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Gli Hazara

In questo articolo si espone la storia della comunità degli Hazara in Afganistan. Attualmente tale comunità viene socialmente, politicamente e culturalmente discriminata dai talebani, e ciò fa sì che siano costretti ad emigrare oppure a vivere nella costante paura di perdere la vita. Con questo articolo si vuole aprire una riflessione sull’importanza del riconoscimento internazionale di certi crimini per tutti e tutte, evitando di rischiare di essere marginalizzati/e anche nel riconoscimento mainstream dei genocidi.
© Nasim Fekrat

Sommario

  • Chi sono gli Hazara?
  • La memoria storica degli Hazara – il genocidio a rilento
  • Come vivono gli Hazara oggi  la segregazione 
  • Cosa possiamo fare oggi 
  • Conclusioni 

Chi sono gli Hazara

Gli Hazara costituiscono una delle etnie presenti in Afghanistan. A differenza della maggioranza Afgana, che professa la religione musulmana, questa comunità segue la tendenza sunnita, nello specifico gli Hazara sono di natura sciita. Questa piccola ma grande differenza rispetto ad altre popolazioni locali costituisce un motivo centrale su cui oggi si fonda la loro discriminazione, le persecuzioni e le violenze a cui si trovano sottoposti. 

La cultura di questa comunità si basa sulla vita di montagna e le loro ricchissime tradizioni orali. È importante ricordarle perché è proprio grazie a questi canti e poesie popolari che viene preservata la memoria di questo popolo, permettendo di risalire ai loro ricordi e alle loro sofferenze.

Inoltre, un altro aspetto che ha fatto si che questo popolo fosse bersaglio di violenze e discriminazioni da parte della maggioranza sunnita della regione Afgana, è proprio la matrice femminista intrinseca nella loro struttura sociale. Infatti, in questa comunità, le donne Hazara hanno storicamente sempre goduto di condizioni sociali migliori rispetto alle sorelle sunnite. 

La memoria storica degli Hazara – il genocidio a rilento

Nelle scenze giuridiche il caso Hazara viene studiato tramite la lente del così detto “genocidio a rilento” oppure “persecuzione cumulativa”. Si usa questa terminologia per fare riferimento ad una serie di eventi, cumulativi nel tempo, che tramite eventi egualmente traumatici, portati avanti per le stesse motivazioni discriminatorie nel corso del tempo, hanno ferito e lacerato questa comunità. Uno dei primi eventi a cui si può far riferimento è la persecuzione dell’emiro Abdur Rahmankan (1891-1893: il grande massacro); questo periodo rappresenta una data simbolo per la comunità, paragonabile all’olocausto per il popolo ebraico o alla Nakba per i palestinesi. Le dinamiche nazionali si intrecciarono con quelle internazionali, l’emiro supportato economicamente e militarmente dal Regno Unito, propose di nazionalizzare i propri beni, con lo scopo di creare uno stato cuscinetto. Purtroppo questo portò solo ad etichettare la comunità Hazara come degli eretici sciiti da parte dei vicini sunniti.

Il risultato fu, infatti, un vero e proprio massacro, si stima che, in quest’occasione, il 60% della comunità Hazara venne uccisa, mentre altri furono costretti a fuggire (diaspora), chi non riuscì a fuggire o venne ucciso o addirittura ridotto in schiavitù. Sebbene la convenzione contro il genocidio è stata approvata svariati anni dopo, moltissimi/e giuristi/e ed organizzazioni internazionali hanno attestato che sia comunque corretto parlare di genocidio, proprio perché, secondo le stesse, era già presente sia  “l’actus reus” (uccisione di massa, deportazione) sia la “mens rea” (intento specifico di distruggere, in tutto o in parte, il gruppo). 

