pace

Intervento del Prof. Papisca, a conclusione della manifestazione contro la guerra in Iraq, indetta dalle organizzazioni pacifiste, Padova, 22 marzo 2003

Logo Centro di Ateneo per i Diritti Umani "Antonio Papisca", Università di Padova

La profonda coscienza di pace dei membri della famiglia umana si sta manifestando in ogni parte del mondo, senza se e senza ma. Chi vuole la pace, sinceramente, non può non essere pacifista, senza “distinguo”, perchè la pace è una e indivisibile. E pace significa vita per tutti, vita delle persone e vita dei popoli in condizioni che consentano di promuovere e rispettare il valore supremo della dignità umana. La guerra, qualsiasi guerra, così come la pena di morte, qualunque pena di morte, è negazione della dignità umana e quindi della vita.

Sono pacifista, siamo pacifisti, siamo fieri di essere pacifisti, per testimoniare che pace, vita e legalità sono inseparabili e per operare affinchè la giustizia – civile, sociale, economica, penale – abbia a prevalere nel mondo sulle dittature e sulle prepotenze imperiali attraverso il funzionamento di istituzioni internazionali multilaterali, messe in grado, da chi ha il potere e il dovere giuridico di farlo, di agire con tempestività ed efficacia. Chi deride i pacifisti è condizionato dall’ideologia e dai determinismi della Realpolitik, della politica di potenza, degli interessi nazionalistici e discriminatori. Sepolcri imbiancati, per i quali verrebbe da dire: lasciate che i morti seppelliscano i morti. L’anima del pacifismo transnazionale sono soprattutto i giovani, cioè l’autentico popolo planetario che sta crescendo con la convinzione che non esistono, non devono esistere, barriere alla libertà di movimento delle persone, delle idee, degli entusiasmi, delle denunce, dei progetti, dell’impegno per un mondo che sia migliore per tutti. È il popolo che pensa, a ragione, che i confini della democrazia non sono quelli nazionali. Con la guerra, con questa guerra, con i tentativi di rilanciare la guerra come strumento di risoluzione dei conflitti internazionali, c’è chi vuole conculcare la pulsione democratica del popolo planetario dei pacifisti. Ma attenzione, chi vuol fare questo non soltanto ferisce sensibilità e idealità dei giovani – acutissime, sincere – ma mina alle fondamenta qualsiasi valido impegno educativo e formativo. L’educazione addestra a coltivare la speranza e a tradurla in progettualità e in azione civica. La massiccia mobilitazione dei giovani è un monito, anzi una lezione di democrazia e di responsabilità sociale a chi usa istituzioni e politica come merce di scambio, a chi non ha il senso della cosa pubblica e del bene comune. Al cuore di questa lezione stanno la nonviolenza, la difesa della legalità e delle istituzioni, la promozione di “tutti i diritti umani per tutti”. 

Diciamo no alla guerra, quindi anche a questa guerra, perché essa è, in via generale, vietata dal vigente Diritto internazionale che si radica nella Carta delle Nazioni Unite, nella Dichiarazione universale dei diritti umani e nelle successive Convenzioni giuridiche sui diritti umani, la più recente delle quali è la Convenzione sui diritti dei bambini. L’articolo 20 del Patto internazionale sui diritti civili e politici, ratificato dall’Italia nel 1977, stabilisce che “qualsiasi propaganda a favore della guerra deve essere vietata dalla legge”. Come la mettiamo con il comportamento spregiudicato di certi governanti, che addirittura teorizzano e poi anche praticano addirittura la “guerra preventiva”? L’articolo 11 della nostra Costituzione è in perfetta consonanza con il divieto posto dal vigente Diritto internazionale. Nel caso della guerra in corso, la violazione del Diritto internazionale è ancor più palese e insopportabile, se si pensa che l’ONU stava conducendo una rilevante attività di ispezione e di controllo all’interno del territorio dell’Iraq. Ma la guerra, preventiva appunto, era stata decisa ben prima dall’amministrazione americana. Successivamente alla risoluzione 1441 la stessa amministrazione ha esercitato per mesi fortissime pressioni e tentativi di corruttela nei riguardi sia di diplomatici di stati membri delle NU sia degli stessi ispettori al fine di arrivare ad una seconda risoluzione che avallasse quanto già deciso in via unilaterale. Se fosse riuscita la pressione, avremmo avuto una risoluzione del Consiglio di sicurezza che sarebbe stata contro i principi e le norme della Carta delle Nazioni Unite, la quale vieta che l’ONU possa abdicare ad altri le sue funzioni riguardanti l’uso del militare. È il caso di precisare, per l’ennesima volta, che l’ONU non può delegare ad altri ciò che la Carta le impone di fare in prima persona, che l’ONU può usare il militare soltanto per fini di polizia, quindi con l’obiettivo non di distruggere uno stato nemico ma di interporsi nel territorio, salvaguardare l’incolumità delle popolazioni, perseguire i presunti criminali, proteggere le infrastrutture dell’economia. Una eventuale risoluzione di avallo alla guerra preventiva sarebbe stata illegittima in radice e avrebbe discreditato la massima Organizzazione mondiale. Certamente il Consiglio di sicurezza non è riuscito ad impedire la guerra anglo-americana, ma allo stesso tempo ha impedito di soccombere alla prepotenza di chi vuole una ONU ‘usa e getta’, una ONU “due pesi due misure”. Questa volta, l’onore delle Nazioni Unite è salvo, dobbiamo dirlo forte.

