cambiamento climatico

Ingiustizie nella crisi del cambiamento climatico - Parte 1. In che modo il cambiamento climatico, i miliardari e la giustizia interspecifica sono collegati?

Questo tema offre una panoramica delle questioni legate alla crisi del cambiamento climatico e alle ingiustizie socio-economiche che ne sono alla base.
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Sommario

  • Introduzione 
  • Crisi planetaria – L’aumento degli studi sul cambiamento climatico 
  • Umani 1 – Altre specie 0 
  • Risorse naturali e capitale – Pietra angolare dell’economia moderna 
  • Chi è il re di questo castello, o come i miliardari si preparano ad affrontare la crisi climatica? 

Introduzione

Approfondimenti sulle problematiche connesse alla crisi climatica, tra cui antropocentrismo, capitalismo e la questione di come i/le miliardari/e contribuiscano alla distruzione del nostro pianeta. L’articolo evidenzia diverse forme di ingiustizia che caratterizzano le società contemporanee in relazione al cambiamento climatico e pone le basi per riflettere sull’importanza della giustizia intergenerazionale.

Crisi planetaria – la crescita degli studi sul cambiamento climatico

Per esperienza diretta, tutti percepiamo che le temperature globali stanno aumentando. Le estati diventano più calde, gli inverni più miti e si verificano sempre più anomalie meteorologiche, come ondate di calore, cicloni, siccità, tornado, ecc. Nella sola Padova, nel 2025, si sono osservati numerosi eventi anomali, tra cui diverse grandinate estive. È quindi naturale interrogarsi su come adattarsi a questi cambiamenti e su quali azioni intraprendere per preservare il nostro habitat: il pianeta Terra. Nel corso dell’ultimo secolo, gli studi sul cambiamento climatico sono aumentati in modo significativo. A marzo 2026 si contano oltre 10,5 milioni di pubblicazioni scientifiche contenenti l’espressione “climate change”. Studiosi/e provenienti da diversi ambiti disciplinari cercano di rispondere a domande cruciali: quali saranno le conseguenze dell’aumento delle temperature? È possibile intervenire? Quali sono i fattori che guidano il cambiamento climatico e quale ruolo svolge l’essere umano?

Attraverso la ricerca scientifica e la diffusione dei risultati, si consolida la consapevolezza che il clima terrestre sta cambiando, che le risorse stanno diventando sempre più scarse e che lattività umana rappresenta il principale fattore di tale cambiamento (IPCC 2023, 4). Considerato il ruolo centrale dell’essere umano nel determinare il futuro del pianeta, è necessario innanzitutto riflettere su come questo fenomeno incida sulle altre specie che lo abitano.

Umani 1 – Altre specie 0

Quando si parla della Terra, è fondamentale ricordare che gli esseri umani sono solo una delle molte specie che la abitano. Nel 2011, il ricercatore Mora e colleghi hanno stimato l’esistenza di circa “8,7 milioni (±1,3 milioni) di specie eucariotiche1 a livello globale, di cui 2,2 milioni (±0,18 milioni) marine”, suggerendo inoltre che circa “l’86% delle specie terrestri e il 91% di quelle marine non siano ancora state descritte” (Mora et al. 2011, 1-2). Ancora oggi, la conoscenza della vita sul nostro pianeta è limitata, eppure ciascuna specie svolge un ruolo essenziale negli ecosistemi. Se tutte le specie condividono questo pianeta e contribuiscono al funzionamento dei sistemi naturali, ne consegue che le risorse disponibili dovrebbero appartenere equamente a tutti/e, o, più propriamente, non appartenere a nessuno/a in senso esclusivo. È, dunque, fondamentale riconoscere che viviamo in un mondo interdipendente, in cui l’essere umano non può sopravvivere isolatamente.

Tuttavia, la distribuzione delle risorse è tutt’altro che equa. Ciò deriva dalla posizione dominante che l’essere umano ha assunto, in un’epoca definita “antropocentrica” o “capitalocentrica”, in cui i sistemi terrestri sono plasmati principalmente dalle attività umane (Moore 2016). Viviamo in un contesto in cui tutto viene valutato in termini economici, l’accumulazione di capitale è prioritaria e la natura viene organizzata secondo logiche economiche. Questo solleva interrogativi sulla giustizia interspecifica, poiché l’ambiente viene continuamente modificato per soddisfare i bisogni umani, spesso a scapito della sopravvivenza di altre specie. In riferimento agli Obiettivi di sviluppo sostenibile (SDGs), Bossert (2024) sostiene che “inquadrare lo sviluppo sostenibile da una prospettiva di etica animale — che includa anche gli interessi umani — è coerente con le basi normative dello sviluppo sostenibile o addirittura necessario, qualora si adotti un approccio interspecifico alla giustizia” (Bossert 2024, 14). Ciò implica che, per raggiungere “pace e prosperità per le persone e il pianeta, oggi e nel futuro” (United Nations, s.d.), è necessario includere anche gli animali non umani nelle considerazioni etiche. Tuttavia, nel 2019, la piattaforma IPBES ha segnalato che circa “un milione di specie animali e vegetali è a rischio di estinzione, molte entro pochi decenni, più che in qualsiasi altro momento della storia umana” (IPBES 2019).

