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Il "Cavallo di Troia" Olimpico: Neocolonialismo e Impatto Ecologico a Tēahupo’o

Un’analisi degli eventi surfistici di Parigi 2024 attraverso la lente della giustizia ambientale e della sovranità indigena
Esaminando le competizioni di surf dei Giochi Olimpici di Parigi 2024 a Tahiti, questo articolo di Elpiniki Paisi esplora il neocolonialismo quale motore del degrado ambientale, con particolare riferimento alla marginalizzazione delle epistemologie indigene Mā’ohi che danno priorità al Fenua (terra) e alla Moana (mare). Il seguente articolo è un estratto della tesi di laurea magistrale: “Neocolonialism and Environmental Impact in Tahiti: A case study on the venue for the surfing competitions of the 2024 Olympic Games”, discussa il 27 novembre 2025 sotto la supervisione del Prof. Alberto Lanzavecchia.
La controversa torre dei giudici in alluminio che sovrasta la laguna incontaminata di Tēahupo’o
© Tim McKenna (Summer 2024).

Sommario

  • L'Eredità Coloniale: Dal "Buon Selvaggio" agli Esperimenti Nucleari
  • La Scelta Strategica di Tēahupo’o
    La questione della ‘Torre in Alluminio’: tra Mana e logiche di mercato
  • L’enigma del "Kook": Pianificazione verticistica e resistenza dal basso 
  • Conclusioni: Una retrospettiva del 2025

Nell'autunno del 2023, un video del surfista locale tahitiano Matahi Drollet, in cui implorava la protezione della barriera corallina di Tēahupo’o, è diventato virale, facendo eco al lungo passato coloniale di Tahiti. La decisione del Comitato Organizzatore di Parigi 2024 di ospitare le gare di surf nel villaggio di Tēahupo’o, a Tahiti –ex colonia francese situata a 10.000 miglia dalla metropoli– è stata presentata come un tributo alle radici polinesiane di questo sport. Tuttavia, tale scelta strategica ha svelato un profondo scollamento tra la retorica della sostenibilità del Comitato e la tutela del territorio operata dal popolo Mā’ohi. L’esame della controversa costruzione della torre dei giudici in alluminio e dell'esclusione delle voci Mā’ohi rivela quanto i grandi spettacoli sportivi operino come moderni veicoli di appropriazione ambientale e di perpetuazione delle asimmetrie di potere coloniale.

Scattata dal fotografo di surf di fama mondiale Tim McKenna, questa immagine costituisce una testimonianza visiva dell'intreccio tra lo sport globale e l'ecologia locale. La torre, pur essendo un capolavoro di ingegneria moderna progettato per la trasmissione delle Olimpiadi del 2024, si erge come un monolite controverso nel fragile «Mana» delle acque tahitiane. Rappresenta la dimensione visibile di una lotta ambientale invisibile, segnando il punto esatto in cui le tradizionali strutture in legno sono state sostituite dall'intervento industriale.

 

L’Εredità Coloniale: Dal "Βuon Selvaggio" agli Esperimenti Nucleari

La presenza della Francia a Tahiti non è un fenomeno recente, bensì una lunga storia di imposizione che risale al XVIII secolo. Quando Louis-Antoine de Bougainville raggiunse l'isola nel 1768, costruì il mito della "Nuova Citera", descrivendo un paradiso esotico e stabilendo lo stereotipo del "buon selvaggio". Questa immagine idealizzata funse da velo per l'annessione formale delle isole nel 1880. Il dominio coloniale culminò durante la Guerra Fredda con l'operatività del Centre d’Expérimentations du Pacifique. Tra il 1966 e il 1996, la Francia condusse 193 test nucleari sugli atolli di Moruroa e Fangataufa. Quest’era di «colonialismo nucleare» ha lasciato un’eredità indelebile di distruzione ambientale e casi di cancro mai risarciti, trasformando il «paradiso» in un laboratorio per esperimenti geopolitici –una dinamica che risuona ancora oggi nell’organizzazione dei Giochi Olimpici di Parigi 2024.

La Scelta Strategica di Tēahupo’o

Fin dall'inizio, il comunicato stampa ufficiale di Parigi 2024 ha presentato la scelta di Tēahupo’o come sede delle gare, spacciandola per un poetico ritorno alle fonti polinesiane dello sport. Tuttavia, al di sotto degli accordi logistici, si poteva scorgere una latente riaffermazione strategica dello status quo globale francese. L'integrazione dei "territori d'oltremare" nel circuito olimpico è servita, tra le altre cose, a rafforzare la narrazione di unità nazionale in tutta la Repubblica. Eppure, questa selezione ha rivelato un profondo "divario comunicativo". Un villaggio di pescatori è stato considerato come il palcoscenico per un marchio globale, e l' "Onda di Tēahupo’o" –scollegata dalla tradizione ancestrale di chi vive in quei luoghi– è stata strumentalizzata per rafforzare il marchio olimpico. Per la comunità locale, ciò che gli organizzatori percepivano come uno "stadio naturale" non è un bene mercificato; resta, al contrario, ancora oggi uno spazio rituale dove il Fenua (la terra) e la Moana (il mare) sono considerati sacri.

