Nessuna impunità a Gaza: la OSINT Law Clinic chiede giustizia per le famiglie degli operatori umanitari di World Central Kitchen uccisi nel 2024
Il principio di distinzione e la sua violazione sistematica a Gaza
Il principio di distinzione costituisce uno dei pilastri fondamentali del diritto internazionale umanitario. In un’epoca caratterizzata dalla diffusione dei conflitti armati, la distinzione tra combattenti e non combattenti rappresenta una condizione essenziale per garantire il rispetto e la protezione della popolazione civile, inclusi gli operatori umanitari. Tale tutela trova fondamento nella IV Convenzione di Ginevra del 1949, nel Protocollo Addizionale I del 1977, e nel diritto internazionale umanitario, secondo cui la protezione della vita umana mantiene carattere prioritario anche in tempo di guerra.
Oltre a proteggere i civili ed il personale umanitario, il diritto internazionale umanitario tutela anche le operazioni di soccorso, ovvero l’insieme di attività poste in essere dalle parti in conflitto al fine di garantire la distribuzione di beni essenziali quali alimenti e medicinali. Questo quadro normativo mira a fornire una protezione complessiva, non limitandosi a vietare attacchi diretti a civili od operatori, ma garantendo altresì il soddisfacimento dei bisogni fondamentali delle persone durante i conflitti armati.
Tuttavia, a partire dagli attacchi del 7 ottobre 2023, lo Stato di Israele ha ripetutamente violato tali norme, colpendo la popolazione civile ed il personale umanitario con la giustificazione di prendere di mira membri di Hamas. Le informazioni open source indicano che, dall’ottobre 2023, oltre 72.742 palestinesi sono stati uccisi; ospedali, scuole, rifusi e corridoi umanitari sono stati oggetto di attacchi. Tali azioni sono parte di una strategia diffusa e sistematica volta ad ostacolare ed isolare la popolazione palestinese. Sono state documentate centinaia di episodi accomunati da un elemento ricorrente: il mancato rispetto della distinzione tra combattenti e popolazione civile. Gli attacchi hanno colpito indiscriminatamente donne, uomini e bambini.
Le incursioni aeree contro rifugi, ospedali, scuole e convogli umanitari riflettono una scelta che, secondo numerose organizzazioni ed osservatori internazionali, costituisce una violazione internazionale del principio di distinzione. Un Rapporto dell'Ufficio dell'Alto Commissario delle Nazioni Unite per i Diritti Umani, pubblicato nel febbraio 2026, ha documentato il protrarsi di uccisioni e mutilazioni di civili a livelli senza precedenti, la diffusione della carestia e la distruzione delle infrastrutture civili residue, che impongono alla popolazione palestinese condizioni di vita sempre più in compatibili con la propria sopravvivenza a Gaza come gruppo.
Il rapporto ha inoltre evidenziato come il carattere sistematico degli attacchi abbia sollevato fondati timori circa l’intenzionalità di colpire popolazione ed infrastrutture di natura civile. Tali operazioni sarebbero state condotte nella piena consapevolezza che il costo umano sarebbe risultato del tutto sproporzionato rispetto al vantaggio militare perseguito. Il rapporto sottolinea che tali condotte possono integrare gli estremi dei crimini di guerra.
In un mondo che ha già conosciuto le forme più estreme di violenza e crudeltà, la protezione dei civili e delle operazioni umanitarie non rappresenta soltanto un obbligo giuridico, ma anche un imperativo morale. Lo stesso vale per la ricerca della verità, della responsabilità e della giustizia per le vittime e le loro famiglie. Non può essere considerato accettabile che, con la giustificazione della lotta a un’organizzazione terroristica, migliaia di civili perdano la vita o siano esposti a gravi rischi. Riparazione ed accountability devono essere garantite a tutte le vittime.
L’attacco a World Central Kitchen: prove open source e fallimenti istituzionali
Tra i numerosi episodi che compongono questo quadro, uno emerge con particolare evidenza per la chiarezza con cui mette in luce il mancato rispetto del principio di distinzione: l’uccisione di sette operatori umanitari di World Central Kitchen il 1° aprile 2024, in seguito ad un attacco contro un convoglio alimentare il cui percorso era stato preventivamente coordinato con le Forze di Difesa Israeliane (IDF).
Una delle vittime fu Zomi Frankcom, cittadina australiana che aveva dedicato la propria vita all’azione umanitaria. Entrata a far parte di World Central Kitchen come volontaria nel 2018, aveva progressivamente assunto ruoli di crescente responsabilità fino a diventare Operations Manager e Senior Manager per le operazioni in Asia, partecipando a missioni di emergenza in quattro continenti. I colleghi la descrivevano come il cuore dell'organizzazione. Il 25 marzo 2024 era stata inviata a Gaza in qualità di coordinatrice delle operazioni e della logistica presso una nuova struttura della WCK a Deir al Balah.
