Consiglio d'Europa: la Dichiarazione di Chișinău tra sovranità statale e tutela dei diritti umani
Il 15 maggio 2026, riunito a Chișinău (Repubblica di Moldova), il Comitato dei Ministri del Consiglio d'Europa ha adottato una Dichiarazione destinata a segnare un punto di riferimento nel dibattito europeo sul rapporto tra politiche migratorie, sovranità degli Stati e sistema della Convenzione Europea dei Diritti Umani (CEDU).
La Dichiarazione sottoscritta dai 46 ministri degli affari esteri degli Stati membri — ribadisce con forza l'obbligo incondizionato degli Stati a conformarsi alle sentenze della Corte EDU (punto 15), riafferma l'indipendenza della Corte quale interprete autorevole della Convenzione (punto 12) e ricorda che il principio del “margin of appreciation” non costituisce una deroga agli obblighi convenzionali, bensì uno strumento già consolidato nella giurisprudenza di Strasburgo.
Sul tema migratorio — cuore del dibattito politico di questi ultimi anni— la Dichiarazione riconosce le pressioni cui sono sottoposti gli Stati e riconosce che alcuni di essi stanno esplorando nuovi approcci, tra cui l'esternalizzazione delle procedure di protezione internazionale e i cosiddetti "return hubs" in paesi terzi (punto 46). Tuttavia, la Dichiarazione è esplicita nel riaffermare che tali procedure rimangono subordinate al pieno rispetto degli obblighi convenzionali derivanti dalla CEDU (punto 45). Inoltre sono gli Stati stessi che chiedono alla Corte EDU di fornire orientamenti interpretativi in materia (punto 40): un passaggio che lascia inequivocabilmente nelle mani dei giudici di Strasburgo la parola definitiva sulla questione della compatibilità con la Convenzione di un’ eventuale ”esternalizzazione” dei flussi migratori.
In Italia, la Dichiarazione ha suscitato un’immediata attenzione mediatica da parte del Governo. La Presidente del Consiglio Giorgia Meloni ha postato sui social “OK del Consiglio d’Europa ad espulsioni più facili” affermando che la Dichiarazione "riconosce la legittimità" degli hub di rimpatrio in paesi terzi, citando il modello italo-albanese come ormai "principio condiviso tra i 46 Stati membri".
La lettura della Presidente del Consiglio tuttavia non sembra trovare pieno riscontro nel testo originale della Dichiarazione. Il punto 46 si limita a prendere atto che alcuni Stati hanno ipotizzato tali soluzioni: una constatazione descrittiva, non certo un avallo normativo. Il già citato punto 45 della Dichiarazione, omesso nel commento della Premier, condiziona infatti qualsiasi politica migratoria al rispetto della Convenzione: esattamente il vincolo sul quale il modello Albania ha incontrato significativi ostacoli davanti ai tribunali italiani. E il punto 40 chiarisce che sono gli Stati a chiedere alla Corte di guidarli — non il contrario.
In conclusione, la Dichiarazione di Chișinău ha il pregio di fotografare con onestà le tensioni reali che attraversano il sistema CEDU, offrendo agli Stati spazi di dialogo più strutturati. Ma la sua logica di fondo rimane difensiva dell'architettura convenzionale come sino ad oggi conosciuta: la Corte di Strasburgo resta sovrana nella propria funzione interpretativa, e nessuna "innovazione" nazionale può sottrarsi al suo scrutinio.