Alla luce di quanto esposto, per discutere quale forma possa assumere la giustizia per il nostro pianeta, per le altre specie e per le generazioni future, è necessario innanzitutto affrontare le dinamiche sottili dell’ossessione distruttiva dell’essere umano per le risorse naturali, che ha contribuito ad aggravare la crisi planetaria. Tale tendenza, infatti, sembra prevalere su ogni considerazione morale e persino sugli istinti basilari di sopravvivenza, che dovrebbero invece indurci a preservare la natura piuttosto che distruggerla, almeno in funzione della sopravvivenza della nostra stessa specie.

Risorse naturali e capitale – pilastri dell’economia moderna

Se si parte dal presupposto che le risorse naturali appartengano a tutti/e o a nessuno/a, è necessario affrontare il tema della loro appropriazione ed accumulazione. Molte risorse fondamentali, come le materie prime critiche, sono essenziali per lo sviluppo economico e l’innovazione (ad esempio nell’Unione Europea), mentre i combustibili fossili (carbone, gas e petrolio) rappresentano una fonte primaria di energia. Come mostrato da infografiche interattive a cura di Ritchie e Rosado (2022), il consumo globale di combustibili fossili è in costante aumento dal XIX secolo, con Stati come Cina, Stati Uniti, India e Russia tra i principali consumatori, e con Stati Uniti e Australia ai livelli più elevati di consumo pro capite.

Combustibili fossili, materie prime, acqua, legname, ferro, suolo: l’essere umano sfrutta tutto ciò che il pianeta offre, spesso senza limiti significativi, trasformando ogni risorsa in capitale. Il benessere umano viene perseguito con scarsa considerazione per le implicazioni etiche e ambientali.

Sebbene non sia del tutto corretto affermare che tutte le comunità, in ogni continente, adottino esattamente lo stesso approccio capitalistico — esistendo anche visioni alternative, come il buen vivir — la realtà appare evidente. Indipendentemente dal grado di consapevolezza e intenzionalità con cui ciascuno/a di noi gestisce la propria impronta di carbonio, le nostre economie sono guidate dall’appropriazione delle risorse, dalla loro estrazione, dalla produzione e dalla logica della domanda e dell’offerta. Tale domanda è spesso artificialmente costruita attraverso sofisticate strategie di marketing, che alimentano uno stato di insoddisfazione permanente e ci spingono a desiderare continuamente di più. Questo circolo psicologico vizioso ha persino indotto l’Università di Yale a sviluppare un corso ad accesso aperto sul “benessere”, che analizza in modo approfondito come le vulnerabilità del cervello umano vengano sfruttate dalle tecnologie moderne a vantaggio dei flussi di capitale, lasciando gli individui in una condizione di persistente insoddisfazione. Se dunque questa visione del mondo e questo sistema economico generano insoddisfazione diffusa, a chi giovano realmente? Principalmente a coloro che accumulano capitale soddisfacendo tale domanda indotta.

Chi è il “re del castello”? Ovvero: come i miliardari si preparano alla crisi climatica

Non sorprende che coloro che occupano le posizioni più privilegiate continuino a consolidare il proprio vantaggio. I vertici del sistema capitalistico non solo hanno saputo trarne beneficio2 appropriandosi delle risorse, ma stanno anche sviluppando strategie per sopravvivere a eventuali scenari catastrofici da essi stessi generati.

Attualmente si osserva una nuova “corsa allo spazio” tra i miliardari Bezos e Musk, finalizzata a “riportare gli esseri umani sulla Luna” (Reuters 2026). Parallelamente, tra le élite ultra-ricche cresce l’interesse per interrogativi relativi a dove e come sopravvivere a eventuali scenari critici, eludendo i limiti della condizione umana. Tali riflessioni si inseriscono nelle aspirazioni futuristiche dei più ricchi del pianeta: la colonizzazione di Marte, lo sviluppo di supercomputer in grado di ospitare la mente umana, l’inversione dei processi di invecchiamento — in sostanza, qualsiasi soluzione che consenta di “trascendere completamente la condizione umana” (Rushkoff 2022). Diventa sempre più evidente che le persone più ricche non stanno cercando soluzioni per invertire i cambiamenti negativi del pianeta, bensì per sviluppare tecnologie che consentano loro di diventare completamente indipendenti (Baxter 2025), costruendo bunker sotterranei (Kleinman 2025) e persino trasferendosi in territori ritenuti più sicuri, come nel caso della Nuova Zelanda (Keats 2026), che accoglie questo afflusso di capitali.

