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Uno sguardo sui diritti delle donne e l’uguaglianza di genere nell’Italia del 2026

© Michelle Ding

Introduzione 

La parità di genere è un obiettivo fondamentale che tutti e tutte, ovunque, dovrebbero impegnarsi a perseguire. Non è una questione che riguarda esclusivamente le donne, ma una responsabilità collettiva che apporta benefici all’intera società. In quanto uno dei principi cardine dell’Agenda 2030, la parità di genere rappresenta un potente motore per il raggiungimento di tutti i 17 Obiettivi di Sviluppo Sostenibile. Il rispetto delle differenze basate sul genere, tra le più diffuse e le più simbolicamente rilevanti, costituisce il fondamento per il rispetto di ogni altra forma di diversità. Solo in questo modo, ci si avvicina alla costruzione di una società pacifica, giusta e inclusiva. È quindi essenziale eliminare le disparità tra uomini e donne in termini di partecipazione, accesso, retribuzione, diritti e benefici.

UN Women Italia sottolinea che la parità di genere non è soltanto una questione di giustizia e uguaglianza, ma anche una leva strategica per la crescita economica, l’innovazione e la competitività del Paese. Secondo il Fondo Monetario Internazionale, la riduzione delle disuguaglianze di genere nel mondo del lavoro potrebbe aumentare il PIL dei Paesi emergenti fino all’8%. Se affiancati a riforme della governance, al rafforzamento delle istituzioni e a misure finanziarie volte a sbloccare gli investimenti, gli interventi per colmare il divario di genere possono amplificare significativamente i rendimenti economici. Non a caso, ricerche citate da UN Women Italia evidenziano che le imprese con almeno tre donne nei consigli di amministrazione tendono ad ottenere migliori risultati finanziari e performance ESG superiori alla media. Ridurre il divario di genere nel mercato del lavoro può, inoltre, contribuire ad affrontare il declino demografico e le sfide poste dall’intelligenza artificiale. Nei settori della tecnologia e dell’IA, UN Women Italy ha sottolineato che le donne restano sottorappresentate in modo preoccupante: solo il 6% lavora nello sviluppo software e il 12% nella ricerca sull’IA; inoltre, rappresentano appena il 20,6% degli iscritti ai corsi universitari in ambito ICT. Donne e ragazze costituiscono la metà della popolazione mondiale. La disuguaglianza di genere limita, quindi, il potenziale di progresso sociale di metà dell’umanità. A prescindere dalle opinioni individuali, promuovere la parità di genere è essenziale per costruire società sane: dalla riduzione della povertà al miglioramento della salute, dell’istruzione, della sicurezza e del benessere complessivo di bambine e bambini.

Il contesto attuale in Italia

Secondo il Global Gender Gap Report 2025 del World Economic Forum, ad oggi nessun Paese al mondo ha ancora raggiunto la piena parità di genere. In Italia, i diritti delle donne sono formalmente tutelati da norme nazionali, insieme alla legislazione dell’Unione Europea e delle Nazioni Unite. Tuttavia, la società italiana continua a doversi confrontare con ruoli di genere stereotipati e forme di sessismo strutturale che rischiano di compromettere l’effettiva tutela dei diritti delle donne. L’Indice sull’Uguaglianza di Genere 2025 dell’EIGE colloca l’Italia al 12° posto tra gli Stati membri dell’UE, con un punteggio di 61,9 su 100. Analogamente, nel Global Gender Gap Report 2025, l’Italia si posiziona al 35° posto su 40 Paesi europei, perdendo cinque posizioni rispetto al 2023. UN Women individua diverse aree critiche in cui è necessario lavorare per realizzare la piena realizzazione dei diritti delle donne in Italia, in particolare riguardo la violenza di genere; il carico sproporzionato di lavoro domestico e di cura non retribuito; il persistente divario salariale; il maggior rischio di povertà; le molestie fisiche e sessuali; il limitato accesso ai beni, inclusa la proprietà della terra; e l’impatto sulle donne delle sfide ambientali.

