aiuti umanitari

Workshop con Medici senza Frontiere: esperienze e lezioni apprese dall’azione umanitaria in Sudan, marzo 2026

Redatto con il contributo delle studentesse della triennale in Scienze Politiche, Relazioni Internazionali e Diritti Umani: Valentina Kelsa Nyeke, Nicoleta Turetta Stratulat, Lucrezia Testa, Elisa Gelonese
Workshop MSF

Il 25 marzo 2026, un gruppo di studentesse del corso di laurea in Scienze Politiche, Relazioni Internazionali e Diritti Umani dell’Università di Padova ha partecipato a un workshop intensivo offerto da Medici Senza Frontiere (MSF) Italia, dedicato all’azione umanitaria in Sudan.

Dal 1971, Medici Senza Frontiere si impegna a portare soccorso medico-umanitario ovunque l’accesso alle cure sia negato. La genesi dell'organizzazione risale alla guerra di secessione del Biafra, in Nigeria: qui, un gruppo di medici francesi della Croce Rossa, profondamente scossi dalle atrocità del genocidio e frustrati dall'obbligo di riservatezza, decise di rompere il silenzio.

Parallelamente, alcuni giornalisti reduci da un'emergenza in Bangladesh condividevano la medesima urgenza di testimonianza. Fu così che Raymond Borel e Philippe Bernina, giornalisti della rivista Tonus, lanciarono l’appello per creare una squadra di soccorritori pronti a intervenire nelle catastrofi più gravi. MSF nacque ufficialmente il 22 dicembre 1971 con 300 volontari. Il successo delle prime missioni — come quelle in Nicaragua e a Managua — e la coerenza della sua missione hanno portato l'organizzazione a ricevere il Premio Nobel per la Pace nel 1999.

L'incontro è cominciato con l'intervento della dottoressa  Sara Lina Kamoun sul diritto internazionale umanitario (DIU). Quest’ultimo regola la condotta nelle ostilità, protegge coloro che non partecipano direttamente ai combattimenti e limita i mezzi e i metodi di guerra. Le fonti su cui si basa il DIU sono la Convenzione di Ginevra del 1949, i protocolli aggiuntivi e il diritto internazionale consuetudinario. Lo scopo principale di questo corpo di norme è proteggere i civili, il personale medico e le operazioni di assistenza, vincolando sia gli attori statali che quelli non statali. Il DIU si applica rigorosamente nei casi di conflitti armati internazionali e non internazionali, ma non si estende alle situazioni di sole tensioni interne. La dottoressa Kamoun ha proseguito spiegando i Core Humanitarian Principles: umanità, neutralità, imparzialità e indipendenza. Il principio di umanità afferma che la sofferenza deve essere affrontata ovunque si manifesti per proteggere la vita e garantire il rispetto degli esseri umani. La neutralità impone agli attori umanitari di non prendere parte alle ostilità né essere coinvolti in controversie politiche, razziali o religiose. L’imparzialità stabilisce che l’azione sia svolta esclusivamente sulla base del bisogno, dando priorità ai casi più urgenti senza distinzioni di nazionalità o credo. Infine, l’indipendenza garantisce che l’azione sia autonoma rispetto a obiettivi politici, economici o militari.

Successivamente è stato affrontato il tema dell’applicazione di questi principi nelle emergenze complesse, dove la realtà sul campo impone dilemmi operativi costanti. Uno dei principali problemi è bilanciare la sicurezza del personale con il principio di umanità, negoziando l’accesso senza compromettere la neutralità, specialmente quando gli attori neutrali rischiano di essere percepiti come schierati a causa di linguaggio, comportamenti o simboli. In contesti critici, l’imparzialità è messa alla prova dai limiti fisici di accesso, la neutralità dalle condizioni dei donatori e l’indipendenza dalle regolamentazioni dello Stato ospitante. In questo contesto, i principi umanitari emergono non come formule retoriche, bensì come strumenti strategici per consolidare credibilità e legittimità nelle negoziazioni. L'operato di Medici Senza Frontiere è dunque guidato da questi valori, ai quali si affianca il cardine della testimonianza: il dovere di denunciare pubblicamente le violazioni dei diritti umani, mantenendo al contempo elevati standard di trasparenza e responsabilità verso pazienti e donatori.

