condizioni carcerarie

Associazione Antigone: pubblicato il XXII rapporto “Tutto chiuso" sulle allarmanti condizioni di detenzione in Italia

Il rapporto di Antigone del 2026 descrive un carcere sempre più orientato al controllo e alla segregazione, dove sovraffollamento e isolamento compromettono diritti fondamentali e finalità rieducative della detenzione.
Tutto chiuso, XXII Rapporto di Antigone sulle condizioni di detenzione

Sommario

  • Introduzione
  • Sovraffollamento e condizioni di vita
  • Regime di vita chiuso
  • La crisi del sistema di giustizia giovanile 
  • La condizione delle madri in carcere
  • Politiche penitenziarie italiane del Governo Meloni
  • Conclusione

Introduzione

Il XXII Rapporto di Antigone, significativamente intitolato “Tutto Chiuso”, restituisce l’immagine di un sistema penitenziario italiano attraversato da una crisi non più emergenziale, ma strutturale. Attraverso 102 visite effettuate nel 2025 in istituti penitenziari di tutta Italia, l’associazione documenta un progressivo irrigidimento delle condizioni detentive, caratterizzato da un aumento della custodia chiusa, dal crescente ricorso all’isolamento e da una progressiva riduzione degli spazi di socialità. Secondo Antigone, il carcere italiano “si è chiuso al mondo esterno e si è chiuso al proprio interno”, trasformandosi sempre più in uno spazio segnato da controllo, segregazione e compressione dei diritti fondamentali. Oltre il 60% delle persone detenute trascorre infatti quasi l’intera giornata all’interno della propria cella, mentre nuove circolari emanate dal Dipartimento di Amministrazione Penitenziaria (DAP) hanno progressivamente limitato le attività collettive e l’accesso della società civile agli istituti penitenziari. A ciò si aggiungono il drammatico aumento del sovraffollamento, il permanere di livelli allarmanti di sofferenza psichica espressi attraverso episodi di suicidi e atti autolesionistici, e il crescente ricorso a pratiche di isolamento e separazione.

Sovraffollamento e condizioni di vita

Il primo dato che il rapporto presenta è un trend di crescita della popolazione detenuta, che ha registrato negli ultimi 12 mesi un aumento delle presenze di 1.991 persone, in accelerazione rispetto alle 1.148 registrate nei 12 mesi precedenti. Questo dato si inserisce in un contesto drammatico di sovraffollamento degli spazi carcerari che raggiunge il 139,1%. Al 30 aprile 2026 si contano 64.436 persone in istituti penitenziari la cui capienza regolamentare è di 51.265 posti, ulteriormente ridotta a 46.318 posti letto effettivamente disponibili. In 73 istituti il tasso di sovraffollamento si registra pari o superiore al 150%, con addirittura 8 istituti che superano il 200%. 

Nonostante l’aumento delle presenze, si registrano ingressi in calo rispetto all’anno precedente e una diminuzione di casi di custodia cautelare in carcere, i quali rappresentano soltanto il 24,4% delle presenze. È cresciuto però il numero di persone che scontano una condanna definitiva, passando dal 74,8% al 75,4% delle presenze. Una variazione percentuale modesta, ma coerente con la riduzione della custodia cautelare: se da un lato questo segnala un uso più contenuto di una misura che nel nostro ordinamento dovrebbe avere carattere residuale, dall’altro non si traduce in alcun alleggerimento della pressione sulle strutture. Il sovraffollamento continua così ad aggravarsi.

Figura 1: Andamento delle presenze di detenuti nelle carceri italiane (1991-2025) - Fonte: Associazione Antigone, "I numeri della detenzione", in XXII Rapporto sulle condizioni di detenzione, 2026.

Il crescente sovraffollamento determina ulteriori criticità del sistema penitenziario italiano. Tra il 2018 e il 2024 la Magistratura di Sorveglianza ha accolto oltre 30.000 ricorsi per trattamenti inumani e degradanti, specialmente riguardo all’indisponibilità dello spazio minimo riconosciuto di 3 mq a persona. Inoltre, l’eccessiva pressione demografica sugli spazi porta inevitabilmente al collasso delle infrastrutture: Antigone ha rilevato che in 66 strutture su 102 esistono reparti inagibili che sottraggono spazio vitale, e che in 23 istituti penitenziari il wc e la cucina si trovano nello stesso ambiente. Il sovraffollamento aggrava poi la mancanza di acqua calda (in 47 carceri) e di docce in cella (in 53 carceri), rendendo difficile la gestione dell’igiene quotidiana per i detenuti. Questi dati rientrano in una cornice più ampia di vetustà degli istituti: solamente 39 dei 102 visitati dall’associazione risultano essere costruiti dopo il 1980. Gli istituti sono poi collocati distanti dai centri abitati, condizione che tende a creare un immaginario di questi spazi come un corpo estraneo alla comunità. 

Figura 2: Percentuali di specifiche condizioni degli spazi detentivi del 2025 - Fonte: Associazione Antigone, "La nostra osservazione diretta", in XXII Rapporto sulle condizioni di detenzione, 2026.

