partecipazione culturale

La solitudine è politica: un laboratorio per l’engagement di adolescenti e giovani adulti

La solitudine è politica: un laboratorio per l’engagement di adolescenti e giovani adulti
© Picture by Maxim Tolchinskiy on Unsplash

Il progetto Spiazzati nasce dalla collaborazione tra il Laboratorio La.R.I.O.S. dell’Università di Padova e l’Ufficio di Pastorale Sociale e del Lavoro della Diocesi di Padova. Il progetto nasce dalla constatazione che spesso adulti e soprattutto giovani si sentono “spiazzati” di fronte ai fenomeni contestuali che toccano e preoccupano il presente del mondo e rendono ancora più incerto il suo futuro. Nasce anche dalla voglia di riappropriarsi della piazza, come luogo (reale e virtuale) a funzione politica, nel senso più tradizionale, sociale e comunitario del termine. Il progetto laboratoriale ha infatti l’obiettivo di promuovere nei partecipanti il civic engagement, ovvero la capacità sentirsi responsabile del Bene comune, di riconoscersi parte attiva della propria comunità e di immaginare possibili azioni trasformative per rendere i loro contesti di vita più inclusivi, più partecipativi, più democratici. In un tempo spesso raccontato come segnato da disinteresse e disimpegno giovanile, Spiazzati vuole invece creare uno spazio di ascolto, riflessione e partecipazione, lavorando sulle variabili che la letteratura di riferimento indica come salienti parlando di partecipazione. Infatti, Flanagan (2013) descrive il costrutto di civic engagement definendone tre sottocategorie: (1) la civic literacy, ovvero l’insieme di conoscenze rispetto al gruppo o la comunità di riferimento, alle modalità di funzionamento e di decisione politica; (2) le civic skills, ossia le competenze necessarie per il raggiungimento degli obiettivi sociali, civici e comunitari; e, infine, (3) il civic attachment, la dimensione affettiva ed emotiva vincolata al senso di appartenenza al gruppo o alla comunità stessa. Proprio queste sono le dimensioni su cui Spiazzati si concentra, stimolando i partecipanti e le partecipanti nell’acquisire nuove conoscenze e nuove abilità nei confronti della propria comunità di riferimento. 

Il percorso, sviluppato su cinque incontri da due ore ciascuno, è stato già implementato in varie realtà parrocchiali della periferia padovana. Durante le sessioni laboratoriali i ragazzi sono stati accompagnati a interrogarsi sulle proprie preoccupazioni rispetto al futuro, sia personale sia collettivo. In una comunità diocesana, attraverso attività dialogiche e partecipative, è emerso con forza un tema condiviso: la solitudine. Non una solitudine intesa come semplice mancanza di relazioni, ma come isolamento sociale, difficoltà a sentirsi visti, ascoltati e riconosciuti all’interno dei contesti quotidiani, in particolare la scuola e le comunità di riferimento. A partire da questa consapevolezza, il gruppo ha approfondito il fenomeno utilizzando strumenti e tecniche di analisi contestuale. Tra questi, è stato presentato il modello bio-psico-socio-spirituale, che ha permesso ai partecipanti di indagare l’isolamento sociale, esplorando nei livelli micro, meso e macro, e interrogandosi sulle influenze che questo problema contestuale può avere nella dimensione biologica (ciò che riguarda il corpo e la salute fisica), nella dimensione psicologica (quindi nei pensieri, nelle emozioni e nei comportamenti), nella dimensione sociale (ovvero nella rete di relazioni in cui ciascuno di noi è inserito) e nella dimensione spirituale (che riguarda ciò che per noi è importante e dà senso alle cose, si riferisce alla ricerca del senso e della direzione della vita, all’autotrascendenza, al percepirsi parte di un qualcosa di più grande, fino alla relazione con il divino). I ragazzi hanno riflettuto su come la solitudine, in tutte le sue dimensioni, possa manifestarsi nelle esperienze individuali (micro), nelle relazioni con i pari e gli adulti significativi (meso) e nelle strutture sociali e istituzionali che abitano (macro). Questo lavoro ha permesso loro di dare un nome a vissuti spesso percepiti come personali, riconoscendone invece la dimensione collettiva e sociale. 

Nella fase conclusiva del progetto, è stato proposto ai partecipanti un esercizio utopico-immaginativo: potendo idealmente disporre di tutte le risorse (materiali e immateriali) necessarie, immaginare soluzioni possibili per contrastare la solitudine nella propria comunità. Da questo confronto è emersa una proposta significativa: creare, soprattutto all’interno della scuola, momenti strutturati di dibattito e confronto in piccoli gruppi eterogenei, in cui studenti e studentesse possano discutere dei problemi che riguardano la comunità e il gruppo di riferimento. Secondo i partecipanti, questi spazi dovrebbero essere condotti e mediati da professionisti esterni, per garantire un clima di ascolto e libertà espressiva. Un ulteriore aspetto particolarmente interessante della proposta riguarda il ruolo degli adulti: mentre gli studenti partecipano a questi momenti di confronto, anche insegnanti ed educatori potrebbero avere spazi dedicati per dialogare tra loro su temi simili, non solo come figure di riferimento, ma come persone coinvolte nelle stesse dinamiche comunitarie. 

In questa prospettiva, il contrasto alla solitudine diventa un compito condiviso, intergenerazionale: l’esperienza di Spiazzati permette di rileggere la solitudine non solo come un esito individuale di fragilità relazionali, ma come un fenomeno profondamente e intrinsecamente politico. La solitudine, infatti, interroga direttamente le modalità con cui le comunità organizzano gli spazi di parola, di riconoscimento e di partecipazione, e chiama in causa le responsabilità delle istituzioni educative, sociali e culturali. Quando giovani e adolescenti faticano a sentirsi visti e ascoltati, non è solo la qualità delle relazioni interpersonali a essere in gioco, ma anche la possibilità stessa di esercitare cittadinanza. In questo senso, il laboratorio diventa uno spazio di “narrazione divergente” rispetto a discorsi diffusi che descrivono le nuove generazioni come disinteressate o apatiche, restituendo invece un’immagine di giovani capaci di analisi critica, immaginazione sociale e desiderio di cambiamento.

Il lavoro sulla solitudine come problema condiviso consente inoltre di superare la dicotomia tra dimensione privata e dimensione pubblica, mostrando come i vissuti soggettivi siano intrecciati alle condizioni sociali e strutturali in cui prendono forma. Riconoscere questa connessione rappresenta un passaggio cruciale per lo sviluppo del civic engagement: permette ai partecipanti di spostarsi da una lettura individualizzante del disagio a una comprensione collettiva e trasformativa. In tal modo, la piazza – reale o simbolica – non è solo il luogo della protesta, ma diventa uno spazio di elaborazione comune, in cui la solitudine può essere nominata, condivisa e politicamente affrontata. 

Il progetto Spiazzati mostra come l’educazione alla partecipazione possa nascere dall’ascolto dei vissuti, trasformandoli in leva per l’impegno e la corresponsabilità comunitaria; mostra come gli adolescenti possano dotarsi di strumenti per leggere con lucidità il proprio tempo e proporre utopiche e responsabili soluzioni per il futuro delle loro comunità. Dare loro spazio non significa solo ascoltarli, ma riconoscerli come cittadini già presenti, come persone pronte a riappropriarsi della piazza per agire la loro responsabilità politica.

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partecipazione culturale giovani