Dal punto di vista normativo, l’Italia ha progressivamente costruito un quadro di tutela dei diritti delle donne. Il diritto di voto e di eleggibilità è stato riconosciuto nel 1946. Successivamente, sono state introdotte tutele economiche per le lavoratrici madri (1950) e l’accesso delle donne ai pubblici uffici (1963). Riforme fondamentali per la libertà personale delle donne sono state adottate nei decenni successivi: introduzione del divorzio (1970), riforma del diritto di famiglia (1975), tutela della maternità ed interruzione volontaria di gravidanza (1978), abolizione del delitto d’onore e del matrimonio riparatore (1981). Solo nel 1996, la violenza sessuale è stata riconosciuta come reato contro la persona e la libertà personale, e non più contro la morale pubblica. Tra le misure più recenti, inoltre, si annoverano la legge sullo stalking (2009), le quote di genere negli organi di amministrazione pubblici e societari e degli incentivi per le aziende che promuovono le pari opportunità e combattono le molestie sessuali sul posto di lavoro (dal 2011). Infine, nel 2019 la legge n. 69 ha istituito il “Codice Rosso”, che ha rafforzato gli strumenti di contrasto alla violenza di genere e al femminicidio, accelerando le procedure giudiziarie in questi casi ed introducendo sanzioni specifiche per reati quali la pornografia vendicativa.

I diritti delle donne nel mondo del lavoro

Ai sensi della Costituzione italiana, tutti i lavoratori e tutte le lavoratrici devono ricevere un trattamento paritario in materia di assunzione, retribuzione, promozione e cessazione del rapporto di lavoro, indipendentemente dal genere. Nella pratica, tuttavia, persistono significative disuguaglianze. Secondo l’Indice sull’Uguaglianza di Genere, l’Italia si colloca, infatti, all’ultimo posto nell’Unione europea nel dominio del lavoro, con un punteggio di 61,0, principalmente a causa delle basse performance nel sottodominio della partecipazione. Solo il 52,4% delle donne in età lavorativa risulta occupato (a fronte di una media OCSE del 63,2%), rispetto al 70,3% degli uomini (media OCSE: 77%). I tassi di partecipazione in Italia rimangono, dunque, tra i più bassi dell’UE per entrambi i generi, ma il divario resta particolarmente marcato. Il tasso di occupazione equivalente a tempo pieno (FTE) evidenzia ulteriormente tale squilibrio: il 33% per le donne contro il 53% per gli uomini. Dal 2015 si registrano leggeri miglioramenti nella durata della vita lavorativa e nella riduzione della segregazione verticale, ma le disuguaglianze strutturali restano profondamente radicate. Il divario nella retribuzione tra uomini e donne rimane elevato. La questione è complessa e le cause sono molteplici, dalla segregazione settoriale alle interruzioni di carriera, fino al ricorso al lavoro part-time, ma i dati dell’Indice mostrano un forte squilibrio anche all’interno delle coppie: le donne, in coppie eterosessuali, percepiscono in media il 53% del reddito del partner, mentre gli uomini guadagnano mediamente il 112% rispetto alla partner. Inoltre, l’Italia presenta una marcata sotto-rappresentazione femminile nei ruoli di leadership, dirigenziali e decisionali. Nel tentativo di trovare una soluzione a questo problema, sono nate diverse reti ed iniziative a sostegno dell’imprenditoria e della leadership femminile, tra cui Italia DomaniWEGate, il Professional Women’s Network e programmi promossi dal Ministero delle Imprese e del Made in Italy. Oltre alle barriere formali, le donne italiane affrontano ostacoli meno visibili, in particolare relativo al carico di lavoro domestico e di cura che non viene loro retribuito. In media, le donne dedicano il 20,4% del proprio tempo ai lavori domestici, contro l’8,4% degli uomini. Sono alte ancora le aspettative sociali secondo cui le madri debbano occuparsi dei figli piccoli sotto i tre anni e, considerando che molte scuole primarie operano per mezza giornata, circa il 20% delle donne lascia il lavoro entro un anno dalla nascita del primo figlio. Per quanto riguarda la tutela della maternità, l’Italia dispone di garanzie relativamente solide. Le madri hanno diritto a cinque mesi (20 settimane) di congedo obbligatorio retribuito all’80% dello stipendio. Entrambi i genitori possono, inoltre, usufruire fino a nove mesi di congedo parentale facoltativo. La normativa vieta il licenziamento dall’inizio della gravidanza fino al compimento di un anno di età del bambino. In quel periodo, le madri hanno diritto a due ore di riposo giornaliero retribuito e possono dimettersi senza obbligo di preavviso.