Tutte queste condizioni provocano sofferenza acuta, spesso invisibilizzata e non sostenuta da cure psicologiche, che possono portare ad atti di autolesionismo e tentati suicidi, aggravati dal fatto che la presenza continuativa di personale sanitario è garantita soltanto in 65 istituti penitenziari. Seppur in calo rispetto al 2024, i numeri del 2025 restano elevati: 1 detenuto su 5 ha compiuto gesti autolesivi e 13 su 10.000 hanno compiuto gesti suicidari (la maggioranza donne), uno dei valori più alti degli ultimi trent’anni.

Regime di vita chiuso 

Dopo le restrizioni legate al Covid-19 (2020-2022), il 2025 segna una nuova fase di crescente chiusura del sistema penitenziario italiano, non più giustificata da emergenze sanitarie ma da esigenze di controllo interno. Le attuali misure restrittive riflettono una logica strutturale di separazione, utilizzata dall’amministrazione penitenziaria come strumento centrale per garantire ordine interno in un contesto caratterizzato da sovraffollamento. In questo quadro, il controllo dei soggetti ritenuti problematici o difficili da gestire avviene principalmente attraverso misure di isolamento e restrizione della socialità. Al 7 aprile 2026, il 60,25% della popolazione detenuta viveva in regime di custodia chiusa, un numero triplicato se comparato a quello del 2022. Il regime di vita chiuso si declina con intensità e scopi differenti a seconda del circuito di appartenenza, ma è accomunato da controllo e una progressiva contrazione degli spazi di movimento, talvolta delimitati esclusivamente dalla propria cella. Nell'approfondimento ad opera di Rachele Stroppa, l’autrice sostiene che “lo spazio ha una valenza altamente politica, poiché la sua conformazione va ad incidere direttamente sui diritti delle persone detenute". Se lo spazio costituisce dunque uno strumento di governo della popolazione detenuta, le modalità con cui esso viene organizzato producono conseguenze concrete sulla vita delle persone. In questo senso, appare significativo che il 75% dei 76 suicidi verificatisi nel 2025 sia avvenuto in regime di separazione.

Antigone rileva inoltre un “paradosso dell’isolamento”: in contesti fortemente sovraffollati, le sezioni chiuse finiscono per essere percepite da alcuni detenuti come spazi preferibili rispetto alla detenzione ordinaria. Tale fenomeno evidenzia il deterioramento delle condizioni di vita all’interno degli istituti e la prevalenza di una logica di mero contenimento.

Il regime di vita chiuso include realtà diverse, tutte influenzate dalle scelte politiche degli ultimi anni. Il Piano Kairos del 2026 interviene sul regime 41 bis prevedendo la concentrazione dei detenuti in 7 istituti di massima sicurezza, 3 dei quali in Sardegna dove l’isolamento geografico e fisico risulta accentuato. Con la Circolare del 27 febbraio 2025, è stato vietato ai detenuti lo svolgimento di attività di socialità nei corridoi delle sezioni del circuito di Alta Sicurezza, misura che era già stata introdotta dalla Circolare 18 del luglio 2022 per le sezioni del circuito di Media Sicurezza. Queste misure si muovono però in senso contrario al principio di “sorveglianza dinamica” che l’Italia si era dichiarata disposta ad implementare a seguito della storica condanna da parte della Corte Europea dei Diritti dell’Uomo (Torreggiani e altri c. Italia), la quale prevedeva il superamento del mero contenimento fisico a favore di una conoscenza più approfondita del detenuto, promuovendo un modello di custodia aperta. 

La crisi del sistema di giustizia giovanile 

Il sovraffollamento è un aspetto concreto anche del sistema penitenziario minorile. Considerando il 2022 come base di paragone (ultimo anno prima dell’entrata in vigore del decreto Caivano), Antigone ha registrato un aumento di giovani detenuti in Istituti Penali per Minorenni (IPM) del 52,5% al 30 aprile 2026. Tale percentuale non tiene però in considerazione i neomaggiorenni trasferiti in carceri per adulti nonostante la loro permanenza negli IPM sia possibile fino ai venticinque anni, portando all’interruzione di percorsi educativi già iniziati. 

Per quanto riguarda i giovani stranieri, seppur i reati a loro ascritti siano di minore gravità rispetto a quelli ascritti ai giovani detenuti italiani, questi sono soggetti a misure più contenitive. Particolare attenzione va poi destinata ai minori stranieri non accompagnati che spesso entrano in carcere a seguito di aver sviluppato dipendenze da sostanze, spesso gestite poi con un uso indiscriminato di psicofarmaci.

Dalla legge di bilancio del 2026 emerge una contrazione dei fondi a sostegno dei minori detenuti, registrando una diminuzione del 60,6% per l’innovazione, il potenziamento e la ristrutturazione delle strutture destinate alla giustizia giovanile. Allo stesso tempo si registra però un aumento consistente delle risorse destinate al personale amministrativo, ai magistrati e al personale della polizia penitenziaria. 

