Medicina veterinaria e giustizia eco-sociale

La Medicina Veterinaria potrebbe sembrare, ad una analisi superficiale, un argomento distante dai problemi riguardanti la giustizia sociale e l’inclusione. In realtà diversi aspetti della professione del Medico Veterinario aprono importanti interrogativi su questioni di assoluta rilevanza per l’inclusione e la giustizia sociale.
Pretendere di analizzarli tutti in questo breve spazio sarebbe arduo ed inopportuno, proveremo quindi a mettere in evidenza una delle questioni aperte, con l’intenzione di aprire una riflessione e senza la pretesa di possedere una facile soluzione.
Negli ultimi decenni la Medicina Veterinaria ha avuto una crescita in ambito tecnico scientifico davvero sorprendente, accanto ad un evidente miglioramento delle possibilità terapeutiche, delle possibilità diagnostiche, delle tecniche e dei materiali chirurgici, assistiamo ad un importante aumento delle competenze “specialistiche” con importanti investimenti nella formazione post lauream e nell’aggiornamento. Questa positiva evoluzione comporta però un ovvio e significativo incremento dei costi che, a seconda della specie animale che prendiamo in considerazione, si scaricheranno sul consumatore o sul proprietario.
Iniziamo a ragionare sulla medicina degli animali da compagnia, non perché quella degli animali da reddito sia meno importante ma perché le analisi ed i ragionamenti per le due categorie presentano profonde differenze. L’animale da compagnia ha profondamente cambiato il suo status nella nostra società nell’ultimo secolo, i nostri nonni mediamente guarderebbero con stupore la quantità di tempo, attenzioni e risorse che dedichiamo ai nostri pet. Anche le norme, seppure in modo parziale ed a volte confuso, sono cambiate negli anni e ad oggi la vecchia definizione di “res” che caratterizzava giuridicamente l’animale è certamente superata (almeno in Italia), ma purtroppo non è affatto definita in modo logico e chiaro la nuova connotazione giuridica che si intende dare all’animale.
Accantonando per un momento le questioni giuridiche, e cercando di interpretare il sentimento e le aspettative popolari, è verosimile ritenere che la maggioranza degli italiani non aderisca a posizioni estreme, non ritenendo che gli animali debbano avere gli stessi diritti degli uomini ma nemmeno accettando l’idea che possano essere ritenuti delle cose e quindi privati di ogni tipo di diritto. Molto probabilmente la gran parte della popolazione concorderebbe con l’idea che gli animali abbiano alcuni diritti, non tutti i diritti degli uomini ma certamente una parte di questi. Le definizioni relative al benessere animale ed ai bisogni che devono essere soddisfatti per assicurarlo sono state da tempo stabilite. Il benessere animale è stato definito come: “lo stato di completa sanità fisica e mentale che consente all’animale di vivere in armonia con il suo ambiente” (definizione OMS/Hughes 1976).
I bisogni essenziali sono stati individuati nelle cinque libertà contenute nel Brambell Report del 1965.
- libertà dalla fame, dalla sete e dalla cattiva nutrizione, mediante il facile accesso all'acqua fresca e a una dieta in grado di favorire lo stato di salute
- libertà di avere un ambiente fisico adeguato, comprendente ricoveri e una zona di riposo confortevole
- libertà da malattie, ferite e traumi, attraverso la prevenzione o la rapida diagnosi e la pronta terapia
- libertà di manifestare le caratteristiche comportamentali specie-specifiche, fornendo spazio sufficiente, locali appropriati e la compagnia di altri soggetti della stessa specie
- libertà dal timore, assicurando condizioni che evitino sofferenza mentale.
Ognuna di queste affermazioni è tanto ineccepibile nella sua formulazione quanto complessa da definire in modo univoco e realizzabile. Prendiamo ad esempio la numero tre, che ad una prima lettura appare semplice e lineare: libertà da malattie, ferite e traumi, attraverso la prevenzione o la rapida diagnosi e la pronta terapia. Calando questa semplice affermazione nel campo della medicina degli animali da compagnia il primo problema che appare, evidente e stringente, è quello delle risorse. Infatti, se è vero, come dicevamo, che le possibilità di cura oggi sono molto maggiori rispetto a quelle di trenta o quaranta anni fa, è altrettanto vero che gli investimenti necessari per accedere a queste moderne cure sono molto più elevati.