Il passaggio dalla teoria normativa alla realtà operativa rappresenta il cuore pulsante dell’azione umanitaria. Non si tratta solo di conoscere le regole, ma di capire come queste diventino strumenti vivi. Il legame tra obblighi normativi e negoziazione si manifesta nel concetto di status protetto: sapere che il personale medico gode di tutela speciale non serve se non viene tradotto in una tattica di negoziazione credibile. La strategia suggerisce di custodire le Convenzioni di Ginevra come fondamento etico, senza imporle, privilegiando invece la via della negoziazione sul campo. Questa capacità di manovra si scontra con i determinanti dell’ecosistema umanitario: l’accesso e la sicurezza dipendono dalla mappatura degli attori e dalla capacità di adattare il linguaggio all’interlocutore, dai leader nazionali alle autorità locali. In questo scenario, l’efficacia dipende anche dal coordinamento tramite il sistema dei cluster e dalla partecipazione locale, seguendo l’approccio “Do No Harm” per evitare che l'aiuto crei nuove tensioni.

Un ulteriore elemento discusso riguarda le sfide moderne, come la presenza di compagnie militari e di sicurezza private a cui gli Stati delegano attività armate, creando zone grigie giuridiche. Anche il tema della neutralità è stato analizzato tramite le sfide di MSF nel conflitto Russia-Ucraina, dove l’impossibilità di operare simmetricamente è spesso dettata dai blocchi all'accesso imposti dalle autorità, più che da una scelta politica. Il caso del Sudan è stato centrale come esempio di crisi gravissima ma invisibile mediaticamente. Nonostante l’adesione alle Convenzioni di Ginevra, in Sudan il diritto umanitario viene violato sistematicamente: ospedali e strutture sanitarie sono distrutti intenzionalmente da entrambe le parti, e la malnutrizione grave colpisce milioni di persone. La scarsa attenzione internazionale causa tagli ai finanziamenti e rende l’aiuto sanitario oggetto di negoziazione politica, dove le autorità bloccano gli interventi per timore di rafforzare il nemico. In tali contesti, negoziare un passaggio sicuro richiede competenze specifiche, conoscenza locale e la capacità di bilanciare costantemente l'accesso agli aiuti con la sicurezza dello staff.

Durante il workshop è stata sottolineata la preoccupante fragilità del regime di tutela umanitaria, con civili e ospedali che assumono la natura di obiettivi intenzionali delle parti in conflitto. Nonostante ciò, per MSF il DIU resta l’unico strumento per proteggere i vulnerabili, e anche quando gli attacchi agli ospedali vengono giustificati dalla presenza di combattenti, deve prevalere il principio di proporzionalità. In vista della simulazione, ogni membro del team — dal capo missione al responsabile sanitario, della sicurezza e della comunicazione — deve assumere la propria responsabilità consapevolmente. Decidere sotto pressione significa integrare conformità legale, fattibilità logistica e coerenza etica. La negoziazione umanitaria richiede resilienza e il coraggio morale di sapere quando scendere a compromessi e quando mantenere la propria posizione. È questo passaggio dalla comprensione della norma al giudizio operativo che trasforma un operatore in un leader capace di agire con efficacia nelle crisi più complesse.

La parte conclusiva del workshop è stata dedicata all’analisi di quattro dilemmi operativi realistici, tratti dal contesto del Sudan, che mostrano le difficoltà concrete del lavoro umanitario sul campo e la costante tensione tra principi, sicurezza e accesso. Per ogni caso, il compito era decidere cosa dovrebbe fare MSF, scegliendo tra diverse opzioni operative e riflettendo sui principi del diritto umanitario (imparzialità, neutralità, accesso, sicurezza, advocacy).

