matrimoniale in India affonda le radici in una visione della società molto collettivista, ovvero che il matrimonio non è un semplice “contratto” tra due individui, ma un qualcosa di molto più complesso, una sorta di accordo tra due famiglie, come se sposando la persona in realtà si stesse sposando primariamente la sua famiglia. Nella tradizione indu il matrimonio è, infatti, uno dei sacramenti più importanti. Socialmente la persistenza dei matrimoni combinati-forzati, in India, è dovuta a due pilastri principali: l’endogamia di casta, ovvero prediligere matrimoni combinati tra due persone appartenenti alla stessa casta, per preservarne il rispetto, il potere ed, in un certo senso, la purezza. Inoltre, si incoraggia fortemente il matrimonio con qualcuno di casta superiore o eguale, anche per salvaguardare o implementare il “potere d'acquisto sulla donna”.
Tuttavia questa pratica va posta in un contesto moderno. Ad oggi questo fenomeno è ancora presente: ha assunto forme differenti, per essere considerato più “accettabile” agli occhi dei nativi. Le motivazioni per cui si svolge restano le stesse (ammortizzatore finanziario, motivazioni economiche, culturali, politiche o di casta), gli unici cambiamenti che sono stati apportati sono le “libertà limitate” di cui dispongono i neosposi. All'atto pratico le famiglie tradurrebbero una cerchia ristretta di pretendenti di loro gusto, per poi proporla ai figli/e, che disporrebbe di una sorta di diritto di veto limitato ovviamente, se non assente. Infatti, nelle aree rurali si assistono a vere e proprie scene di matrimoni forzati più che programmati. Un dato ironico che vale la pena di riportare è come anche l'intelligenza artificiale oggi giochi il suo ruolo in questa limitazione dell’autonomia decisionale. Infatti, riportiamo la presenza di veri e propri siti internet come: ”Shaadi.com” che permettono di non caricare solo foto proprie, ma bensì di inserire annunci di ricerca, per sposi o spose, per conto dei propri figli ovviamente, permettendo di inserire delle “linee di preferenza” che filtrano in automatico i vari profili presenti sulla piattaforma, velocizzando il processo e rendendolo molto più efficiente ed alla portata di tutti. In alcuni casi continuano a essere privilegiati criteri quali il tono della pelle, la casta sociale e le aspettative di non-indipendenza future, portandosi dietro, ancora una volta, l’impronta colonialista.
Questa pratica costituisce un vero e proprio caso studio dal punto di vista della governance globale, perché il matrimonio forzato e precoce viola apertamente il diritto alla libertà personale, alla salute e all’uguaglianza (CEDU art. 5-2-8-14-). Sebbene l’India sia firmataria di svariati trattati sul tema, continua ad evidenziare questo divario tra la garanzia de jure e quella de facto.
Una possibile soluzione
L’analisi e conseguente tentativo di trovare delle soluzioni concrete a queste problematiche richiede un approccio multilivello, capace di far dialogare le teorie sociologiche con gli strumenti del diritto internazionale, ma anche con il tessuto nazionale. È dunque fondamentale capire che le leggi e i trattati, non vanno calati dall’alto, ma è essenziale inserirli gradualmente, considerando eventuali risposte dal tessuto sociale. A livello internazionale la problematica principale è la scarsa forza e riconoscimento effettivo dei trattati, ma soprattutto l'assidua presenza di riserve, che rendono l’efficacia del trattato molto limitata. Una volta che si eliminassero queste riserve, come quella presente all’articolo 16 (riserva sui diritti nel matrimonio a causa della religione) si permetterebbe di effettuare una manovra molto più concreta, nel difficile equilibrio tra universalità dei diritti umani e relativismo culturale. Si potrebbe anche dare più spazio ad iniziative concrete come quella dell’UNICEF (UNFPA), che mira, come obiettivo principale, a creare delle iniziative sul territorio, controllando in modo diretto i fondi dati sul territorio, veicolandoli in azioni verso le nuove generazioni, portando avanti progetti di indipendenza femminile, consapevolezza di genere e contrastando le disuguaglianze di genere e le strutture patriarcali e maschiliste.
Chiaramente nulla di questi interventi avrà un funzionamento effettivo se, come anticipato, non si va anche a modificare il tessuto giuridico-sociale nazionale. Infatti, sarebbe un buon primo passo puntare a scardinare questo rapporto a perdere che vige tra le leggi nazionali e le leggi religiose-consuetudinarie. È importante, quindi, far riferimento ad una sentenza storica del paese (2024), in cui la corte suprema dell’India, ha sancito il principio di prevalenza, principio per cui il diritto di un minore, a scegliere liberamente il proprio partner, è un diritto a tutti gli effetti e non lo si può ignorare in favore di preferenze personali e/o leggi religiose.
Conclusioni
Come precedentemente anticipato, emerge, quindi, la persistenza di diffuse forme di discriminazione di genere, figlie del suo tempo e delle varie vicissitudini coloniali, sociali e politiche avvenute nella stessa area. Sottoscrivere e riconoscere le fonti del diritto internazionale precedentemente menzionate è sicuramente una parte fondamentale del processo di riconoscimento, rispetto ed applicazione dei diritti umani di queste donne. Il fattore su cui è, però, bene soffermarsi è piuttosto però che tali fonti del diritto internazionale (CEDU art. 2-8-14-8) non vanno prese come una sorta di soluzione miracolosa, ma al contrario come una sorta di seme, che, se ben curato e seguito, potrà dare i suoi frutti solo se in un ambiente favorevole alla crescita e allo sviluppo.
Nonostante la presenza di molteplici iniziative sul territorio indu, esse rischiano di essere inutili, se non si assisterà ad un progressivo superamento delle discriminazioni legate al sistema castale, del sistema di matrimoni combinati-forzati all'interno delle stesse ed infine, se non si metteranno progressivamente in discussione i modelli patriarcali di cura e “man provider”. Concludendo, è giusto, quindi, riflettere su quanto il tanto ostentato ed agognato concetto di libertà sia in realtà qualcosa di sfocato, in base al luogo, paese in cui ci si trova. Quelle che a noi sembrano libertà e diritti ovvi, appartenenti al nostro tessuto culturale possono essere il miraggio per altre persone. Viene, quindi, da chiedersi quanto delle critiche che ci siamo posti fino ad ora siano corrette da un punto di vista di relativismo culturale: è giusto battersi per l’abolizione delle riserve presenti all’articolo 16, sapendo che queste limitano e abbattono i diritti umani di molte, ma che, allo stesso tempo, abolendole, si entra inevitabilmente in tensione con tradizioni religiose, culturali e giuridiche profondamente radicate. È proprio in questo equilibrio tra tutela universale dei diritti umani e rispetto delle specificità culturali che si collocano alcune delle principali sfide della governance internazionale contemporanea.
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