dignità umana

Diversità vs eugenetica: un particolare, moderno esercizio del potere

«L’importante è imparare a sperare. Il lavoro della speranza non è rinunciatario perché di per sé desidera aver successo invece che fallire. Lo sperare, superiore all’aver paura, non è né passivo come questo sentimento né, anzi meno che mai, bloccato nel nulla. L’affetto dello sperare si espande, allarga gli uomini invece di restringerli, non si sazia mai di sapere che cosa internamente li fa tendere a uno scopo e che cosa all’esterno può essere loro alleato. Il lavoro di questo affetto vuole uomini che si gettino attivamente nel nuovo che si va formando e cui essi stessi appartengono». (Ernst Bloch, Il principio Speranza Premessa)
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Zygmunt Bauman afferma in ‘Modernity and the Holocaust’ (1989), che il nazismo non fu solo un fenomeno abnorme ma soprattutto un’espressione di quella che oggi chiamiamo modernità; tuttavia occorre precisare che questa tesi non ha avuto buona fortuna poiché era più semplice e ‘conveniente’ pensare che l’orrore nazista fosse stato il risultato di un regime di individui psicopatici e perversi, anche se sappiamo, dagli studi compiuti sulla storia dei protagonisti di quella tragedia, che le cose furono estremamente diverse e che molti medici ed eminenti psichiatri tedeschi, brillanti accademici e ricercatori rigorosi, si rivelarono in realtà persone «normali». 

«Eichmann non era uno Iago né un Macbeth, e nulla sarebbe stato più lontano dalla sua mentalità che “fare il cattivo” per fredda determinazione. Eccezion fatta per la sua eccezionale diligenza nel pensare alla propria carriera, egli non aveva motivi per essere crudele, e anche la sua diligenza non era, in sé, criminosa. Per dirla in parole povere, egli non capì mai che cosa stava facendo. (…) Non era uno stupido; era semplicemente senza idee (una cosa molto diversa dalla stupidità), e tale mancanza di idee ne faceva un individuo predisposto a diventare uno dei più grandi criminali di quel periodo. (…) Quella lontananza dalla realtà, quella mancanza di idee possono essere molto più pericolose di tutti gli istinti malvagi che forse sono innati nell’uomo». (H. Arendt, La banalità del male-Eichmann a Gerusalemme).

«Ho cambiato idea e non parlo più di “male radicale”. […] Quel che ora penso veramente è che il male non è mai “radicale”, ma soltanto estremo, e che non possegga né profondità né una dimensione demoniaca. Esso può invadere e devastare il mondo intero, perché si espande sulla sua superficie come un fungo. Esso “sfida” […] il pensiero, perché il pensiero cerca di raggiungere la profondità, di andare alle radici, e, nel momento in cui cerca il male, è frustrato perché non trova nulla. Questa è la sua “banalità”. Solo il bene è profondo e può essere radicale» (H. Arendt, Lettera a Scholem, 1963)  

Una biopolitica che non sia mossa dalla vita, ma abbia ad oggetto la nuda vita, la ζωή ancor prima che il βίος, e che si materializzi nell’indistinzione delle due dimensioni, si orienta, degenerando, tramite un costante richiamo allo stato di eccezione che diventa causa-necessità, in una tanato-politica. 