Scattata dal fotografo di surf di fama mondiale Tim McKenna, questa immagine costituisce una testimonianza visiva dell'intreccio tra lo sport globale e l'ecologia locale. La torre, pur essendo un capolavoro di ingegneria moderna progettato per la trasmissione delle Olimpiadi del 2024, si erge come un monolite controverso nel fragile «Mana» delle acque tahitiane. Rappresenta la dimensione visibile di una lotta ambientale invisibile, segnando il punto esatto in cui le tradizionali strutture in legno sono state sostituite dall'intervento industriale.

La questione della ‘Torre in Alluminio’: tra Mana e logiche di Mercato

Il simbolo più polarizzante degli eventi surfistici di Parigi 2024 è stata la decisione di sostituire la tradizionale struttura dei giudici in legno con una torre in alluminio. Mentre gli organizzatori adducevano requisiti tecnici e di sicurezza –inclusi l'aria condizionata e internet ad alta velocità– le valutazioni scientifiche condotte tramite fotogrammetria 3D hanno rivelato un prezzo ecologico vertiginoso. Le ricerche dell'Università delle Hawai‘i e del MEGA Lab hanno identificato oltre 1.000 colonie di coralli appartenenti a 20 specie diverse direttamente nell'area di impronta della torre. Il progetto ha richiesto la perforazione di 133 fori nella barriera incontaminata e il dragaggio di 2.500 metri quadrati per l'accesso delle chiatte, rischiando il danno ecologico di un ecosistema già fragile. Oltre alla distruzione fisica diretta, gli esperti hanno avvertito di un "effetto ombra" che potrebbe interrompere la fotosintesi dei coralli e del temuto rischio di ciguatera, un focolaio tossico innescato dalla necrosi della barriera che minaccia la sicurezza alimentare locale. Per la comunità di Tēahupo’o, la torre non era una necessità tecnica, ma un'invasiva imposizione "metropolitana" che ignorava il sapere indigeno, rischiando di alterare la geomorfologia stessa dell'onda che rende il "Posto dei Teschi" un sito di patrimonio globale, riproducendo schemi dei passati test nucleari che confermano il trattamento dei territori polinesiani come risorse sacrificabili per la metropoli.

L’ Enigma del "Kook": Pianificazione Verticistica e Resistenza dal basso

Le decisioni relative agli eventi olimpici di surf a Tēahupo’o sono state cementate a Parigi molto prima di raggiungere le coste di Tahiti, con la convalida ufficiale dell'offerta avvenuta nel 2020 senza la previa consultazione dei residenti o degli attori locali chiave. Questa opacità istituzionale ha creato un terreno fertile per la diffidenza, alimentata da una complessa struttura di governance che richiedeva una precaria cooperazione tra diverse entità. Il processo ha coinvolto il Comitato Olimpico Internazionale (IOC) e l'International Surfing Association (ISA) a livello globale, mentre a livello nazionale e territoriale ha richiesto un delicato equilibrio tra gli attori istituzionali francesi (Haut Commissariat), il Governo della Polinesia Francese e la municipalità locale di Tēahupo’o/Taiarapu-Ouest.

Nonostante questo quadro multilivello, il potere è rimasto fortemente centralizzato. All'interno di questa gerarchia, Parigi 2024 (COJOP2024) deteneva l'autorità finale sull'implementazione della torre, mentre il Governo della Polinesia Francese manteneva l'autorità finale sulla legalità della costruzione. Questo approccio top-down ha di fatto emarginato le associazioni ambientaliste tahitiane (precisamente la VAOT) dalla fase centrale della pianificazione. La tardiva apertura di un ufficio di Parigi 2024 a Pape’ete ha fatto ben poco per colmare il "deficit di trasparenza", lasciando la comunità di fronte a un fatto compiuto, caratterizzato da indiscrezioni ed incertezza.

Il punto di rottura è arrivato nel settembre 2023, quando la torre d'alluminio è stata presentata non come una visione condivisa tra la comunità locale e gli organizzatori, bensì come un sigillo architettonico non negoziabile dell'eredità olimpica. La palese esclusione della comunità locale e delle organizzazioni ambientaliste locali dai processi decisionali –accompagnata da conseguenze ambientali irreversibili– ha scatenato una potente reazione locale, culminata nella mobilitazione del 15 ottobre 2023. Additando i lontani organizzatori come "kooks" –un termine mutuato dallo slang dei surfisti per indicare chi manca di comprensione fondamentale e rispetto per l'ambiente– il popolo Mā’ohi, sostenuto dall'associazione Vai Ara O Teahupo’o (VAOT), ha, infatti, rivendicato la propria narrazione lanciando una petizione che ha raccolto ad oggi un totale di 258.392 firme verificate (con l'ultima firma registrata il 9 aprile 2026).

