Da rifugiati a lavoratori migranti: un’analisi dell’intensificata vulnerabilità dei siriani in Libano (2011–2024)
Introduzione
Dallo scoppio della rivolta siriana nel 2011, la violenza armata e le persecuzioni da parte del regime di al-Assad e dei gruppi armati non statali hanno provocato lo sfollamento di almeno 14 milioni di persone all’interno della Siria e oltre i suoi confini. In Libano, circa 1,1 milioni di siriani - tra registrati e non - vivono in un precario limbo giuridico, aggravato dall’instabilità politica ed economica del paese. Attraverso un approccio incentrato sulla vulnerabilità, il presente lavoro di ricerca esamina come il Libano manchi sistematicamente nel rispetto dei propri obblighi in materia di diritti umani, generando multiple ed interconnesse violazioni dei diritti fondamentali dei siriani.
Una storia intrecciata: dietro la gestione libanese della crisi migratoria siriana
Favoriti da lingua e costumi affini, nonché da minori ostacoli burocratici, i siriani hanno storicamente rappresentato l’asse portante della forza lavoro libanese, raggiungendo tra i 400.000 e i 600.000 lavoratori nel 2005. In particolare, la loro capacità di adattarsi facilmente ai cambiamenti politici ed economici del Libano, insieme alla loro predisposizione ad accettare lavori informali e sottopagati, li ha resi indispensabili nei settori dell’agricoltura, dell’edilizia e dei servizi per decenni. Dopo il 2011, tuttavia, l’arrivo dei profughi siriani in Libano si è verificato in un contesto giuridico sempre più restrittivo e deliberatamente ambiguo, influenzato dalla memoria dei rifugiati Palestinesi, della guerra civile del 1975-1990 e dell’occupazione siriana del 1976-2005.
Temendo ripercussioni politiche, cambiamenti demografici e pressioni sulle già scarse risorse, il Libano non ha ratificato la Convenzione sui Rifugiati del 1951 né il suo Protocollo aggiuntivo del 1967, e non dispone dunque di un quadro giuridico completo in materia di asilo, se non per gli articoli 26-29 della Law of Entry and Exit, che tuttavia rimangono inapplicati. Inoltre, il Memorandum d’Intesa del 2003 con l’UNHCR ha ulteriormente rafforzato l’avversione del Libano al riconoscimento dello status di rifugiato, affermando che il paese non si considera uno Stato d’asilo.
L’arrivo di profughi dalla Siria ha infatti evocato la storica esperienza dei rifugiati palestinesi, comunemente ritenuti responsabili di aver contribuito allo scoppio della guerra civile del 1975. Poiché i fidayyin palestinesi si addestravano e si organizzavano all’interno dei campi profughi, questi luoghi rimangono tutt’oggi percepiti come fuori dal controllo statale, nonché focolai di radicalizzazione. Per evitare simili esiti, alla vigilia della crisi siriana il Libano ha quindi adottato una doppia politica di “non-insediamento” e “porte aperte” per evitare che l’accoglienza d’emergenza si trasformasse in insediamento a lungo termine, nonché per placare le ansie sociali e mantenere una posizione neutrale nel conflitto siriano.
In risposta alla strategia libanese, l’UNHCR ha sin da principio assunto un ruolo centrale nella gestione della crisi e dell’afflusso dei siriani. Tuttavia, il Lebanon Crisis Response Plan del 2015 evidenzia una problematica contraddizione: mentre l’UNHCR identifica la fuga dei siriani come un “movimento di rifugiati”, le autorità libanesi li definiscono “sfollati temporanei”, alimentando l’incertezza giuridica, nonché il rischio di criminalizzazione e protratta precarietà. Infatti, a maggio 2015, raggiunti 1,2 milioni di rifugiati registrati, l’UNHCR ha dovuto sospendere le attività di registrazione. Nel frattempo, il Libano ha introdotto restrizioni e politiche che legano l’ottenimento del permesso di soggiorno alla sponsorizzazione lavorativa o alla precedente registrazione con l’UNHCR, riducendo drasticamente le possibilità dei siriani di acquisire uno status giuridico regolare.
