minori / infanzia

L’impegno dell’Organizzazione Internazionale del Lavoro nella regolamentazione delle peggiori forme di lavoro minorile

Un focus sulla Convenzione n. 182 del 1999 e sul suo impatto
Un’analisi della Convenzione n. 182 dell’OIL, delle sue radici storiche, della sua ratifica universale e delle sfide persistenti nell’eliminazione delle peggiori forme di lavoro minorile.
Child labour
© ILO/Joseph Fortin

Sommario

  • L’evoluzione storica del lavoro minorile nelle società occidentali
  • Lo sviluppo istituzionale dell’OIL e l’internazionalizzazione della protezione dell’infanzia
  • Dalla Convenzione n. 138 a un nuovo strumento internazionale
  • L’adozione della Convenzione n. 182 (1999)
  • Ratifica universale, violazioni persistenti
  • Caso studio I: il settore della canna da zucchero in Bolivia
  • Caso studio II: l’industria dell’abbigliamento in India
  • Conclusioni

L’evoluzione storica del lavoro minorile nelle società occidentali

Il lavoro minorile non è sempre stato percepito come sfruttamento. Nelle società occidentali preindustriali, i bambini contribuivano all’economia familiare attraverso attività agricole o domestiche. Storici come Hugh Cunningham e Philippe Ariès hanno dimostrato come l’infanzia sia un concetto socialmente costruito, evolutosi nel corso dei secoli.

Solo con l’industrializzazione lo sfruttamento dei bambini nelle fabbriche e nelle miniere suscitò indignazione morale e movimenti di riforma.

Alla fine del XIX secolo, l’infanzia venne progressivamente considerata una fase protetta della vita, incentrata sull’istruzione e sullo sviluppo piuttosto che sulla produttività economica. Questa trasformazione pose le basi per i moderni diritti dell’infanzia e per l’intervento internazionale.

Tuttavia, come evidenziato nella mia ricerca, questa visione occidentale non può essere imposta universalmente senza attriti. In molte zone del Sud globale, il lavoro minorile è ancora legato alla povertà, alle strategie di sopravvivenza e alle norme culturali locali. La tensione tra standard universali e realtà socio-economiche resta centrale.

Lo sviluppo istituzionale dell’OIL e l’internazionalizzazione della protezione dell’infanzia

La creazione dell’Organizzazione Internazionale del Lavoro nel 1919 segnò una svolta nella regolamentazione internazionale del lavoro. Nata dal Trattato di Versailles, si fonda sul principio che una pace duratura richieda giustizia sociale.

La sua struttura tripartita, che riunisce governi, datori di lavoro e lavoratori, fu rivoluzionaria. Fin dalle prime convenzioni, l’OIL riconobbe i bambini come gruppo vulnerabile bisognoso di protezione.

Nel tempo, l’organizzazione ha sviluppato standard internazionali del lavoro. La Dichiarazione di Filadelfia del 1944 ne riaffermò la missione sociale e nel 1969 ricevette il Premio Nobel per la Pace.

Il lavoro minorile rimase una preoccupazione centrale per tutto il XX secolo, ma le prime convenzioni incontrarono difficoltà di ratifica e attuazione, soprattutto nei contesti coloniali e in via di sviluppo.

Dalla Convenzione n. 138 a un nuovo strumento

Una tappa fondamentale fu la Convenzione n. 138 (1973), che stabilì un’età minima uniforme per l’occupazione, ma la sua ratifica fu lenta.

Negli anni ’90 si registrò un nuovo slancio: la Convenzione sui Diritti dell’Infanzia e dell'Adolescenza (CRC) del 1989, ridefinì i bambini non solo come soggetti da proteggere, ma come titolari di diritti.

Nel 1992 l’OIL lanciò il Programma Internazionale per l’Eliminazione del Lavoro Minorile (IPEC), adottando un approccio più operativo e pragmatico, fornendo assistenza tecnica e collaborando con la società civile.

Tuttavia, la persistenza di pratiche assimilabili alla schiavitù, tratta e lavoro pericoloso rese evidente la necessità di un’azione più incisiva.

L’adozione della Convenzione n. 182 (1999)

La Convenzione n. 182 segnò un cambiamento decisivo, concentrandosi sulle peggiori forme di lavoro minorile: schiavitù, tratta, reclutamento forzato di bambini soldato, sfruttamento sessuale e lavori pericolosi.

Il rapporto OIL del 1998 Child Labour: Targeting the Intolerable pose le basi per questo approccio. Il documento ha messo in luce i gravi danni fisici e psicologici subiti dai bambini nei settori dell’agricoltura, dell’estrazione mineraria, del lavoro domestico e dell’economia informale fino a quel momento, sottolineando la necessità di intervenire e affrontare il problema.

Pertanto, la Convenzione n. 182 fu negoziata e nel 1999 entrò in vigore, diventando in breve tempo la convenzione più universalmente ratificata nella storia dell’OIL. Essa riconosceva esplicitamente la cooperazione internazionale come elemento essenziale e individuava nella povertà strutturale una delle cause profonde del problema.

Nella mia tesi ricostruisco il processo negoziale, illustrando come si sia giunti a dei compromessi, ad esempio includendo il fenomeno dei bambini soldato nella definizione di lavoro forzato e concedendo alle nazioni una certa flessibilità nella definizione dei lavori pericolosi

Ratifica universale, violazioni persistenti

Uno dei risultati più significativi emersi dalla mia ricerca riguarda il divario tra la ratifica giuridica e l'effettiva attuazione.

