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Una donna taglia l'erba per nutrire il bestiame a Lamaku, Nepal orientale
© UN photo/Gayle Jann

Le conoscenze tradizionali, la biodiversità e la protezione dei diritti intellettuali collettivi

Autore: Chiara Madaro

La ricerca sui fitochimici, basata sulle tradizioni medicinali indigene, ha prodotto un giro economico miliardario. Negli ultimi anni molti popoli indigeni si sono resi conto di questa situazione ed hanno iniziato una campagna per proteggere, anche legalmente, le loro conoscenze ancestrali da atti di biopirateria o bioprospezione, ovvero la ricerca di ricchezze derivanti dalla farmacopea forestale.

Secondo la ricerca di Pascal Nadembega dell'Alma Mater Studiorum di Bologna "la bioprospezione ha determinato la deforestazione su larga scala poichè le piante medicinali utilizzate, che non sono coltivate, vengono prese direttamente dall'ambiente naturale. Di fronte a questo fenomeno, alcune organizzazioni come la Banca Mondiale, il Centro Internazionale per la Ricerca e lo Sviluppo (IDRC), il Danish Agency for Development Assistance (DANIDA) e ben altre, stanno intraprendendo programmi per la conservazione della biodiversità in Africa. In questi ultimi anni, molti paesi hanno tentato di dare vita ad un regolamento per il riconoscimento della medicina tradizionale" ("Studio delle caratteristiche botaniche, fitochimiche, farmacologiche e delle relative attività biologiche di alcune piante della medicina tradizionale africana", 2010, p. 32). Stati come lo Sri Lanka, l’India e la Cina hanno riconosciuto legalmente la medicina tradizionale e la stessa Organizzazione mondiale della sanità (OMS) sta adottando posizioni sempre più favorevoli. Con il suo sostegno, nel 2024 dovrebbe sorgere il primo Centro Globale per la medicina tradizionale in India. Nonostante questo, lo sfruttamento delle risorse della flora resta in molti casi non regolamentato.

E' per questi motivi che, nell'agosto del 1993, le nove tribù maori di Mataatua decidono di organizzare una conferenza indigena a Whakatana, in Nuova Zelanda, a cui partecipano 150 delegati provenienti da Giappone, Americhe, India e Pacifico per discutere di biodiversità, nuove tecnologie, gestione ambientale, difesa delle arti, della cultura e delle lingue. La Dichiarazione di Mataatua fa emergere alcuni punti che risultano essenziali per i popoli indigeni:

  • sviluppare un codice etico relativamente all'uso di materiale indigeno (scritto, registrato o videoregistrato);
  • istituire centri di educazione, ricerca e formazione professionale;
  • tornare in possesso di alcune terre per potervi praticare la produzione agricola secondo le tradizioni;
  • esaminare la legislazione relativa alla protezione dei beni archeologici;
  • istituire un organismo internazionale col mandato di: a) sostenere i popoli indigeni nella difesa del loro patrimonio culturale; b) controllare ogni nuova legge che riguardi i diritti di proprietà culturale ed intellettuale dei popoli indigeni.

Oggi, le nuove tecnologie nel campo biomedico stanno aprendo nuovi orizzonti e nuove fonti di guadagno per le case farmaceutiche. I popoli indigeni, pertanto, si trovano ad affrontare nuove sfide per la protezione della loro cultura e per le loro stessa esistenza. La diversità genetica delle specie esistenti nei territori indigeni è minacciata dalla ricerca genetica e dalla mancanza di una normativa internazionale che possa difendere i diritti dei popoli nativi in questo campo. La commercializzazione dei prodotti forestali avviene in assenza del previo consenso informato degli effettivi detentori di tali conoscenze, ovvero i popoli indigeni, che non godono in alcun modo dei benefici economici derivanti dalle attività commerciali delle case farmaceutiche – detentrici del monopolio sul mercato internazionale. Ciò configurerebbe, secondo alcuni, una moderna versione del colonialismo: in questo scenario, coloro che si sono auto-dichiarati 'scopritori' di nuove piante medicinali, risorse genetiche e conoscenze tradizionali, diventano automaticamente 'proprietari' di queste conoscenze, così come le risorse naturali diventano proprietà privata.