Nel definire il ruolo dei miliardari nella crisi climatica che le loro stesse azioni contribuiscono ad alimentare, Barros e Wilk (2023) affermano:
“Secondo la nostra ricerca, i/le miliardari/e sono direttamente responsabili dell’emissione di migliaia di tonnellate di CO₂ e di altri gas serra nell’atmosfera, in misura di gran lunga superiore rispetto alla persona media, anche nei Paesi relativamente ricchi. Ricchezza e status hanno consentito ai/alle super-ricchi/e di evitare le conseguenze del cambiamento climatico, celando al contempo molte delle loro pratiche dannose. Sebbene alcuni miliardari adottino pubblicamente posizioni pro-ambientali, i loro stili di vita — e la competizione per possedere gli yacht più grandi e gli aerei privati più lussuosi — li hanno trasformati in quella che definiamo ‘aristocrazia del carbonio’. Vivono a livelli di comfort e convenienza superiori persino a quelli delle élite storiche. Inoltre, la loro ricchezza conferisce loro un’influenza sproporzionata sulle politiche economiche e ambientali dei governi. È indiscutibile che tutti/e debbano modificare il proprio stile di vita per evitare una catastrofe climatica. Tuttavia, anche i/le miliardari/e devono essere ritenuti/e responsabili e ridurre le proprie emissioni personali di carbonio.”

Considerando che l’abbondanza di risorse naturali è essenziale per la sopravvivenza delle altre specie — e quindi anche dell’umanità stessa — risulta evidente quanto sia allarmante che la maggior parte delle risorse globali sia, in varia misura, controllata da un numero ristretto di individui, le cui decisioni hanno un impatto sulla vita di miliardi di persone. Ciò rappresenta una delle molteplici ingiustizie socio-economiche che caratterizzano le società contemporanee.

Riflettendo sugli effetti degli eventi climatici a livello globale, emerge inoltre un interrogativo cruciale: in che modo le regioni già svantaggiate del mondo, così come quelle che saranno progressivamente esposte agli effetti del cambiamento climatico (come gli Stati insulari e le comunità costiere), potranno disporre di reali possibilità di sopravvivenza in condizioni di equità? Ciò appare ancor più problematico se confrontato con la posizione dei/delle più ricchi/e, che hanno contribuito attivamente ad accelerare la crisi e che, al contempo, si sono assicurati strumenti e risorse per sopravvivere a qualsiasi scenario futuro, senza considerazione per il destino del pianeta. Le evidenze mostrano che l’1% dei maggiori emettitori a livello globale produce quantità di CO₂ mille volte superiori rispetto all’1% meno responsabile (IEA 2023), mentre sono proprio i Paesi a basso reddito — come Africa, Asia e America Latina — a subire gli impatti più gravi della crisi climatica (Germanwatch 2025).


[1]Gli eucarioti comprendono gli esseri umani, gli insetti, i vermi, i vertebrati, le piante che producono energia tramite fotosintesi, alcune specie di alghe, i funghi e anche alcuni protisti, tra cui alghe, muffe mucillaginose, ecc.

[2]Il 9 febbraio 2026, Forbes ha pubblicato un articolo in cui evidenzia come, nonostante le apparentemente ingenti promesse di donazioni a favore di cause benefiche da parte degli ultra-ricchi, tali somme rappresentino in realtà solo una minima frazione del loro patrimonio complessivo. I loro guadagni effettivi superano di gran lunga ciò che è comunemente immaginabile.Nel caso di Jeff Bezos, ad esempio, egli ha destinato solo l’1,85% del proprio patrimonio netto a finalità filantropiche, mentre Elon Musk ha “donato” appena lo 0,06% del proprio capitale, pur essendo attualmente la persona più ricca al mondo (Forbes 2026). Rimane dunque aperta una questione cruciale: di fronte alla crisi climatica, quali aspettative dovrebbero essere riposte in coloro che traggono i maggiori benefici dal sistema attuale e quale dovrebbe essere il loro ruolo nel garantire una transizione giusta per i soggetti più svantaggiati?


Bibliografia

Barros, B., & Wilk, R. (2023). Why We Need to Pay Attention to Wealth and Inequality in Lowering Carbon Emissions. Anthropology and Climate Change: From Transformations to Worldmaking (3rd ed., pp. 245-256). Routledge. https://doi.org/10.4324/9781003242499-20 

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