La sera del 1° aprile 2024, Frankcom viaggiava a bordo di un convoglio composto da tre veicoli lungo la strada costiera Al Rasheed, nella parte centrale della Striscia di Gaza. L’operazione era stata formalmente coordinata con le IDF attraverso il Coordination and Liaison Administration for Gaza, secondo un protocollo di deconfliction che includeva i dettagli dei veicoli e il percorso previsto. I mezzi erano chiaramente identificabili grazie ai loghi WCK presenti sui tetti e sui parabrezza.
Tra le 23:09 e le 23:13, le IDF lanciarono tre attacchi consecutivi mediante droni contro il convoglio, colpendo separatamente ciascun veicolo lungo un percorso precedentemente autorizzato per il transito umanitario. Frankcom fu ritrovata senza vita nel terzo veicolo. Complessivamente, sette operatori umanitari furono uccisi nell’arco di quattro minuti.
Ciò che rende questo caso particolarmente significativo è l’evidente fallimento nell’applicazione del principio di distinzione, accompagnato da numerosi elementi che dimostrano come lo status protetto del convoglio fosse chiaramente visibile e noto alle autorità militari.
Il team investigativo della OSINT Law Clinic, attraverso un’analisi autonoma ed il confronto con le indagini open source condotte da Bellingcat, dall’Agenzia di Verifica Sanad di Al Jazeera e da BBC Verify, è giunto a conclusioni convergenti. Bellingcat ha stabilito che i contrassegni WCK sui tetti dei veicoli erano probabilmente visibili dall’alto al momento dell’attacco e che soltanto le IDF disponevano delle capacità operative necessarie per effettuare un attacco di tale precisione. L'Agenzia Sanad di Al Jazeera ha concluso che gli attacchi fossero intenzionali, poiché la WCK aveva rispettato integralmente tutti i protocolli di coordinamento. BBC Verify ha confermato che i movimenti del convoglio erano stati preventivamente comunicati alle IDF e ha rilevato che tali informazioni non erano state trasmesse agli operatori dei droni incaricati del monitoraggio.
Questi risultati, corroborati dalle analisi della Law Clinic basate su informazioni pubblicamente disponibili, immagini satellitari e tecniche di geolocalizzazione, indicano che il mancato riconoscimento del convoglio come obiettivo protetto non fu dovuto a una carenza informativa, bensì al mancato utilizzo delle informazioni disponibili.
Sono state condotte due indagini formali sull’accaduto. Il meccanismo interno di accertamento delle IDF ha concluso che gli operatori avevano erroneamente identificato il convoglio come un mezzo che trasportava membri di Hamas, basandosi esclusivamente sulle immagini fornite dai droni e senza verificare il piano di movimento preventivamente concordato con la WCK. L’indagine ha inoltre qualificato gli attacchi contro il secondo ed il terzo veicolo come una violazione autonoma delle procedure operative standard delle IDF, in virtù della mancata effettuazione di una nuova verifica prima di ciascun attacco successivo.
Le conseguenze disciplinari si sono limitate al licenziamento di due persone e all’emissione di tre richiami formali, senza alcun riferimento esplicito allo status delle vittime quali operatori umanitari protetti dal diritto internazionale umanitario.
Il Governo australiano ha incaricato l’Air Chief Marshal Mark Binskin AC di valutare l’adeguatezza di tale risposta. Il rapporto Binskin, pubblicato il 2 agosto 2024, ha individuato problematiche istituzionali più profonde alla base dell’errore di identificazione: le informazioni relative al coordinamento non erano state trasmesse né alla brigata né agli operatori dei droni, mentre l’assenza di comunicazioni in tempo reale tra WCK e IDF aveva impedito di chiarire l’equivoco prima dell’esecuzione degli attacchi. Il rapporto ha inoltre caratterizzato la decisione di continuare a colpire il secondo e il terzo veicolo come il risultato di un’errata interpretazione di un ordine esplicito impartito dal comandante della divisione, che disponeva la sospensione degli attacchi nelle vicinanze dei convogli umanitari quella notte. Queste carenze nei processi di coordinamento ed identificazione integrano precisamente il tipo di situazioni pregiudizievoli che il principio di distinzione nel diritto internazionale umanitario è volto a prevenire.
Dal punto di vista dell’accertamento delle responsabilità, il rapporto Binskin rileva un ulteriore elemento significativo: le famiglie delle vittime non hanno ritenuto adeguati né il livello istituzionale né le modalità delle ammissioni di responsabilità rese pubblicamente. Per questo motivo, il consulente speciale ha raccomandato la formulazione di scuse ufficiali a livello governativo accompagnate da un’offerta di risarcimento. A maggio 2026, nessuna di queste misure era stata adottata. Allo stesso modo, il Military Advocate General non aveva ancora reso pubblica alcuna decisione in merito a un eventuale procedimento penale, a quasi due anni dall’attacco.