Tali circostanze rendono sempre più evidenti le sfide che la scienza e le nuove tecnologie impongono nel campo della difesa dei diritti di proprietà collettiva e della gestione delle risorse genetiche forestali. In tale contesto, i popoli indigeni si stanno organizzando per proteggere i propri diritti attraverso misure specifiche. Ad esempio, il Consiglio dei popoli indigeni sul biocolonialismo (IPCB), una Ong organizzata allo scopo di assistere i popoli indigeni nella protezione delle risorse genetiche, delle conoscenze, della cultura, dei diritti dei popoli indigeni rispetto agli effetti negativi della biotecnologia, ha recentemente adottato l'Atto sulla protezione delle ricerche indigene (IRPA), che offre ai popoli indigeni delle linee guida per proteggersi da ricerche indesiderate.

A livello internazionale opera l'Organizzazione mondiale per la proprietà intellettuale (WIPO), un'agenzia specializzata della Nazioni Unite istituita nel 1967 a Ginevra, che si dedica alla creazione di un sistema internazionale di accesso alla proprietà intellettuale (IP). Tuttavia, i popoli indigeni hanno spesso espresso forte criticità verso l'operato di questa agenzia, come, ad esempio, in occasione della Tavola rotonda organizzata dalla WIPO il 3 ottobre 1999 a Ginevra. In tale sede, i rappresentanti indigeni invitarono la WIPO, i governi e le altre organizzazioni non governative ad esplorare vie alternative alla brevettazione per la promozione e la protezione della proprietà intellettuale, criticando, in particolare, l'Accordo sui diritti di proprietà intellettuale relativi al commercio (TRIPS). Questi, infatti, sarebbero in contraddizione con la Convenzione sulla Biodiversità (CBD) del 1992 che all'Art. 8 richiama i governi al rispetto delle pratiche, delle innovazioni e delle conoscenze tradizionali indigene, specificando che gli stessi dovrebbero incoraggiare politiche che vadano nella direzione della condivisione e dell'equa distribuzione dei profitti derivanti dall'uso delle conoscenze tradizionali. Al contrario, l'Art. 27 del TRIPS legittima i diritti di proprietà intellettuale sulle forme di vita e relative modificazioni. I popoli indigeni, dunque, lamentano il fatto che questi diritti, in questo modo, sarebbero proprietà esclusiva di alcuni individui, corporazioni, Stati, ma non dei popoli indigeni e delle comunità rurali.

Ancora nel 2003, in occasione della quinta sessione intergovernativa della WIPO, la Ong indigena Tebtebba, con sede nelle Filippine, solleva ancora una volta dubbi sul sistema pensato dalle Nazioni Unite, ribadendo che, nel tempo, questo gruppo di norme non ha dimostrato la sua efficacia nell'effettiva protezione del sapere ereditario indigeno e che entità terze se ne sono impossessate e hanno beneficiato di questi saperi senza che le popolazioni locali fossero coscienti di quanto avveniva. Nella sua dichiarazione, l'Ong Tebtebba afferma anche che la lotta per la difesa del sapere ancestrale non può essere scissa dalla lotta per il diritto all'autodeterminazione e da quella per il controllo sui propri territori. Le politiche sulla proprietà intellettuale indigena, inoltre, dovrebbero essere applicate in un quadro giuridico ben delineato, in modo che i numerosi casi di biopirateria che continuano a moltiplicarsi nel tempo vengano puniti e sanzionati.

I popoli indigeni sono custodi dell’80% della biodiversità rimanente nel mondo. Considerando questi dati, è evidente come ogni misura a sostegno della biodiversità non possa prescindere dalla protezione dei loro diritti. Durante la COP 15 sulla biodiversità del 2022 è stato adottato il Kunming-Montreal Global Biodiversity Framework con una serie di misure da adottare per proteggere il 30% della biodiversità delle terre e dei mari entro il 2030. Gran parte di queste misure si basano sulla creazione di nuove aree protette che però, secondo organizzazioni come Survival International, Amnesty International, Rainforest Foundation UK e Minority Rights Group International, porterebbero ad ingenti violazioni dei diritti dei popoli indigeni. Sarebbero infatti più vulnerabili al fenomeno del “land grabbing”, ovvero al furto di terre in nome della conservazione. Garantire i diritti territoriali di questi popoli sarebbe invece la soluzione più efficace alla perdita di biodiversità. Il loro stile di vita sostenibile e il legame di mutuo rispetto che hanno con l’ambiente che li circonda li rende, come dimostrato da diversi studi, i migliori custodi della natura.

Strumenti convenzionali come i brevetti per la proprietà intellettuale o le riserve per la conservazione del territorio si rivelano spesso inadeguati per la protezione dei diritti delle popolazioni indigene. Per questo motivo, è necessaria una maggiore inclusione dei popoli indigeni nei processi decisionali che li riguardano, garantendone la partecipazione nella fase di progettazione, implementazione e gestione delle iniziative.

Aggiornato il

14/3/2024