La loro resistenza, manifestatasi attraverso catene umane e offerte sacre "tapu", non riguardava solo una torre; era la difesa della sovranità indigena contro una "logica estrattivista" neocoloniale, che privilegiava i requisiti di trasmissione radiotelevisiva della metropoli rispetto alla saggezza ecologica. Questa sfida locale ha preso slancio in seguito all'infelice incidente del 1° dicembre 2023, quando una chiatta ha parzialmente danneggiato la barriera corallina durante i test fungendo da catalizzatore che ha costretto le autorità locali a sospendere i lavori e a rivalutare i danni. In definitiva, questa incrollabile mobilitazione, amplificata dall'incidente di dicembre, ha obbligato "Parigi 2024" a ridimensionare e modificare il design della torre d'alluminio.

Scattata dal fotografo di surf di fama mondiale Tim McKenna, questa immagine costituisce una testimonianza visiva dell'intreccio tra lo sport globale e l'ecologia locale. La torre, pur essendo un capolavoro di ingegneria moderna progettato per la trasmissione delle Olimpiadi del 2024, si erge come un monolite controverso nel fragile «Mana» delle acque tahitiane. Rappresenta la dimensione visibile di una lotta ambientale invisibile, segnando il punto esatto in cui le tradizionali strutture in legno sono state sostituite dall'intervento industriale.

Conclusioni: una retrospettiva del 2025

La modifica della torre d'alluminio dei giudici può aver sventato un imminente "ecocidio" della barriera sacra –prevenendo, in altre parole, un collasso ecologico localizzato e la distruzione irreversibile di un ecosistema vitale che è stato consapevolmente messo a rischio per un evento temporaneo. Tuttavia, i residui socio-politici delle Olimpiadi del 2024 continuano a riaffiorare sulla costa. In assenza di dati empirici pubblicati sull'impronta ecologica della torre a causa della vicinanza temporale, ci resta una lezione chiara: la "saga olimpica di Tēahupo’o" stessa è servita come duro monito del fatto che la retorica della sostenibilità, priva della sovranità epistemologica indigena, è solo una forma sofisticata di "greenwashing".

Nonostante la resilienza della barriera –rafforzata dall'ancestrale rāhui– le cicatrici dell'esproprio territoriale persistono, radicate nello status irrisolto di Tahiti come Collettività d'Oltremare francese. Sotto questo quadro amministrativo, sebbene esista una certa autonomia locale, i diritti sulla terra rimangono precariamente impigliati in un'architettura legale coloniale dove lo Stato francese mantiene la giurisdizione ultima sulle decisioni strategiche di sviluppo. Più precisamente, il caso di Tēahupo’o rivela come gli spettacoli globali possano fungere da "Cavallo di Troia" neocoloniale, dove gli interessi metropolitani si infiltrano negli ambienti indigeni sotto la veste dell'unità globale, scavalcando l'autentica autodeterminazione di un territorio ancora classificato dall' ONU come non autonomo.

La modifica della torre guidata dalla comunità locale è stata una vittoria vitale, eppure i diritti fondiari dei Mā’ohi –ancora soggetti a decisioni calate da Parigi– sottolineano una lezione più ampia e amara per tutti i territori colonizzati: i diritti dei popoli nativi sulle proprie terre non sono mai pienamente garantiti finché vengono trattati come concessioni accordate, anziché essere riconosciuti come una sovranità intrinseca. La preservazione del patrimonio naturale autoctono richiede più di compromessi fugaci e caso per caso; esige un cambiamento fondamentale nelle strutture di potere neocoloniali per garantire che la terra sia governata da coloro che le appartengono, piuttosto che da coloro che si limitano a gestirla da lontano.


“Queste sono cose che non possono comprendere dai loro uffici di Parigi.” (Tahurai Henry, surfista locale di fama mondiale).

 


Risorse

Paisi, E. (2025). Neocolonialism and Environmental Impact in Tahiti. University of Padova. https://thesis.unipd.it/handle/20.500.12608/98658  
Anne-Charlotte Lehartel, “Hébergement à Teahupo’o, un an après les JO”, Tahiti Infos, July 23, 2025. 
https://www.tahiti-infos.com/%E2%80%8BHebergement-a-Teahupo-o-un-an-apres-les-JO_a231806.html  
UN Special Committee on Decolonization: Working Papers on French Polynesia https://news.un.org/en/story/2013/05/440012-general-assembly-adds-french-polynesia-un-decolonization-list   
Miriam Kahn, Tahiti Beyond the postcard, (University of Washington Press, 2011).
Marie Delaplace and Pierre-Olaf Schut, Planning the Paris 2024 Olympic and Paralympic Games (Singapore: Palgrave Macmillan, 2024).
 

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