obiezione di coscienza

Cordoglio per la scomparsa di Alberto Trevisan, apostolo dell'obiezione di coscienza e della nonviolenza in Italia

Alberto Trevisan

Il Centro di Ateneo per i Diritti Umani “Antonio Papisca” dell’Università di Padova esprime profondo cordoglio per la scomparsa di Alberto Trevisan, apostolo dell'obiezione di coscienza e della nonviolenza in Italia, costruttore di pace. Maestro dell'anima per tutti noi. 

Riportiamo l'intervento del prof. Marco Mascia ai funerali di Alberto Trevisan, Chiesa Parrocchiale di Rubano, sabato 21 marzo 2026

Alberto è stato testimone autentico della nonviolenza, esempio di coerenza personale e civile, educatore alla pace nel senso più profondo. 

Alberto è stato apostolo dell'obiezione di coscienza e della nonviolenza in Italia, costruttore di pace.

Si era formato alla nonviolenza leggendo Gandhi, Martin Luther King, Lanza del Vasto, Aldo Capitini, Henry David Thoreau, don Lorenzo Milani.

L’amicizia con mons. Giovanni Nervo, per il quale è stata avviata la causa di beatificazione e canonizzazione, ha segnato l’impegno sociale e politico di Alberto.

L’obiezione di coscienza di Alberto è stata caratterizzata da quasi tre anni di lotta intensa: arresti continui, condanne, carcerazioni, perdita del lavoro, pignoramenti ai beni dei suoi genitori e perquisizioni. Una scelta vissuta in maniera "totale" fino all'approvazione della legge 772/72 che riconobbe giuridicamente il diritto all'obiezione di coscienza in Italia. 

Alberto è stato uno dei padri di questa legge insieme al suo amico On. Carlo Fracanzani.

Il carcere ha rappresentato il prezzo personale della coerenza con i propri valori, fatto di isolamento, disciplina rigida e stigma sociale. Ma il carcere divenne anche un luogo simbolico. Non riuscì a spegnere la sua scelta, ma anzi la rese più visibile: il fatto che qualcuno fosse disposto ad affrontare il carcere pur di non tradire la propria coscienza colpì l’opinione pubblica e una parte della politica.

La sua scelta ha dimostrato concretamente come lo Stato punisse persone che non rifiutavano i doveri civici, ma solo l’uso delle armi per ragioni di coscienza. In questo senso, Alberto non è stato solo un individuo che esercitava una scelta personale, ma è diventato un simbolo di una battaglia civile nel nostro paese. Il suo è stato un atto di cittadinanza attiva, democratica e non solo di dissenso.

La sua storia ha dimostrato come le scelte individuali possono avere un impatto collettivo nel progresso dei diritti fondamentali e nella costruzione della pace.

Con il suo gesto Alberto ha esercitato il diritto fondamentale di ogni individuo alla libertà di pensiero, di coscienza e di religione sancito dall’art. 18 della Dichiarazione universale dei diritti umani. Un diritto che tutela la dignità della persona.

L'individuo non può essere costretto ad agire contro la propria coscienza. Lo Stato non ha il diritto di esercitare un potere assoluto sul cittadino. Anche di fronte alla legge, la coscienza individuale prevale.

La coscienza individuale è stata per Alberto il giudice supremo dei suoi diritti fondamentali. 

Con riferimento all’art. 18 Antonio Papisca scriveva che diversamente dagli altri diritti, il diritto alla libertà di pensiero, coscienza, religione ha una caratteristica peculiare: “Gli altri diritti possono essere distrutti dall’esterno: si pensi al diritto all’alimentazione o al diritto all’assistenza pubblica in caso di necessità o al diritto al lavoro. Non è così per i tre diritti dell’articolo 18, essi hanno una intrinseca forza di resistenza, possono essere combattuti, contrastati, ma sopravvivono comunque: più forti della morte. Mi possono mettere in carcere, possono combattere la mia religione, ma le mie idee, la mia fede, la mia coscienza rimangono intatte. Al dittatore, al carnefice si può sempre gridare: dov’è la tua vittoria?”

La coscienza di Alberto è rimasta intatta. Nessuno, nemmeno la violenza strutturale dello Stato, è riuscito a scolpirla.

Antonio Papisca vedeva in Alberto un esempio concreto di ciò che lui stesso teorizzava: il legame tra diritti umani, pace e nonviolenza. Per Papisca, Alberto incarnava i principi della pace positiva, cioè di una pace fondata sulla giustizia. 

Alberto è sempre stato vicino al Centro diritti umani e al suo fondatore Antonio Papisca con il quale spesso si confrontava. Ricordo gli incontri durante le guerre nella ex Jugoslavia, in occasione della Marcia PerugiAssisi per la pace e la fraternità, nel periodo in cui ha ricoperto l’incarico di Assessore alla pace del Comune di Rubano.

Significativa è stata anche la sua collaborazione con l’Università di Padova nella formazione dei giovani in servizio civile universale insegnando loro che la nonviolenza è azione non passività, una forma audace di resistenza coraggiosa all’ingiustizia e di progettazione del futuro.

Nel suo bellissimo libro spezzare il fucile scriveva: “Il fucile spezzato non è una semplice spilla… è il simbolo della pace e della nonviolenza” e aggiungeva: la pace non è delegabile, ma nasce da una scelta personale concreta. E’ una responsabilità personale.

Il suo “no” all’esercito era diventato “una scelta di vita” che condivideva con la moglie Claudia e i figli Luca e Michele, nel lavoro e nel suo impegno pubblico. Con Alberto, il no all’esercito era entrato nelle istituzioni della repubblica.

Alberto ha camminato controvento, con mani vuote e coscienza piena, sapendo che dire “no” avrebbe comportato un prezzo altissimo da pagare. 

E’ stato nostro maestro dell’anima. Ci ha insegnato che la coscienza non si arruola.

Grazie Alberto!

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