Il primo caso analizzato riguarda il dilemma della chirurgia di guerra ad Al-Fashir. In uno scenario di assedio da parte delle RSF con un numero elevatissimo di feriti, lo Stato nega l’autorizzazione a programmi chirurgici per timore che i combattenti nemici, una volta curati, tornino al fronte. In questo contesto, il nodo centrale è l’accesso umanitario inteso come risposta a un bisogno medico urgente che deve prevalere sulla condizione politica. La linea strategica suggerita indica di:

  • Non fermarsi davanti al rifiuto iniziale delle autorità.
  • Iniziare a operare, se tecnicamente possibile, anche in assenza di un quadro normativo perfetto.
  • Avviare contemporaneamente una negoziazione per ottenere una legittimazione successiva dell'operato.

Questa prassi riflette l'esperienza storica di organizzazioni come Medici Senza Frontiere, che spesso hanno legalizzato la propria presenza sul campo solo dopo aver dimostrato l'impatto vitale delle proprie attività.

Il secondo dilemma affronta il tema dell’accesso agli aiuti dal Ciad attraverso il valico di Adré, bloccato dal governo sudanese per motivi di sicurezza, nonostante l'alto rischio di carestia in Darfur. Di fronte allo stallo delle Nazioni Unite, che privilegiano il rispetto della sovranità nazionale, la strategia umanitaria non deve risolversi nella violazione dei confini o nell'accettazione passiva del blocco. La soluzione risiede piuttosto nel:

  • Proseguire con un'attività di advocacy e pressione politica costante.
  • Utilizzare il Diritto Internazionale Umanitario come base giuridica imprescindibile per esigere l'accesso.
  • Costruire una comunicazione mirata a interlocutori specifici (singoli Stati influenti) piuttosto che a un generico sistema ONU.

Il terzo scenario si focalizza sulla denuncia delle violenze sistematiche contro i pazienti Masalit a Geneina. Qui emerge la tensione profonda tra la missione di testimonianza e la necessità di mantenere l’accesso alle cure. La denuncia pubblica immediata potrebbe infatti causare l'espulsione del personale, lasciando la popolazione priva di assistenza. La progressione suggerita prevede di:

  • Adottare un approccio graduale, partendo da comunicazioni riservate e bilaterali con le parti coinvolte.
  • Fondare ogni denuncia su una documentazione medica solida, verificata e archiviata con rigore.
  • Proteggere prioritariamente la presenza operativa, valutando strategicamente tempi e modi della comunicazione per minimizzare i rischi di ritorsione.

Infine, il caso del campo profughi di Zamzam mette in luce la drammatica gestione della sicurezza sotto assedio. Con mezzo milione di persone colpite da malnutrizione e flussi costanti di feriti, l'organizzazione deve decidere se restare nonostante i rischi crescenti per lo staff. Il bilanciamento tra rischio e continuità dell’assistenza non permette risposte statiche, ma richiede di:

  • Effettuare una valutazione del rischio continua e dinamica, poiché il contesto muta repentinamente.
  • Mantenere la presenza finché possibile, adattando le attività alle reali capacità della struttura.
  • Esercitare una pressione costante sul rispetto del Diritto Internazionale Umanitario da parte dei belligeranti.

Ogni dilemma analizzato conferma che l'azione umanitaria non è solo un atto medico, ma un esercizio di giudizio operativo dove la legittimità legale e la capacità di negoziazione sono gli unici strumenti per proteggere i più vulnerabili.

Nel workshop sui dilemmi umanitari di MSF, ogni scenario proposto non richiedeva solo di scegliere una soluzione generica, ma di immedesimarsi concretamente in tre figure operative diverse dell’organizzazione, ognuna con un ruolo specifico e una prospettiva distinta. L’obiettivo era capire come, all’interno dello stesso problema, queste tre figure avrebbero agito in modo complementare ma anche potenzialmente diverso.

La prima figura è il Project Coordinator, responsabile generale delle attività di MSF sul campo. Il suo compito principale è garantire il funzionamento del progetto nel rispetto dei principi umanitari e della sicurezza. Si occupa di analizzare il contesto politico e umanitario, mantenere i rapporti con autorità locali, ONU e altri attori, e soprattutto condurre le negoziazioni per l’accesso umanitario. Inoltre definisce le strategie operative e le misure di sicurezza. Nei dilemmi, questa figura ragiona quindi in termini di fattibilità dell’intervento, accesso e gestione del rischio operativo.