Secondo lo storico Robert Jay Lifton, autore del libro fondamentale ‘I medici nazisti’. La psicologia del genocidio’ (2003), la concezione nazionalsocialista di «eutanasia» era basata sul lavoro del medico Adolf Jost (1874-1908) nel 1895, ‘Das Recht auf den Tod’ (Il diritto alla morte). Jost sosteneva che lo Stato dovesse essere titolare del diritto di controllo sulla morte degli individui e, di conseguenza, incaricato della compassione e del sollievo delle sofferenze di malati incurabili attraverso l'eutanasia. Qualche anno dopo, Ernst H. P. A. Haeckel sostenne in ‘Die Lebenswunder’ (Le meraviglie della vita, 1903) che, sul modello di Sparta, fosse necessario provvedere alla soppressionetramite morfinadi bambini "deboli", ovvero idioti, sordi, muti, con malattie ereditarie e incurabili. Quindi nel suo saggio Lifton fa emergere come il controllo sulla morte dell’individuo, spettando all’organismo sociale e allo Stato, generi all’interno di un processo di costruzione etica nazionale, l’esplicito diritto/dovere da parte dello Stato stesso di eliminare le vite «non degne di essere vissute».  Il programma Aktion T4 (1939-1945) fu una delle tante mostruose misure di eugenetica radicale che avevano l’obiettivo di ripristinare ‘l’integrità’ razziale della nazione tedesca. Il termine T4 è l'abbreviazione di ‘Tiergartenstraße 4’, via e numero civico di Berlino al cui indirizzo era situato il quartier generale dalla Gemeinnützige Stiftung für Heil-und Anstaltspflege, l’ente pubblico per la salute e l’assistenza sociale. L’obiettivo era eliminare le persone che i sostenitori dell’eugenetica consideravano “indegne di vivere”, ossia gli individui che, a causa di gravi disabilità psichiatriche, neurologiche o fisiche rappresentavano un peso genetico e finanziario per la società e lo stato tedesco. La definizione «vita indegna di essere vissuta» era iniziata a circolare in Europa a sostegno di pratiche di eutanasia attiva, per iniziativa di due autori di lingua tedesca, il giurista Karl Binding e lo psichiatra Alfred Hoche, che nel 1920 pubblicarono uno studio dal titolo agghiacciante ‘Il permesso di annientare vite indegne di essere vissute’ e che contiene due termini che il nazismo avrebbe fatto propri: «Vernichtung» (annientamento) e «Lebensunwerten Lebens» (vite indegne di essere vissute). Per descrivere le categorie degli indegni da sopprimere potevano essere usati anche altri termini: deboli, parassiti del popolo, nemici dello stato, «mangiatori inutili», vite senza valore, «esistenze- zavorra». Si stima che durante il periodo di applicazione del programma T4, conclusosi in prima fase il 1º settembre 1941, siano state uccise fra le 60000 e le 100000 persone, tra cui moltissimi bambini; per quanto riguarda la sola terza fase sempre dell'Aktion T4, i medici incaricati di portare avanti l'operazione decisero di uccidere il 20% dei pazienti presenti negli istituti di cura, per un totale stimato di circa 70000 vittime. Le uccisioni proseguirono però anche dopo la fine ufficiale del programma, portando il totale delle vittime di nazionalità tedesca ad una cifra che si aggira intorno alle 275000-300000, tra cui si stima, temo per difetto, 5.000-7.000 tra bambini, neonati e giovani. Se in etica non tutto ciò che si può fare deve poter essere fatto, e che non si può quindi dedurre un dover essere da un essere, è altrettanto vero, purtroppo, che nella prassi concreta dell’esperienza tutto ciò che si può fare, prima o poi, si farà o, quantomeno, lo si tenterà. La scienza rende sicuramente meno fatali gli eventi che ci riguardano, ma questo impone d’essere piú responsabili nei loro confronti. 

A riguardo è condivisibile l’analisi di Autiero che auspica, nella gestione delle nuove tecniche biomediche, la necessità di assumere nuovi stili di vita, tra cui la saggezza, intesa come equilibrio tra il demonizzare e il glorificare la tecnica e poi la modestia, vale a dire la consapevolezza che i propri talenti non sono messi in discussione se non sempre vengono usati. Quindi? La categoria morale della dignità è divenuta, anche ai giorni nostri, argomento di principio o di pretesto per ridiscutere il senso profondo da attribuire alla persona umana: mi riferisco al fatto di concepire e definire il valore della vita come risultato di una sorta di compromesso contrattuale, nel quale le coordinate che ne regolano la validità possano essere, di volta in volta, discutibili e negoziabili. In realtà, come ha osservato Robert Spaemann nel suo saggio 'Persone', con cui concordo, la persona umana è un nomen dignitatis, cioè designa un essere incommensurabilmente prezioso, a cui spettano dei diritti incondizionati. Per l’empirismo solo l’esercizio delle attività peculiari dell’uomo costituisce l’esser persona, di modo che non sono persone tutti i viventi appartenenti alla specie homo sapiens sapiens; per Spaemann, invece, la linea di demarcazione tra il personale e il non personale è proprio la sola appartenenza alla specie umana. Io credo personalmente che ogni essere umano debba essere sempre considerato sostanzialmente persona, e se le specifiche qualità che fanno parte della sua corporeità e della sua personalità possono non essere maturate, modificarsi, ridursi o venire meno nel corso della vita, questo non mette però mai in discussione la natura intrinseca del suo essere persona.