Successivamente, l’22-02-1993 (il massacro di Afshar), durante la guerra civile Afgana, una volta ritirata l’URSS, le fazioni dei Mujaidin si scontrarono per il controllo della capitale (Kabul). Nel quartiere di Afshar, ad ovest di Kabul, le forze del governo ad interim guidata da Ahmad Shah Massoud e Abdul Rasul Sayyaf, condussero un’operazione militare che terminò in un massacro degli Hazara. Questo evento causò una serie di stupri di massa, esecuzioni sommarie e sparizioni forzate di persone parte della comunità. Per questa ragione, come riportato anche dallo Human Rights Watch (report 2005 blood-stained hands: atrocities in Kabul) e dal Project for International Human Rights Law, questo evento è considerato un chiaro esempio di crimine contro l’umanità. 

Andando avanti nella linea temporale, l’8-08-1998 (massacro di Mazari Sharif), durante la prima presa al potere, i talebani attuarono un’offensiva gravissima nei confronti dell’etnia Hazara. I miliziani talebani rastrellarono, infatti, i civili Hazara. Lo stesso governatore del tempo fece discorsi di odio, incitando alla violenza e sottolineando che, se gli Hazara avessero avuto intenzione di restare in quell’area, avrebbero dovuto convertirsi al sunnismo oppure accettare la loro fine. Questo evento, secondo svariate organizzazioni come lo Human Rights Watch oppure Amnesty International, sostengono che questo evento rispecchi tutti i criteri dei crimini di guerra, e la violazione delle convenzioni di Ginevra. 

Successivamente, il 23-07-2016 (attentato al movimento dell’illuminazione),sotto consiglio della NATO, gli Hazara hanno adottato forme di ribellione non violenta, come proteste pacifiche. Proprio in una di queste proteste, due kamikaze dell’ISIS si fecero esplodere nella folla, uccidendo molti civili. Questo evento ha sancito l’avvio di una discriminazione non più solo sociale o culturale, ma anche economica, arrivando, in un certo senso, a negare il diritto allo sviluppo, considerando che, in questo caso, la protesta era volta alla richiesta di politiche più ecologiche e di ricostituzione del terreno energetico. 

Ad oggi, dall’agosto del 2021 in realtà, molti/e esperti/e parlano di un ritorno del regime dei talebani e di un attuale genocidio in corso. Non solo, una volta che gli Stati Uniti si sono ritirati, la comunità è tornata ad essere bersaglio delle già note ingiustizie, ed in più sono avvenute vere e proprie violazioni dei diritti umani. Alcuni esempi sono il fatto che siano stati esclusi da ogni organo di governance, il fatto che siano riprese le espropriazioni di terre e case e anche che siano aumentati gli attacchi da parte dell’ISIS alla popolazione, focalizzandosi purtroppo sui centri di aggregazione e cultura, come le scuole. È importante, infatti, ricordare l’attacco del settembre 2022, dove hanno perso la vita oltre 50 studentesse Hazara. 

Come vivono gli Hazara oggi  -  la segregazione 

Dall’agosto 2021, momento in cui c’è stato il ritorno dei talebani, la comunità Hazara vive, quindi, in una condizione di grave vulnerabilità e persecuzione sistematica. Essi continuano ad essere bersagli preferiti dei talebani, in particolare del gruppo estremista ISIS, attraverso attacchi armati e attentati suicidi, terrorizzando la comunità. Attacchi come questi sono principalmente a scapito degli Hazara per via di motivazioni religiose, in quanto la stessa comunità è di natura sciita e dunque per molteplici gruppi estremisti sunniti questo è un giustificativo sufficiente per de-umanizzare e legittimare tali atti. Generalmente vengono presi di mira luoghi di ritrovo, come scuole oppure parchi, costringendo la comunità ad una sorta di segregazione auto-imposta, dovuta ovviamente alla paura di finire vittime di attentati, attacchi armati o suicidi. 

Nelle aree di Daikunc e Uruzgan, ad esempio, sono stati documentati sfratti forzati, espropri dalle terre ancestrali, o più semplicemente dalle loro case, per destinare questi immobili e terre a talebani, sostenitori del regime o musulmani di natura sunnita. Questi eventi ovviamente portano la comunità ad emigrare, sottoponendo le persone ad una condizione di sfollati interni oppure di migranti verso Paesi come il Pakistan oppure l’Iran. 