La guerra contro l’Iraq si inserisce in un disegno di ordine mondiale gerarchico, in cui abbiano ruolo le potenze maggiore, in cui vengano declassate le organizzazioni internazionali multilaterali, in cui le Nazioni Unite siano una fabbrica di raccomandazioni, non un efficace sistema di sicurezza collettiva, in cui si emarginino le organizzazioni non governative, in cui non ci sia posto per la Corte penale internazionale, in cui non si controlli la produzione e il commercio di armi, in cui si proceda dando per scontato che miliardi di persone non potranno aspirare ad alimentarsi, a dissetarsi, a curarsi dalle malattie, in cui non c’è posto per politiche sociali e di salvaguardia dell’ambiente, in cui la guerra ritorna ad essere strumento legittimo di risoluzione delle controversie internazionali. Insomma: niente Diritto internazionale dei diritti umani, niente lacci e lacciuoli delle istituzioni internazionali multilaterali, non alla centralità delle Nazioni Unite, non alla Corte penale internazionale, sì al mercato senza se e senza ma, si alla pena di morte senza se e senza ma, sì agli strozzinaggi del Fondo monetario internazionale senza se e senza ma, sì all’Organizzazione mondiale del commercio. Si mira a ricacciare indietro la storia, a riportarla alla legga della giungla, rilanciata come legge del Texas.

È questo il disegno dell’Occidente? Se l’Occidente si riconosce in questo disegno antistorico e suicida io mi tiro fuori da questo Occidente. Io mi sento europeo, mediterraneo, mi sento soggetto attivo di cittadinanza mondiale democratica. Dacchè i miei diritti fondamentali sono stati riconosciuti dal Diritto internazionale io sono legittimato a testimoniare la mia cittadinanza universale, che riassume tutte le altre mie cittadinanze anagrafiche. 

La caduta dei muri nel 1989 ha anche fatto cadere l’alibi per non portare avanti un altro disegno di ordine mondiale, quello che parte dalla Carta delle Nazioni Unite e si fonda sul principio secondo cui il riconoscimento della eguale dignità di tutti gli esseri umani costituisce il fondamento della libertà, della giustizia e della pace nel mondo. È un modello di ordine mondiale democratico, nel quale le istituzioni internazionali multilaterali sono necessarie, nel quale l’ONU deve essere centrale per far funzionare la diplomazia preventiva, per far funzionare il sistema di sicurezza collettiva, per orientare in direzione della giustizia sociale l’economia mondiale. Boutros Ghali ricordò agli stati, nel 1992, che non c’ra più alibi per loro. E non fu rieletto per il veto degli Stati Uniti. 

Ora Kofi Annan riaccende la sfida, dichiarando all’apertura dell’ultima sessione dell’Assemblea generale delle Nazioni Unite: Io sto davanti a voi come multilateralista: per principio, per dovere, per pratica, per Carta delle Nazioni Unite. È la fierezza del multilateralismo. 

Il disegno di ordine mondiale che oggi propugniamo nelle piazze, nelle scuole, nelle università, nelle fabbriche, nelle famiglie che hanno fatto professione di pace esponendo la bandiera arcobaleno, è per la governabilità democratica del mondo – globalizzato per il positivo e per il negativo, una governabilità che deve esercitarsi nelle legittime sedi internazionali, a cominciare dalle Nazioni Unite. Noi diciamo: più società solidarista, più istituzioni multilaterali. Se rinunciamo a queste, non avremo più le sedi in cui portare avanti la lotta per la democratizzazione della politica mondiale e della stessa politica interna. Le nostre bandiere arcobaleno includono tutte le bandiere del mondo, la Carta delle Nazioni Unite, le nostre Costituzioni democratiche, simboleggiano la legalità internazionale all’insegna di “tutti i diritti umani per tutti”. Per portare avanti questo disegno abbiamo bisogno di un ruolo più incisivo dell’Europa, e questo implica che ci sia più coesione, democrazia e apertura al mondo di società civile, sia al suo interno sia all’esterno. Vogliamo una Unione Europea che si faccia portatrice, oltre che in parole, anche in opere, degli ideali delle Nazioni Unite, che quindi rimetta in funzione il cantiere per la riforma democratica delle Nazioni Unite, che rompa ogni indugio nel collaborare con i paesi della sponda sud del Mediterraneo per la creazione di una comunità di cooperazione e sicurezza del Mediterraneo, in cui Gerusalemme da pietra di contraddizione divenga pietra angolare. Vogliamo questo forti della nostra identità, una identità che si è formata nel crogiuolo ardente e universale di tre grandi culture e civiltà, quindi una identità aperta al dialogo interculturale. L’azione bellica in Iraq deve subito arrestarsi e le Nazioni Unite devono riprendere il loro ruolo pacificatore. Per questo chiediamo che venga urgentemente convocata in sessione straordinaria l’Assemblea generale, dove facciano sentire la loro voce tutti i 191 membri delle Nazioni Unite. L’auspicio è che per questo evento convergano al Palazzo di vetro le migliaia di organizzazioni non governative che hanno statuto consultivo presso l’ONU. Sarebbe l’occasione anche per quei leaders politici illuminati che difendono la centralità delle Nazioni Unite e il Diritto internazionale di far sentire la loro voce insieme, nella istituzione che è la casa istituzionale comune dell’umanità, magari anche con Papa Giovanni Paolo II, al quale va la nostra profonda gratitudine insieme con l’augurio di continuare nella sua ripresa di salute e di vigore anche fisico.

Parole chiave

pace guerra diritti umani Iraq

Percorsi

Centro diritti umani