Jurgen Habermas (2002), da un punto di vista laico (poiché la posizione critica rispetto tale questione viene spesso identificata solo con i costrutti etici cattolici), ha messo in guardia sui rischi di quella che ha chiamato una «genetica liberale». La modernità è ancora piena delle sue «oscure possibilità» e non è detto che, anche se con sembianze diverse, non si possano rivivere situazioni drammaticamente già sperimentate nel passato. Basti pensare alla diffusione della xenofobia, spesso alimentata in modo irresponsabile, esattamente come fu fatto in Europa in coincidenza con le crisi del primo dopoguerra e del 1929, di cui abbiamo conosciuto il tragico epilogo. Non è difficile ricordare quali e quanti meccanismi si possono attivare nei confronti di chi ha un aspetto o un comportamento che si discosta da quella che viene chiamata ‘normalità’: disgusto, schifo, paura di essere contaminati, rabbia mascherata col compatimento, disprezzo vestito di timorosa e insincera carità, rifiuto implacabile, odio finalizzato all’annientamento, tollerante accettazione per garantirsi un abito istituzionale. Chiaro, dunque, quanto sia inaccettabile e pericoloso scivolare in quella subdola china di colpevole indifferenza e disumano arbitrio, di cui anche parte del mondo politico e della sanità si è reso e si rende responsabile, incapace, spesso, di ri-conoscere e di comprendere il mondo delle varie diversità dell’essere umano. L’obiettivo auspicabile, nella nostra realtà sociale e civile, dovrebbe essere di percorrere una via che porti a una condivisione, magari anche su un terreno politico limitato, che renda possibile una composizione giuridica di alcuni grossi conflitti morali, proprio come, ma non solo, quello della selezione genetica. D’altronde la tolleranza non può legittimare istanze il cui riconoscimento smentirebbe il principio dell’eguale rispetto: è realisticamente attuabile un progetto di convivenza senza prevedere rinunce etiche personali inaccettabili nella pratica? Lo sforzo cui una certa prospettiva tende ancora oggi – e ne furono un chiaro esempio le tesi, seppur datate, di Engelhardt ma continuamente riproposte sotto abiti ideologici più ‘digeribili’- è quello di proporre un terreno etico neutrale realizzato tramite procedure le piú condivise possibili, sul quale ognuno, vincolato alla propria comunità di appartenenza, possa invece sentirsi libero rispetto a coercizioni morali a lui estranee; però tale “permesso o consenso” inteso come origine dell’autorità, secondo quanto sostiene il filosofo, si realizza in una sorta di tolleranza in senso negativo, non interferenza nei confronti degli altri. Mi chiedo come, allora, un siffatto modello di società definita pluralistica possa reggersi su solide gambe democratiche se, da un lato, si nega la possibilità di un’auspicabile comunicazione “ecumenica” tra comunità di esseri umani, e, dall’altro, si teorizza un’esasperata o disperata autonomia individuale che possa osare in àmbiti cosí definitivi come le decisioni riguardanti la vita e la morte? Conviene non dimenticare mai l’inferno della storia del trattamento dei soggetti disabili durante il nazismo e, con un occhio attento, critico e consapevole, volgere lo sguardo a quello che sta accadendo nella nostra società odierna. In relazione alla situazione contemporanea va ricordato che tra il 1921 e il 1932 si tennero tre «Conferenze internazionali di eugenetica» a Londra e New York. Nel corso degli anni Venti e poi degli anni Trenta, la politica eugenetica di sterilizzazione obbligatoria di alcuni pazienti mentali venne implementata anche in vari paesi tra cui il Belgio, il Brasile (anche agli Indios), il Canada, il Giappone e la Svezia. E tra la fine del XIX e gli inizi del XX secolo vennero emanate in Europa e USA leggi che vietavano il matrimonio ai malati di mente e li costringevano alla sterilizzazione, al fine di evitare «transmission of insanity, idiocy, imbecility, epilepsy and crime». Nel contesto, è evidente allora che i nazisti non stavano agendo in opposizione alle teorie scientifiche prevalenti. Quello che verrà chiamato darwinismo sociale si sarebbe combinato sul piano dell’interpretazione dello sviluppo umano con le teorie del demografo inglese Thomas Malthus (economista, filosofo inglese, 1766-1834), che nel suo Saggio sul principio di popolazione (1798), aveva sostenuto vi fosse una disparità tra le risorse prodotte e l’aumento geometrico della popolazione: per Malthus il problema era relativo alla crescita demografica, non all’organizzazione dei rapporti sociali. Dunque con il darwinismo sociale si svilupperà, nella metà dell’Ottocento, una sorta di malthusianesimo sociale orientato a realizzare un rigido controllo delle nascite. Negli Stati Uniti il momento più importante della sterilizzazione eugenetica degli ‘insane’ fu tra il 1927 e il 1963, quando circa 64.000 persone vennero forzatamente sterilizzate. La prima legge eugenista, promulgata dallo Stato dell’Indiana (USA) nel 1907, riduceva la possibilità di «riprodursi» degli «inadatti» (disabili, malati di mente, epilettici) e di alcune «razze pericolose» (come indiani e zingari). Tra il 1907 e il 1979, 27 Stati americani adottarono provvedimenti eugenisti; ben 5 presidenti degli Stati Uniti (T. Roosevelt, W. Taft, W. Wilson, C. Coolidge e H. Hoover) sposarono esplicitamente le posizioni eugenetiche. Vi furono, in parallelo, anche le cosiddette fitter families, cioè le famiglie con pedigree invidiabile sul piano genetico, con depliant esposti nelle fiere nazionali del Texas. Addirittura l’American Eugenics Society organizzò nel 1911 un Better Babies Days, il giorno dei bambini migliori, cioè di quelli più «sani», un fenomeno molto simile all’accoppiamento nazista dei giovani ariani.