I diritti delle donne e la salute

Dal 2020 l’Italia ha registrato un lieve calo di 0,1 punti nel dominio della salute secondo l’Indice sull’Uguaglianza di Genere. Il Servizio Sanitario Nazionale, finanziato tramite le tasse dei contribuenti, garantisce in linea di principio accesso universale a cure gratuite o a basso costo, indipendentemente dal genere. Le donne hanno diritto all’assistenza alla maternità, ai servizi di salute sessuale e riproduttiva e al supporto psicologico per le vittime di violenza domestica. Nonostante questo, negli ultimi anni, due temi sono stati al centro del dibattito pubblico: la salute sessuale e riproduttiva, in particolare l’accesso all’aborto, e il riconoscimento del congedo mestruale. L’interruzione volontaria di gravidanza è legale in Italia dal 1978 (Legge n. 194), che ha depenalizzato la pratica medica. L’aborto farmacologico (RU486), secondo le linee guida ministeriali, può essere effettuato entro la nona settimana e in regime ambulatoriale. Tuttavia, l’accesso a questo servizio medico risulta disomogeneo. Solo un numero limitato delle strutture sanitarie italiane offre, infatti, l’aborto farmacologico in regime ambulatoriale e una quota elevata di personale sanitario ricorre all’obiezione di coscienza, rifiutandosi di praticare aborti, per motivi morali o religiosi. Amnesty International ha espresso ripetute preoccupazioni: solo il 64% degli ospedali dispone di reparti che garantiscono effettivamente l’applicazione della legge, mentre oltre il 70% di medici, anestesisti e personale paramedico si dichiara obiettore. Le preoccupazioni si sono intensificate con l’approvazione della Legge n. 56/2024, che consente alle associazioni antiabortiste di operare all’interno dei consultori pubblici, strutture che dovrebbero essere destinate a fornire servizi di salute riproduttiva, incluse informazioni e supporto relativo all’interruzione volontaria di gravidanza. Un’altra questione emergente riguarda il congedo mestruale. Alcune scuole secondarie hanno introdotto la possibilità per le studentesse con dismenorrea certificata, di assentarsi fino a due giorni al mese senza conseguenze sul monte ore necessario annualmente per superare l’anno. L’iniziativa, avviata a Ravenna nel 2022, è stata successivamente adottata in altre scuole a Padova, Roma, Catania, Frosinone, Torino, Potenza e Milano. Tuttavia, tali misure restano episodi isolati e il problema di dolori insopportabili, dovuti alle mestruazioni, è strettamente legato al benessere di molte ragazze e donne. Infatti, la Società Italiana di Medicina dell’Adolescenza ha stimato che fino al 52% delle assenze scolastiche tra le adolescenti sia legato alla dismenorrea. Nonostante varie proposte legislative (la prima risale al 2016), l’Italia non dispone ancora di una normativa nazionale che riconosca il diritto al congedo mestruale per dismenorrea nel mondo del lavoro, creando così implicitamente delle barriere per molte donne e ragazze nella realizzazione piena dei loro diritti.