La condizione delle madri in carcere

Al 31 marzo 2026, nelle carceri italiane vivevano 27 bambini insieme alle loro 22 madri detenute, più del doppio rispetto all’anno precedente in cui si contavano 12 bambini. Secondo l’indagine di Antigone questo aumento si inserisce in un contesto normativo mutato dopo l’approvazione della legge n. 80/2025, che ha reso facoltativo e non più obbligatorio il rinvio dell’esecuzione della pena per le donne incinte o con figli fino a un anno di età. La riforma ha inoltre introdotto la possibilità di trasferire una madre da un Istituto a Custodia Attenuata per detenute Madri (ICAM) a un carcere ordinario in caso di comportamenti ritenuti non adeguati, con il conseguente allontanamento del minore e l’intervento dei servizi sociali. Antigone sottolinea come, per la prima volta, il mantenimento del rapporto tra madre e figlio venga subordinato alla condotta disciplinare della detenuta, esprimendo preoccupazione per il crescente numero di bambini che trascorrono i primi mesi di vita in ambiente carcerario.

Figura 3: Andamento della presenza di bambini, madri detenute e donne incinte nelle carceri italiane (1998-2025). Fonte: Associazione Antigone, "Donne e bambini", in XXII Rapporto sulle condizioni di detenzione, 2026.

Politiche penitenziarie del governo Meloni

La quasi totale egemonia del Governo nella produzione di nuove norme penali (222 su 298) attraverso l’uso sistematico di decreti-legge e questioni di fiducia, mette in risalto uno sbilanciamento dei poteri nel nostro Paese. Dalla sua entrata in carica, il Governo Meloni ha introdotto oltre 55 nuovi reati e più di 60 nuove aggravanti, a cui si aggiungono oltre 65 inasprimenti sanzionatori, una spinta repressiva che ha toccato anche il diritto amministrativo con l’introduzione di più di 30 nuove sanzioni pecuniarie e interdittive. La svolta securitaria tra il 2023 e il 2026 ha ridefinito i confini della punibilità attraverso norme emanate sulla scia di emergenze mediatiche. Il percorso è iniziato col Decreto Cutro, che ha eliminato la protezione speciale per i migranti e limitato la possibilità di accoglienza, ed è proseguito col Decreto Caivano, che ha facilitato la custodia cautelare in carcere e il Daspo urbano per i minorenni. La spinta repressiva è poi culminata nei due Decreti Sicurezza (2025 e 2026), con l’introduzione di misure che comprendono il reato di blocco stradale, il bando della cannabis light e il reato di rivolta penitenziaria.

Questa tendenza centralizzatrice e securitaria del Governo altera profondamente il tradizionale sistema di pesi e contrappesi istituzionali: con un esecutivo così forte, Antigone mostra preoccupazione poiché “il ruolo delle Camere rischia di ridursi a un esercizio di mera recezione passiva di decisioni governative”. Secondo l’associazione, la direzione intrapresa negli ultimi anni solleva una questione fondamentale sul significato stesso della giustizia in una democrazia costituzionale: se il carcere diventa sempre più uno strumento di esclusione e contenimento, anziché di reinserimento e tutela dei diritti, il rischio è quello di allontanarsi dai principi costituzionali ed europei che pongono la dignità umana al centro dell’azione dello Stato. La qualità di una democrazia, sostiene Antigone, si misura dalla capacità di garantire i diritti anche a chi si trova nella condizione di maggiore vulnerabilità e marginalità.

Conclusione

Il quadro delineato dal rapporto appare particolarmente problematico, poiché chiama in causa il rispetto dei principi fondamentali che disciplinano la funzione della pena dell’ordinamento italiano. L’Art. 27 della Costituzione italiana sancisce infatti che le pene devono tendere alla rieducazione del condannato e non possono consistere in trattamenti contrari al senso di umanità. Tuttavia, i dati raccolti sembrano mostrare una distanza crescente tra il modello costituzionale della pena e la realtà concreta della detenzione. Il carcere emerge infatti non come luogo di reinserimento sociale, ma come spazio di marginalizzazione, inattività e sofferenza psichica, in cui la gestione securitaria prevale sempre più sulle finalità trattamentali e rieducative, spostandosi verso una logica che Antigone definisce di “pura neutralizzazione sociale”.

È proprio a partire da questa diagnosi che Antigone propone un radicale cambio di paradigma attraverso un “Piano Marshall” per il sistema penitenziario. Le quindici misure avanzate dall’associazione mirano a contrastare il sovrafollamento, ampliare l’accesso alle misure alternative, rafforzare le opportunità educative e lavorative, migliorare la tutela della salute fisica e mentale e ridurre l’isolamento dei detenuti. Al di là delle singole proposte, ciò che emerge è una diversa concezione della pena, fondata sul rispetto della dignità umana della persona e sulla funzione rieducativa della detenzione. In questo senso, il piano rappresenta un tentativo di ricondurre il sistema penitenziario entro il perimetro dei principi costituzionali, riaffermando l'idea che la sicurezza collettiva non possa essere perseguita a discapito dei diritti fondamentali.

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