Come evidenziato nei paragrafi successivi, l’analisi di queste politiche aiuta a comprendere in che modo la presenza dei siriani in Libano rimanga strettamente legata al loro status di lavoratori migranti.
Concettualizzare la vulnerabilità
Sebbene le violazioni dei diritti umani subite dai siriani siano state ampiamente documentate nel corso degli anni, minore attenzione è stata dedicata all’intersezione tra le politiche migratorie del Libano, il precario status giuridico dei siriani e le loro condizioni lavorative. Considerata l’interdipendenza e l’indivisibilità dei diritti umani, la mia analisi interpreta queste violazioni come un fenomeno stratificato e interconnesso attraverso la lente della vulnerabilità.
Secondo l’Alto Commissariato delle Nazioni Unite per i Diritti Umani (OHCHR), il concetto di “situazione di vulnerabilità” - in cui può trovarsi una persona migrante - comprende un’ampia gamma di fattori che possono coesistere simultaneamente, influenzandosi ed aggravandosi in maniera reciproca. Questi determinanti della vulnerabilità possono essere “interni” - radicati nell’identità e negli attributi personali dell’individuo, quali età, genere, etnia, nazionalità, religione, lingua, orientamento sessuale, identità di genere, o status migratorio - oppure “esterni” - determinati dal contesto attraversato lungo il percorso migratorio, alle frontiere e nei luoghi di accoglienza. Questi fattori interni ed esterni spesso si sovrappongono e convergono, intensificando l’esposizione a rischi e vulnerabilità.
Con riferimento ai rapporti di organizzazioni internazionali, ONG e organismi di monitoraggio, questo studio mette in luce lacune e violazioni normative che rispecchiano il mancato rispetto da parte del Libano dei suoi obblighi internazionali in materia di diritti umani. Di conseguenza, la vulnerabilità dei siriani si intensifica prima come rifugiati non riconosciuti e poi come lavoratori migranti sfruttati, con donne e bambini particolarmente esposti alla violenza di genere e a ostacoli nell’accesso all’istruzione.
Vulnerabilità strutturale attraverso marginalizzazione legale e violazioni normative
Come già evidenziato, il Libano non riconosce ai siriani l’asilo politico ai sensi del diritto nazionale, nonostante il riferimento ad esso contenuto negli articoli 26-29 della Law of Entry and Exit, né li riconosce formalmente come rifugiati, pur avendo ratificato strumenti internazionali e regionali che tutelano il diritto all’asilo, tra cui la Dichiarazione universale dei diritti umani e la Carta araba dei diritti dell’uomo.
In questo contesto, un primo livello di vulnerabilità - che definisco “strutturale” proprio perché derivante dalla mancata e sistematica volontà dello Stato di riconoscere lo status di rifugiato - espone i siriani a violazioni dirette dei diritti umani, tra cui arresti e detenzioni arbitrarie, maltrattamenti e torture, restrizioni alla mobilità e rimpatri forzati. Ad esempio, diversi enti per la difesa dei diritti umani hanno segnalato quasi 2.500 arresti di cittadini siriani, molti dei quali seguiti da deportazione, solamente tra aprile e maggio 2023; testimonianze verificate di aggressioni fisiche e torture da parte delle autorità libanesi, sia durante l’arresto che in fase di detenzione, evidenziano poi la gravità di tali abusi. Inoltre, in assenza di uno status giuridico regolare, i siriani - in particolare gli uomini - sono sottoposti a importanti limitazioni alla libertà di movimento a causa di posti di blocco, coprifuochi mirati e restrizioni autoimposte dal timore di essere arrestati in casa, al lavoro o durante lo svolgimento di attività quotidiane.
Infine, sebbene in teoria la mancanza di status giuridico regolare non dovrebbe comportare automaticamente la deportazione, e benché il Libano sia vincolato da obblighi nazionali, regionali e internazionali al rispetto del principio di non-refoulement, diverse organizzazioni per i diritti umani hanno documentato espulsioni illegittime - sia individuali che collettive - sin dagli albori della crisi siriana. Solo nel 2019 infatti, circa 3.000 siriani sono stati consegnati dalle autorità libanesi direttamente in mano a quelle siriane. Queste espulsioni illegittime continuano annualmente senza alcuna base legale, esponendo i rimpatriati a rischi gravi, tra cui violenza armata, detenzione, tortura e morte.