Contro la discriminazione e la violenza di genere

Genericamente, l’uguaglianza di genere rappresenta una priorità a più livelli della società italiana ed è costantemente al centro dell’agenda di istituzioni, mondo accademico ed organizzazioni della società civile. Discriminazione e violenza di genere, mutilazioni genitali femminili, tratta di esseri umani e stalking sono vietati dalla legge. L’Italia ha inoltre adottato il quinto Piano Nazionale Donne, Pace e Sicurezza (2025–2029), definendo una strategia proattiva volta a tutelare e valorizzare i diritti delle donne e delle ragazze in Italia. Nonostante questo quadro normativo, la violenza contro le donne resta profondamente radicata in modelli culturali e strutturali di matrice patriarcale. La prevenzione della violenza di genere richiede pertanto non soltanto riforme legislative, bensì anche un profondo cambiamento culturale. 

Secondo l’organizzazione Non Una di Meno, solo nel 2025 sono stati registrati 84 femminicidi, oltre ad altri omicidi sempre correlati a questioni di genere. Nello stesso anno, altri 78 tentati femminicidi sono stati denunciati. Nella maggior parte dei casi, il colpevole era conosciuto dalla vittima, evidenziando la necessità urgente di interventi preventivi che affrontano sia le dinamiche intime e familiari, sia atteggiamenti più estesi nella società. Secondo stime preliminari dell’ISTAT, circa 6,4 milioni di donne (31,9%) tra i 16 e i 75 anni hanno subito almeno una volta nella vita violenza fisica o sessuale. La Legge n. 181/2025 ha formalmente riconosciuto il reato autonomo di femminicidio, ma le organizzazioni civili esprimono preoccupazione per l’assenza di una consapevolezza diffusa e per l’esigenza di una nuova narrazione, non vittimizzante ed incentrata sulla responsabilità maschile e collettiva. In questo senso, l’educazione riveste un ruolo cruciale nella prevenzione. Il Ministero dell’Educazione e il Ministro Validatara hanno annunciato le nuove linee guida sull’educazione civica del 2025 includono l’educazione alle relazioni e al rispetto come obiettivi obbligatori per il benessere di tutti e tutte, specialmente per le donne. Tuttavia, manca un approccio sistematico all’educazione sessuale e affettiva e alla fine del 2025, un disegno di legge sul consenso informato dei genitori è stato approvato dalla Camera dei Deputati, che, se approvato dal Senato, renderà possibile l’esclusione per volere dei genitori degli studenti e delle studentesse dalle lezioni di educazione sessuale ed affettiva. Tra il 2016 e il 2020 sono stati censiti solo 219 progetti, con una media di durata dalle quattro alle sei ore annuali. Solo 21 tra questi progetti, hanno espressamente trattato il tema della diversità, mentre spesso si sono limitati alla prevenzione delle malattie. Ridurre la sessualità ad un approccio puramente biologico rischia di indebolire la funzione preventiva dell’educazione, che dovrebbe, invece, fornire ai giovani e alle giovani gli strumenti per decostruire gli stereotipi, realizzare relazioni basate sul rispetto e il consenso e prevenire futuri episodi di violenza e discriminazione.
Infine, sebbene la normativa sulla violenza sessuale sia stata rafforzata, non è pienamente basata sul principio del consenso affermativo. Amnesty International ha invitato , infatti, l’Italia ad adeguare la legislazione e la giurisprudenza affinché il fulcro dell’accertamento giudiziario di una violenza sessuale cessi di dipendere dal dimostrare la prova della resistenza da parte della vittima. Piuttosto i processi dovrebbero basarsi sulla presenza di un consenso libero e consapevole. Una proposta di riforma della legislazione relativa la violenza sessuale è attualmente in discussione parlamentare, offrendo prospettive di un progresso reale.

 

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