Questo protratto silenzio istituzionale, unito alle limitate conseguenze disciplinari, conferma quanto già suggerito dalle prove open source: la gestione del caso Frankcom è stata orientata prevalentemente alla limitazione del danno reputazionale piuttosto che al rispetto degli standard prescritti dal diritto internazionale.
Responsabilità, riparazione e il ruolo del contenzioso civile
Alla luce di questo caso, emerge una questione fondamentale: dove si colloca il limite della responsabilità statale in materia di risarcimento dei danni alle vittime in tempo di guerra?
L’obbligo di proteggere la popolazione civile, compreso il personale umanitario, non si esaurisce con la cessazione delle ostilità. Il diritto internazionale riconoscere alle vittime ed alle loro famiglie il diritto a rimedi effettivi e a forme adeguate di riparazione, principio sancito dagli strumenti fondamentali sia del diritto internazionale dei diritti umani sia dal diritto internazionale umanitario.
Tale diritto trova espressione, tra gli altri, nell’articolo 8 della Dichiarazione Universale dei Diritti Umani, nell’articolo 2 del Patto Internazionale sui Diritti Civili e Politici, nell’articolo 14 della Convenzione contro la Tortura e nell’articolo 39 della Convenzione sui Diritti del Fanciullo. Nell’ambito del diritto internazionale umanitario, lo stesso obbligo è richiamato dall’articolo 3 della IV Convenzione dell'Aia del 1907, dall’articolo 91 del Protocollo Addizionale I del 1977 e dagli articoli 68 e 75 dello Statuto di Roma della Corte Penale Internazionale. Nel 2005, sintetizzando questo quadro normativo, l’Ufficio dell’Alto Commissario delle Nazioni Unite per i Diritti Umani ha adottato i Principi fondamentali e linee guida sul diritto a un ricorso e a una riparazione per le vittime di gravi violazioni del diritto internazionale dei diritti umani e del diritto internazionale umanitario, una pietra miliare nell’impegno della comunità internazionale a favore della giustizia per le vittime.
Nel diritto internazionale, la riparazione comprende l’insieme delle misure volte a porre rimedio alle violazioni dei diritti umani attraverso benefici materiali e simbolici destinati alle vittime, alle loro famiglie e alle comunità colpite. Essa deve essere adeguata, efficace, tempestiva e proporzionata alla gravità delle violazioni e del danno subito.
La normativa internazionale individua cinque forme complementari di riparazione: restituzione, compensazione economica, riabilitazione, soddisfazione e garanzie di non ripetizione. Nel contesto delle violazioni documentate a Gaza, tali categorie non rappresentano semplici concetti teorici, bensì obblighi concreti. Gli Stati e gli altri soggetti responsabili sono tenuti a garantire una riparazione integrale, assicurando la giustizia procedurale ed il ristoro sostanziale dei danni subiti. Le vittime di questi attacchi ed i loro familiari non sono soltanto destinatari di assistenza umanitaria: sono titolari di diritti riconosciuti a livello internazionale, inclusi il diritto all’accertamento delle responsabilità, al riconoscimento del danno ed alla riparazione.
Come evidenziato, il quadro normativo internazionale offre dunque strumenti di tutela e meccanismi di ricorso per le vittime dei conflitti armati. Tuttavia, tali strumenti possono risultare inefficaci quando uno Stato responsabile dimostra una chiara mancanza di volontà nel rispettare gli obblighi derivanti dal diritto internazionale dei diritti umani e dal diritto internazionale umanitario.
Ciò conduce ad una domanda cruciale: quali azioni possono intraprendere gli altri Stati, la società civile e le famiglie delle vittime quando lo Stato responsabile si rifiuta di adempiere ai propri obblighi internazionali?
Come sostenuto nel corso di questo articolo, il diritto alla giustizia e alla riparazione appartengono alle vittime e ai loro familiari. Quando i meccanismi tradizionali del sistema internazionale non riescono a garantirne l’effettiva attuazione, diventa necessario promuovere nuove riflessioni su possibili percorsi alternativi. In questa prospettiva, il contenzioso civile emerge come uno strumento innovativo e potenzialmente trasformativo per il perseguimento della giustizia e di forme significative di riparazione.
L’utilizzo di questa strategia richiede inevitabilmente un’attenta valutazione di questioni giuridiche complesse. Tuttavia, è proprio in tali contesti che il diritto, sostenuto dalla giurisprudenza e dall’elaborazione dottrinale, può affermarsi come uno strumento di cambiamento capace di modificare paradigmi consolidati e ridefinire concretamente il significato dell’accountability nel diritto internazionale contemporaneo.