Vulnerabilità contestuale: le conseguenze dell’informalità lavorativa indotta dallo Stato
La mia analisi mostra come la mancanza di uno status giuridico regolare non solo generi, ma amplifichi un livello di vulnerabilità “contestuale”, all’interno del quale aumenta la probabilità che i siriani lavorino informalmente, sia a causa di normative limitanti che di un quadro giuridico debole e ambiguo in materia di lavoratori migranti. Infatti, l’occupazione informale — caratterizzata dall’assenza di contratti, di copertura previdenziale e di permessi di lavoro o di soggiorno — rappresenta quasi la metà del mercato lavorativo libanese, ma colpisce in modo sproporzionato i siriani. Costretti a lavorare per necessità economica, infatti, molti accettano condizioni lavorative degradanti o di sfruttamento pur di sopravvivere.
In questo contesto, alcune politiche statali hanno direttamente aggravato questa informalità lavorativa, combinando l’esclusione giuridica a barriere economiche che scoraggiano l’accesso al mercato del lavoro formale. Ad esempio, l’irrigidimento delle norme per ottenere il permesso di soggiorno ha reso difficile ottenere lo status giuridico regolare necessario per i permessi lavorativi; i siriani che ne sono privi diventano così migranti irregolari, costretti a rivolgersi al mercato informale del lavoro. Inoltre, anche qualora il permesso di soggiorno venga ottenuto, l’accesso ai permessi lavorativi è deliberatamente limitato, presumibilmente per scoraggiare lo stabilimento a lungo termine e ridurre la concorrenza con le comunità locali. In aggiunta, la politica libanese di non-insediamento, l’alto costo della vita, le scarse opportunità lavorative e il divieto legale di possedere o affittare immobili hanno costretto molti siriani a vivere in condizioni abitative precarie. I lavoratori agricoli, in particolare, si sono stabiliti in insediamenti informali (ITS), dove l’informalità lavorativa è rafforzata sia dall’organizzazione privata dei campi, sia da un’economia interna che lega lavoro, affitto e aiuti umanitari - costringendo spesso i siriani a “pagare” l’alloggio con il lavoro. Inoltre, i settori in cui i siriani sono maggiormente concentrati secondo la Risoluzione n. 29/1 del 2018 - agricoltura, edilizia e servizi -
sono particolarmente soggetti a sfruttamento e informalità. Infine, nel 2015 sono state introdotte nuove normative: ai siriani registrati presso l’UNHCR è stato richiesto di “impegnarsi a non lavorare”, mentre a quelli non registrati di trovarsi uno sponsor privato per farlo. Conseguentemente, l’accesso all’occupazione formale è diventato inaccessibile per molti.
Il quadro giuridico libanese contiene inoltre disposizioni e lacune che aggravano la vulnerabilità dei lavoratori migranti. L’articolo 7 del Codice del Lavoro, ad esempio, esclude dalla sua protezione alcune categorie professionali, come i lavoratori domestici e agricoli - tendenzialmente lavoratori migranti - privandoli di sicurezza sociale, salario minimo, orari regolamentati e congedi retribuiti. In aggiunta, il sistema di sponsorizzazione (kafala), applicato esclusivamente ai lavoratori non libanesi ed esteso ai siriani dal 2015, lega il permesso di soggiorno a quello di lavoro e impedisce ai lavoratori di rescindere liberamente contratti abusivi. Organizzazioni per la tutela dei diritti umani documentano ricorrenti minacce di revoca della sponsorizzazione che intrappolano coercitivamente i lavoratori in condizioni di sfruttamento. Infine, ai siriani è di fatto vietato costituire o aderire a sindacati, e l’ispettorato del Ministero del Lavoro non dispone di competenze, personale o risorse per monitorare le condizioni lavorative nel settore informale.