La seconda figura è l’Humanitarian Affairs Manager, responsabile dell’advocacy e dell’analisi umanitaria. Il suo ruolo è raccogliere dati, testimonianze e informazioni dal campo per trasformarle in analisi e strategie di advocacy. Si occupa anche della protezione dei pazienti e del posizionamento umanitario dell’organizzazione, mantenendo i rapporti con autorità e società civile. Nei dilemmi, questa figura si concentra soprattutto su bisogni delle popolazioni, documentazione delle violazioni e strategie di pressione politica e istituzionale, cercando di dare visibilità alle crisi senza compromettere i principi umanitari.

La terza figura è il Field Communications Manager, responsabile della comunicazione pubblica di MSF nel paese. Gestisce i rapporti con i media, produce contenuti informativi, coordina comunicati e strategie digitali, e può anche fungere da portavoce. Inoltre monitora la copertura mediatica e interviene in caso di crisi reputazionali o disinformazione. Nei dilemmi, questa figura valuta come, quando e con quale linguaggio comunicare all’esterno, bilanciando trasparenza, impatto mediatico e sicurezza operativa. Per ogni dilemma affrontato durante il workshop, quindi, il compito non era trovare una sola risposta, ma mettersi nei panni di queste tre figure e capire come ciascuna avrebbe reagito alla stessa situazione. Il Project Coordinator avrebbe privilegiato l’accesso e la sicurezza operativa, l’Humanitarian Affairs Manager avrebbe focalizzato l’attenzione su bisogni, dati e advocacy, mentre il Field Communications Manager avrebbe valutato le conseguenze comunicative e mediatiche delle decisioni. In questo modo è emersa la complessità del lavoro umanitario, dove ogni scelta è il risultato di un equilibrio tra prospettive diverse ma interconnesse.

La tabella seguente mette a confronto due delle organizzazioni umanitarie più influenti al mondo: Medici Senza Frontiere e la Croce Rossa. Pur condividendo la missione fondamentale di proteggere le vite umane, queste due realtà si distinguono per struttura, metodo e ruolo nell'ecosistema umanitario internazionale. La prima differenza riguarda la natura istituzionale.

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Medici Senza Frontiere è un'organizzazione non governativa pienamente indipendente, il che le consente di intervenire con rapidità e senza condizionamenti politici. In Sudan, ad esempio, le autorità bloccano sistematicamente gli aiuti umanitari per timore di rafforzare il nemico — e solo un'organizzazione svincolata da logiche statali può continuare ad operare in un simile contesto.

La Croce Rossa, riconosciuta formalmente dagli Stati, ha una posizione istituzionale più vincolata, ma proprio per questo gode di una legittimità negoziale che le apre porte altrimenti chiuse.

Questa distinzione si riflette nell'approccio operativo. MSF affianca all'azione medica il principio della testimonianza: denuncia pubblicamente le violazioni dei diritti umani di cui è spettatrice diretta — come avvenuto in Sudan, dove ha documentato attacchi sistematici alle strutture sanitarie. La Croce Rossa adotta invece una neutralità strategica, rinunciando alla parola pubblica per mantenere canali di dialogo aperti con tutte le parti.

Sul piano del ruolo nei conflitti armati, MSF opera direttamente sul terreno fornendo cure d'emergenza. La Croce Rossa agisce anche su un piano giuridico e diplomatico: media tra le parti e vigila sull'applicazione del diritto internazionale umanitario, in qualità di custode delle Convenzioni di Ginevra. Un esempio concreto è la gestione dei prigionieri di guerra: visitarli e verificarne le condizioni è un mandato esclusivo della Croce Rossa, riconosciuto anche dai belligeranti.

Diversa è infine la dimensione temporale. MSF privilegia la risposta rapida alle emergenze acute. La Croce Rossa integra l'azione immediata con un impegno di lungo periodo, come nella ricostruzione delle infrastrutture sanitarie nel dopoguerra.

In sostanza, queste due organizzazioni non sono alternative, ma complementari. MSF incarna la prontezza dell'azione e il coraggio della denuncia; la Croce Rossa garantisce continuità, dialogo e legittimità istituzionale. È proprio dall'interazione tra questi due modelli che si struttura l'architettura dell'azione umanitaria globale.

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