Nell’attuale governo dei talebani, non vi è alcuna rappresentanza degli Hazara, né tanto meno del ramo sciita in generale. Purtroppo si è dinnanzi ad una vera e propria limitazione religiosa forzata, in quanto non è stato formalmente vietato il professare secondo il ramo sciita, ma viene reso impossibile l’accesso o lo sviluppo di tale ramo. Infatti, si riportano clamorosi divieti di eseguire celebrazioni in pubblico, quelle permesse sono estremamente limitate, e inoltre si vieta anche l’insegnamento della dottrina a qualsivoglia livello d’istruzione.

Oltretutto, le donne Hazara, purtroppo, si trovano a subire una doppia discriminazione. In generale le donne vengono discriminate dal regime talebano, in quanto viene impedito loro l’accesso a luoghi pubblici, l’istruzione, il canto, la parola, la libertà di affacciarsi dalle finestre, di sposarsi liberamente, di autodeterminarsi in generale. In aggiunta a ciò, le donne Hazara, più libere per natura religiosa, vengono discriminate ulteriormente, in quanto donne sciite, donne Hazara, vengono, infatti, viste ancora in modo peggiore, paragonabili ad animali. Basti anche solo pensare al fatto che si sono registrate svariate violenze, arresti ed intimidazioni da parte dei talebani durante le proteste di liberazione femminile.

Infine, purtroppo, si può addirittura quasi parlare di una sorte di “damnatio memoriae”, in quanto i talebani hanno progressivamente cancellato o alterato i simboli di memoria Hazara, attraverso azioni come il demolire o sostituire i monumenti dedicati a uomini e donne della resistenza della comunità. 

Cosa possiamo fare oggi 

La risposta ad un così complesso tema si divide in due, da un lato, abbiamo una risposta formale, data dalle istituzioni interazionali, ma che, purtroppo, a volte, resta ferma alla superficie, bloccata dalla burocrazia, e, dall’altro, la risposta dal basso, da parte della popolazione civile internazionale, risposta probabilmente meno potente, ma non per questo meno valida. 

Dal punto di vista delle comunità internazionali, si è agito su 3 fronti: istituzioni come l’ONU, che, tramite regolari report sulle condizioni dei diritti umani in Afghanistan, informano e/o condizionano, non legittimando o riconoscendo, il regime dei talebani. 

Inoltre, diverse organizzazioni per la diaspora Hazara lottano intensamente per portare sul tavolo dei parlamenti occidentali i dati che dimostrano la presenza di un genocidio, e di violazioni aperte dei diritti umani. Esse mirano a questo perché, con un riconoscimento tale, si attiverebbero dei meccanismi di protezione internazionale che potrebbero aiutare e proteggere la comunità. 

Oltretutto, la corte penale internazionale continua a raccogliere dati, testimonianze e preziose informazioni sui soprusi che la comunità sta vivendo, non solo per le indagini in corso, ma anche per costruire una memoria.  Gli/Le esperti/e hanno, infatti, proposto varie soluzioni, come la creazione di una sistema di inchiesta internazionale, sempre nei circuiti ONU, con lo scopo di documentare e preservare queste informazioni.  In aggiunta a ciò, si volevano creare dei corridoi umanitari speciali, ampliare le quote di ricollocamento e di visti umanitari specifici, a disposizione delle comunità più a rischio.  Infine, l’ultima proposta riguarda il creare una garanzia vera che gli aiuti umanitari destinati alla comunità Hazara vengano equamente distribuiti, evitando discriminazioni o peggio, ovvero che il regime talebano li possa utilizzare per propri scopi. In questo senso potrebbe, in un certo senso, essere utile fare pressione sui Paesi ospitanti (Pakistan-Iran), per far si che non rimpatrino con la forza gli sfollati Hazara, in quanto ciò, li esporrebbe a dei trattamenti inumani e degradanti (art. 3 carta dei diritti umani ONU).