Poiché l’informalità indotta dallo Stato e le lacune normative persistono, le condizioni lavorative dei siriani spesso sono al di sotto degli obblighi del Libano in materia di diritti umani. Le violazioni documentate includono quindi condizioni assimilabili al lavoro forzato, licenziamenti informali e riduzioni salariali che costringono i siriani in povertà e aggravano standard di vita già precari. L’instabilità economica, l’informalità diffusa e l’assenza di una politica statale di insediamento lasciano molti siriani senza una dimora sicura e stabile, rendendoli particolarmente vulnerabili agli sfratti. Inoltre, la paura di essere deportati e la scarsa conoscenza dei rimedi legali a disposizione scoraggiano le denunce, negando di fatto l’accesso alla giustizia.
Vulnerabilità personificata: una prospettiva basata su genere ed età
Infine, caratteristiche personali come il genere e l’età si intersecano con fattori strutturali e contestuali, generando violazioni dei diritti umani sia convergenti che isolate.
I dati mostrano che le donne sopportano oneri particolarmente gravi nel mercato del lavoro informale libanese: l’intersezione tra il divario di genere e altre disuguaglianze fa sì che le donne povere e con basso livello di istruzione, in particolare le lavoratrici migranti, subiscano forme accentuate di sfruttamento nei settori agricolo e domestico. L’informalità lavorativa aumenta l’esposizione ad abusi sessuali e molestie da parte di datori di lavoro, sponsor, proprietari di casa e shaweesh. L’irregolarità e l’informalità lavorativa creano inoltre ulteriori ostacoli alla denuncia, a causa del timore di ritorsioni, arresti o deportazioni, limitando di fatto l’accesso alla giustizia.
La mancanza di permessi di lavoro e di soggiorno, la libertà di movimento limitata e le condizioni abitative precarie spingono inoltre molte famiglie siriane a ricorrere al lavoro minorile come forma di autosufficienza, contribuendo al suo aumento fino al 7,3% nel 2023. Oltre ad aggravare la vulnerabilità dei minori attraverso condizioni di lavoro estreme e degradanti, il lavoro minorile rappresenta un ostacolo significativo all’accesso all’istruzione. Complici problemi legati ai finanziamenti, alle infrastrutture e a barriere amministrative, più della metà dei bambini siriani in Libano non ha frequentato la scuola nel 2019, entrando in un circolo vizioso in cui il lavoro compromette l’istruzione, e il divario educativo rafforza la povertà a lungo termine.
Conclusioni
La mia analisi dimostra come il mancato rispetto da parte del Libano dei suoi obblighi nazionali, regionali e internazionali abbia aggravato le condizioni di vita dei siriani, sia come rifugiati non riconosciuti sia come lavoratori migranti. Inoltre, attraverso il prisma della vulnerabilità, il mio lavoro mette in luce le profonde e complesse interconnessioni tra diverse violazioni dei diritti umani.
I recenti cambiamenti politici e gli sviluppi in materia di sicurezza, in Libano come in Siria, hanno riattivato movimenti transfrontalieri bidirezionali, evidenziando come la migrazione continui a rappresentare un meccanismo di adattamento a pressioni securitarie e sfide umanitarie. L’offensiva terrestre condotta da Israele nell’ottobre 2024 ha causato uno sfollamento diffuso in tutto il territorio libanese, raggiungendo quasi 985.000 sfollati interni (IDP) entro la fine dell’anno e aggravando significativamente la precarietà dei siriani nel paese. Nel frattempo, la caduta del regime di al-Assad ha favorito sia i rimpatri volontari sia accordi di rimpatrio coordinati tra Libano, Siria e UNHCR. Sebbene tali iniziative siano state accolte positivamente a livello internazionale, esse rischiano di facilitare rientri forzati verso un paese ancora segnato da violenze intense ed imprevedibili, nonché da una persistente insicurezza — condizioni che potrebbero spingere gruppi di minoranze particolarmente vulnerabili a fuggire via dal paese. Questa realtà rende pertanto ancora più urgente identificare i limiti delle attuali politiche di accoglienza dei rifugiati ed esplorare riforme che tutelino e promuovano i loro diritti fondamentali.
Articolo a cura di G.F., dottoressa magistrale con doppio titolo in Human Rights and Multi-Level Governance presso l’Università di Padova e l’Université Catholique de Lyon. Ha conseguito un Master di primo livello in Studi sul Medio Oriente.