Criminali recidivi, colpevoli di stupro, pazienti epilettici, con disturbi mentali o affetti da «idiotismo e mongolismo» e talvolta alcolizzati o tossicodipendenti rimasero schiacciati da tali leggi. Queste sono le stime riguardanti i casi di sterilizzazioni nei periodi indicati fra parentesi: Germania (1933-1941), oltre 400.000; Stati Uniti (1899-1979): circa 65.000; Svezia (1934-1976): 62.888; Finlandia (1935-1970): 58.000; Norvegia (1934-1977): 40.891; Danimarca (1929-1967): 11.000; Canada (1928-1972): circa 3.000; Svizzera (1928-1985): meno di 1.000. Anche l’Italia ebbe dei sostenitori dell’eugenetica come Alfredo Niceforo e Corradino Gini (quest’ultimo sarà il futuro braccio destro di Mussolini nella definizione della politica demografica del fascismo). L’antropologo Giuseppe Sergi (1842-1936) fondò il Comitato Italiano per l’Eugenetica ma, a differenza di Galton, l’approccio che egli propose non fu quello di un’eugenetica attiva di selezione ed eliminazione, ma quello di un’eugenetica ecologica e sociale, in cui era presente la convinzione che migliori condizioni di vita ambientale e una migliore educazione avrebbero potuto modificare e plasmare i «caratteri ereditari» per ripulire la società di ogni «atavica brutalità». Sergi, che sarà professore di Maria Montessori (non a caso considerava gli individui disabili come educabili e inseribili nel corpo sociale), propose una visione antropologica e educativa che prese esplicitamente le distanze dall’eugenetica razziale. Tutta la ricerca, in questo senso, cercò di capire cosa determinasse i ‘tipi’ e si chiese perché gli individui con determinate caratteristiche fossero affetti da malattie, mentre altri erano asintomatici. Le risposte a queste domande avrebbero permesso al darwinismo medico di prosperare fino alla metà del XX secolo. In Italia l’unico caso che costituisce la coda della famigerata Aktion T4 riguarda i bambini disabili dell’Alto Adige che furono mandati al sanatorio di Kaufbeuren, città del distretto governativo bavarese di Svevia: alcuni furono soppressi con l’eutanasia, altri usati come cavie umane. Tuttavia dopo l’8 settembre 1943 anche all’interno di alcuni manicomi italiani accaddero episodi che meritano attenzione, ma che differiscono dall’Aktion T4, sia per la mancata complicità dei medici, sia perché gli omicidi facevano parte della campagna di sterminio degli ebrei. La vicenda più rilevante è quella dei ricoverati nell’ospedale psichiatrico di Pergine Valsugana in provincia di Trento. Altri drammatici episodi coinvolsero gli ospedali psichiatrici di Trieste, Venezia e Treviso. Si trattava dei prelevamenti forzati di ebrei ricoverati in quegli ospedali da parte di militari tedeschi comandati da Franz Stangl, ufficiale di polizia austriaco che nel 1940 era stato assegnato al castello di Hartheim, uno dei 6 centri impiegati nell'eliminazione delle persone con disabilità, sotto il cui comando furono uccise e poi bruciate oltre 18.000 persone. Nel settembre 1943 costui fu trasferito a Trieste e impiegato alla Risiera di San Sabba, ex opificio per la lavorazione del riso trasformato in Polizeihaftlager (Campo di detenzione e di polizia, una delle realtà tipiche dell’universo concentrazionario nazista) nell’ambito dell’Adriatisches Küstenland, l’area dell’Italia nord-orientale direttamente controllata dalla Germania, per la repressione dei partigiani e la deportazione degli ebrei, come a Venezia, a seguito dell'occupazione tedesca dell'Italia settentrionale e dell'istituzione del regime collaborazionista della Repubblica Sociale Italiana di cui faceva solo teoricamente parte. Stangl sapeva come scovare gli ebrei sani ricoverati nei manicomi per sfuggire alla cattura, o coloro che avevano realmente qualche malattia mentale. All’ospedale psichiatrico San Giovanni arrivò il 28 marzo 1944, su 39 cartelle cliniche venne scritto nella colonna riservata alle cause di dimissione ‘prelevato manu militari da una formazione delle SS; parte per una destinazione ignota’. A Treviso, il 7 aprile, furono 4 le persone che vennero portate via. Quando a ottobre Stangl si sposta a Venezia, nell’ospedale cittadino di San Clemente e San Servolo si verificano altri prelievi di pazienti.


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