L’aumento dei costi delle prestazioni, essendo legato ad un radicale cambiamento delle stesse, non è certamente andato di pari passo con l’aumento dei salari medi, di conseguenza oggi molte prestazioni veterinarie hanno dei costi che possono rappresentare una percentuale molto rilevante del salario medio mensile ed in diversi casi (urgenze, incidenti, chirurgie complesse, malattie croniche) possono anche superarlo.
In un paese che ha la fortuna (spesso non adeguatamente apprezzata) di avere un sistema sanitario pubblico che garantisce le cure a tutti gli umani, questa situazione crea spesso stupore, frustrazione e rabbia. Naturalmente non stupisce che la persona che si trova nella spiacevole situazione di non poter curare un animale verso il quale ha sviluppato un rapporto affettivo provi sentimenti negativi e consideri questa cosa profondamente ingiusta. Però se analizziamo la situazione da un punto di vista etico ci troviamo di fronte ad un problema di non facile soluzione.
Quale è la soluzione giusta ed equilibrata?
Dobbiamo accettare l’idea che il possesso di un animale da compagnia sia da considerare un lusso? E di conseguenza chi non dispone di ampie risorse economiche deve farne a meno?
Oppure dobbiamo accettare che (come avviene in altre nazioni) l’eutanasia venga considerata normale ogni volta un proprietario non voglia o non possa occuparsi di un animale malato o indesiderato?
O ancora dobbiamo prevedere e riconoscere senza ipocrisie un approccio di serie B, in cui ci si accontenta di fare quello che si può permettersi, senza pretendere di accedere al gold standard?
O infine dobbiamo ipotizzare che in qualche modo la sanità pubblica (già in difficoltà) si debba fare carico anche della cura degli animali da compagnia?
Ogniuna di queste possibili scelte in realtà apre una serie di interrogativi di non semplice soluzione.
Accettare l’idea che il possesso di un animale da compagnia sia un lusso, rappresenta una sconfitta sociale, in quanto sono proprio le categorie più deboli come anziani e persone sole quelle che più si giovano del rapporto con un pet. Inoltre, con le attuali possibilità di cura ed i conseguenti costi della medicina moderna, non è affatto semplice individuare un limite economico che “garantisca” un possibile accesso alle cure in ogni situazione.
Accettare che un animale riceva le cure che il suo proprietario può pagare, e che dove non vi siano possibilità economiche si proceda all’eutanasia, oltre a mettere alla prova la nostra coscienza contribuisce a creare una cultura per cui diventi normale eliminare, per mere ragioni economiche, i soggetti malati.
Accettare un livello di cure inferiore di fronte ad una limitata capacità di spesa, pur essendo una situazione assolutamente realistica ed applicata nella gran parte del mondo, anche alla medicina umana, non è sempre facile da comprendere e necessita un accurato lavoro di comunicazione, per essere spiegato ad una popolazione che ha la fortuna di godere da molti decenni di un sistema sanitario nazionale.
Proporre che la sanità pubblica si debba fare carico anche della medicina degli animali, oltre ad essere poco realistico stanti le attuali ristrettezze finanziarie, aprirebbe una serie di problemi di non facile soluzione. Sarebbe giusto chiedere a tutti, anche a coloro che non hanno e non intendono avere animali, di pagare tributi per garantire la salute dei pet? Quanto si può pensare di investire in questo settore, si devono fissare dei limiti di spesa? Quali specie animali avrebbero questo diritto alle cure pagate dallo Stato? Cani e gatti? Cavalli? Suini? Bovini? Pecore? Capre? Conigli, uccelli, pesci? Rettili? Insetti? E cosa altro? E soprattutto perché alcuni si ed altri no?
Come premesso non abbiamo la presunzione di fornire risposte preconfezionate, ed anzi riteniamo che le risposte semplici a problemi complessi spesso siano apparentemente risolutive ma alla prova dei fatti rapidamente mostrino tutti i loro limiti. Nondimeno riteniamo che queste, come molte altre, siano questioni aperte che legano strettamente la Medicina Veterinaria ai problemi sociali, e che affrontarle in un dibattito aperto possa aiutare a cercare soluzioni ed allo stesso tempo creare una corretta comunicazione.