Secondo le stime globali del 2024 pubblicate congiuntamente dall'OIL e dall'UNICEF, si stima che 138 milioni di bambini siano ancora coinvolti nel lavoro minorile, di cui 54 milioni in attività lavorative pericolose.

Sebbene siano stati compiuti progressi e si sia registrata una riduzione dal 2020, il mondo non è riuscito a raggiungere l'obiettivo 8.7 degli Obiettivi di Sviluppo Sostenibile (eliminazione del lavoro minorile entro il 2025). 

La ratifica universale della Convenzione n. 182 dimostra un forte consenso normativo.

Tuttavia, i meccanismi di applicazione, le ispezioni del lavoro, i sistemi educativi e le misure di protezione sociale rimangono spesso insufficienti. Gli Stati devono tradurre gli impegni internazionali in politiche nazionali efficaci per garantire che le forme più gravi di lavoro minorile vengano eliminate.

Caso studio I: Bolivia - settore della canna da zucchero

In Bolivia ho osservato ciò che gli studiosi definiscono «conformità deviante», ovvero l’adesione formale alle norme internazionali unita a una reinterpretazione selettiva a livello nazionale.

Sebbene la Bolivia abbia ratificato entrambe le convenzioni n. 138 e n. 182 dell'OIL, una legislazione precedente consentiva, in modo controverso, ai minori di lavorare al di sotto dell'età minima di 14 anni in determinate condizioni. 

Inoltre, per quanto riguarda il lavoro minorile pericoloso, nel settore della canna da zucchero bambini sono impiegati prevalentemente in modo informale e stagionale nei campi, dove devono affrontare condizioni di lavoro difficili e rischi legati all’esposizione ai prodotti agrochimici e alla raccolta manuale. Tuttavia, a causa della povertà, della migrazione, dei sistemi di lavoro informali e della debolezza dei meccanismi di controllo, la situazione persiste e rappresenta per molte famiglie e molti bambini una necessità per la sopravvivenza.

In questo contesto, gli standard internazionali si scontrano con realtà socio-economiche radicate. Sottolineando il fatto che, senza un cambiamento strutturale, le convenzioni rischiano di rimanere puramente simboliche.

Caso studio II: India - industria dell’abbigliamento

L'India presenta un quadro altrettanto complesso. Nonostante l'esistenza di quadri normativi come la Legge sul Lavoro Minorile (Divieto e Regolamentazione) del 1986, il subappalto informale permette al lavoro minorile di rimanere nascosto all'interno delle catene di approvvigionamento.

Nel settore dell'abbigliamento di Delhi, i bambini lavorano spesso in laboratori domestici svolgendo mansioni delicate in condizioni non sicure. Tendono a lavorare ai margini delle catene di approvvigionamento, in modo informale, e riescono così a non essere individuati dal sistema. È evidente come, in questo contesto, le disuguaglianze strutturali quali la discriminazione di casta, la povertà rurale e le gerarchie di genere si intreccino con un’applicazione delle leggi debole e poco chiara.

Mentre nella regione del Tamil Nadu, il sistema di reclutamento noto come Sumangali (che significa “donna felicemente sposata”) dimostra ulteriormente come le ragazze adolescenti possano essere sfruttate con il pretesto dell'emancipazione: Questo sistema lavorativo, lungi dall’essere fonte di emancipazione, attira ragazze provenienti da contesti rurali estremamente poveri e di casta inferiore con la promessa di un reddito stabile e l’opportunità di risparmiare per il proprio futuro, ma in realtà le confina in alloggi controllati dalle fabbriche, costringendole a vivere in condizioni estreme che mettono a repentaglio i loro diritti fondamentali e basilari.

Queste dinamiche dimostrano che il lavoro minorile non è solo una questione giuridica, ma una sfida socio-economica e morale che richiede responsabilità da parte delle imprese, investimenti nell’istruzione e il coinvolgimento della comunità.

Conclusioni

La mia tesi si pone, in definitiva, la domanda se l’approccio in continua evoluzione dell’OIL, dalle prime convenzioni di tutela fino alla Convenzione n. 182, rimanga utile e necessario, e la mia risposta è affermativa.

L’OIL è riuscita a definire standard e un consenso a livello globale, creando norme applicabili. Le sue convenzioni, in particolare la Convenzione n. 182, hanno sensibilizzato l’opinione pubblica, mobilitato gli Stati e creato un quadro normativo ormai universalmente riconosciuto, segnando risultati significativi nel diritto internazionale del lavoro. 

Tuttavia, il fatto che vi siano ancora 138 milioni di bambini lavoratori dimostra che l’adozione di standard internazionali non è di per sé sufficiente, poiché i progressi normativi non si traducono automaticamente in giustizia sociale. Ciò rende il lavoro dell’OIL necessario e indispensabile, ma di per sé limitato. Le sue convenzioni forniscono infatti le basi giuridiche essenziali, ma devono essere integrate da politiche più ampie volte alla riduzione della povertà, all’accesso all’istruzione e alla protezione sociale.

La mia analisi dimostra che la comunità internazionale dispone degli strumenti e delle conoscenze necessari per eliminare le forme più gravi di lavoro minorile. La sfida consiste nel tradurre gli impegni giuridici in cambiamenti concreti e misurabili. Da un lato, è fondamentale continuare a rafforzare gli standard internazionali e la loro applicazione. Dall’altro lato, continuare ad affrontare le realtà socio-economiche, come la povertà sistemica, e le questioni di governance che alimentano e perpetuano il fenomeno, è anch'esso un passo necessario da compiere per realizzare un mondo in cui il lavoro minorile non sia più indispensabile per la sopravvivenza. 

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minori / infanzia lavoro protezione dei diritti umani OIL/ILO

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