Ovviamente, come singoli cittadini o comunità locali, quello che si può fare, ad esempio, potrebbe essere sostenere le ONG  (BMF organizzazione che offre sostegno e borse di studio per i gioveni Hazara) che lavorano attivamente sul campo a favore della comunità Hazara. Si potrebbe partecipare attivamente all’integrazione di queste persone nel territorio e nel tessuto nazionale, mettendosi a disposizione, tramite organizzazioni di volontari/e, per l’insegnamento della lingua italiana. 

Conclusioni 

Una delle principali modalità che oggi viene usata per ridurre un popolo ai minimi termini è quella della disumanizzazione, procedendo poi con la marginalizzazione degli stessi, limitandone la visibilità, gli usi e costumi, dipingendoli come qualcosa di distante. In risposta a ciò, questo articolo si è posto l’obiettivo di restituire dignità ad una comunità, di cui, purtroppo, come anche tante altre, non si sente parlare, quasi rendendo possibile essere discriminati in una condizione che di per sé è già discriminante, come il caso appunto degli Hazara. La conclusione vuole lasciare una riflessione aperta ovvero: quanto è importante il dialogo, la pressione mediatica su certe tematiche, per mantenere alta l’attenzione, considerando che, purtroppo, anche in casi come questi, si tende a dare priorità ad alcune situazioni piuttosto che ad altre?


Bibliografia

Human Rights Watch (HRW): Report periodici specifici sulle violenze contro la minoranza Hazara in Afghanistan 

Amnesty International: Documentazione sui massacri storici e sulle violazioni dei diritti umani correnti verso la popolazione Hazara.

MRG (Minority Rights Group International)

UNAMA (United Nations Assistance Mission in Afghanistan)

Mousavi, Sayed Askar (1997). The Hazaras of Afghanistan: An Historical, Cultural, Economic and Political Study. St. Martin's Press. 

Ibrahimi, Niamatullah (2017). The Hazaras and the Afghan State: Rebellion, Exclusion and the Struggle for Recognition. Oxford University Press. 

Poladi, Hassan (1989). The Hazaras. Mughal Publishing Company. 

New Lines Institute for Strategy and Policy (2022–2024): "The Hazara Genocide: Legal Analysis" 

Harvard Human Rights Journal (2024): Hakimi, H., "The Afghan State and the Hazara Genocide".

Amnesty International (1998): "Afghanistan: The Massacre in Mazar-i Sharif".  

Human Rights Watch (2005): "Blood-Stained Hands: Atrocities in Kabul and Afghanistan’s Legacy of Impunity".

UN Special Rapporteur on Afghanistan: Rapporti ufficiali di Richard Bennett (UN Docs A/HRC).

Human Rights Watch (HRW) 

Amnesty International: Report annuali sulla situazione dei diritti umani in Afghanistan, in particolare sull'impatto degli sfollamenti forzati e degli attacchi mirati alle minoranze sciite.  

Nazioni Unite (UN / UNAMA): Rapporti del Relatore Speciale ONU sulla situazione dei diritti umani in Afghanistan (Richard Bennett) sistematica contro gli Hazara e altre minoranze etnico-religiose

Human Rights Watch (HRW): Report "Afghanistan: ISIS Group Targets Hazara Shia" 

Harvard Kennedy School Student Policy Review: Saggio e analisi d'inchiesta "Genocide and Hazara Persecution in Afghanistan" 

JURIST News / FORUM-ASIA: Reportistica su "Human rights NGO network calls upon international community to prevent possible genocide of Hazaras".  

Amnesty International: Report annuali e appelli per la protezione della minoranza Hazara e dei rifugiati afghani.  

UNAMA (Missione di Assistenza delle Nazioni Unite in Afghanistan): Rapporti periodici sui diritti umani a cura del Relatore Speciale Richard Bennett. 

Parole chiave

Hazara genocidio, crimini contro l'umanità Afghanistan

Come citare questo articolo

Sofia Fraschetti (2026), "Gli Hazara", in Inclusione e Giustizia Eco-Sociale, ISSN 3035-5265, https://unipd-centrodirittiumani.it/it/temi/gli-hazara (consultato il 29/10/2026).

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