costruzione della pace

Environmental peacebuilding: costruire la pace in un clima che cambia. Il caso di EcoPeace Middle East

Questo articolo è un estratto dalla tesi di laurea discussa nel luglio 2025 sotto la supervisione del Prof. Pietro de Perini. L’articolo intende illustrare l’evoluzione dell’environmental peacebuilding, analizzandone la teoria, la pratica, e la capacità di realizzare benefici per l’ambiente e la costruzione della pace. A questo scopo, viene esaminato lo sviluppo dell’environmental peacebuilding come ramo di ricerca incentrato sul legame tra ambiente e pace. È successivamente indagata l’applicazione pratica dell’approccio, tramite l’analisi dell’operato dell’ONG EcoPeace Middle East. Infine, vengono tratte delle conclusioni riguardo ai progressi e alle lacune della disciplina, come pure agli esiti concreti della sua implementazione.
Environmental peacebuilding: costruire la pace in un clima che cambia. Il caso di EcoPeace Middle East
© Hmām Fu'ād. 2023 Creative Commons License CC BY-SA 4.0

Sommario

  • Introduzione
  • Risorse naturali, clima e conflitto
  • Environmental peacebuilding
  • “Lati oscuri” e lacune dell’environmental peacebuilding
  • Il caso di EcoPeace Middle East 
  • Conclusione
     

Introduzione

Ambiente, risorse e condizioni climatiche giocano un ruolo centrale nel plasmare il benessere e la sicurezza delle società umane, ragion per cui negli ultimi decenni sono stati oggetto di crescente attenzione sia politica sia accademica. Centrale è stata la preoccupazione che fattori ambientali possano rappresentare una causa di conflitto. Un filone di ricerca recente, invece, pone enfasi sul potenziale ruolo dell’ambiente nel promuovere la pace: l’environmental peacebuilding si sviluppa come ramo del peacebuilding basato sull’uso della cooperazione ambientale per la costruzione di relazioni pacifiche durature. 

L’environmental peacebuilding si è evoluto grazie al contributo tanto della ricerca quanto dell’azione concreta in un vasto campo interdisciplinare. Esaminandone la teoria e della pratica, è possibile ricostruirne l’evoluzione e analizzarne la capacità di realizzare benefici per ambiente e pace. Esemplificativo è l’operato dell’ONG EcoPeace Middle East, qui presentato per indagare l’applicazione pratica e i risultati concreti dell’environmental peacebuilding in un contesto ecologico e politico complesso.

Risorse naturali, clima e conflitto 

Fin dagli anni Settanta, il potenziale ruolo delle risorse naturali e dell’ambiente nell’influenzare il rischio e le dinamiche del conflitto violento diventa oggetto di acceso dibattito nel campo delle relazioni internazionali, soprattutto dopo la pubblicazione del Rapporto Brundtland (Our Common Future) e nel corso degli anni Novanta. Il dibattito si divide in due principali filoni: da un lato si collocano le tesi secondo cui ad aumentare il rischio di conflitto è l’abbondanza di risorse naturali (nello specifico non rinnovabili e ad alto valore di mercato, come petrolio o diamanti), dall’altro quelle per cui invece è la scarsità di risorse rinnovabili, agendo come causa indiretta o strutturale tramite le sue ripercussioni negative sui sistemi economici e sociali. 

Su questa scia si sviluppa, in seguito all’aumento dell’attenzione per il cambiamento climatico e per le sue implicazioni per la sicurezza nazionale e internazionale, il dibattito sul nesso tra clima e conflitto violento. Poiché rappresenta una minaccia per la sicurezza umana, intesa come “condizione in cui le persone e le comunità possiedono la capacità di gestire pressioni sui loro bisogni, diritti e valori”, il cambiamento climatico può influenzare il conflitto armato: nel complesso, si ha infatti un crescente accordo rispetto al fatto che esso costituisce un moltiplicatore di rischio di conflitto. È fondamentale sottolineare che tali effetti dipendono dal contesto, e in particolare dalla vulnerabilità, ossia la propensione a subire conseguenze negative a causa dei rischi climatici. I fattori biofisici, socioeconomici e politici che la determinano favoriscono anche un maggior rischio di conflitto legato al clima, e inoltre sono essi stessi sensibili all’impatto del conflitto armato (cioè potenzialmente aggravati da esso). Di conseguenza, c’è un significativo rischio per le comunità più esposte di ritrovarsi intrappolate in un circolo vizioso di violenza, vulnerabilità, e impatti climatici avversi.

Figura 1 Suatoni

Figura 1. Diagramma concettuale che illustra il circolo vizioso tra vulnerabilità, impatti climatici e conflitto armato (Fonte: Buhaug e von Uexhull 2021)

Tra i limiti di questo dibattito, oltre alle persistenti ambiguità a livello empirico, spicca la forte critica mossa a eccessivi determinismounidimensionalità del nesso: il focus ristretto sul timore che ambiente o clima possano incrementare il conflitto comporta, oltre alla stigmatizzazione di alcune regioni e a risposte controproducenti (come investimenti militari), che venga in larga parte ignorato il potenziale di risposte cooperative alle sfide ambientali per affrontare tanto il conflitto quanto i problemi legati al clima. È in buona parte in reazione a questa percepita mancanza che emerge il campo dell’environmental peacebuilding.

Environmental peacebuilding

Prendendo avvio dall’intento di rimediare all’insufficiente attenzione riservata dalla ricerca alla dimensione della pace e al potenziale legame tra questa e l’ambiente, l’environmental peacebuilding nel corso degli ultimi vent’anni si è evoluto in un vasto campo di ricerca, assumendo importanza crescente a livello accademico e politico. Si fonda sulla tesi per cui le risorse naturali e le sfide ambientali condivise possono rappresentare un’opportunità per facilitare la cooperazione tra gruppi in conflitto e, tramite la creazione di contatto e dialogo, mitigare le ostilità e promuovere la costruzione della pace negativa e positiva.  La pace è infatti qui concepita come un continuum che va all’assenza di conflitto violento alla sua inimmaginabilità

 

“L’environmental peacebuilding comprende i molteplici approcci e percorsi tramite i quali la gestione di problemi ambientali è integrata in, e può sostenere, la prevenzione, la mitigazione, la risoluzione e la ripresa dal conflitto.” (da Ide et al. 2021)

Alimentato tanto dalla ricerca quanto dal contributo della pratica, questo campo registra un costante aumento della letteratura e di progetti e finanziamenti internazionali, anche se presenta ancora significative lacune e non si è del tutto evoluto in una scuola di pensiero coerente. Dalla letteratura comunque emerge un principio di framework teorico sistematico, utile a facilitare la valutazione degli interventi sul campo e del nesso concettuale ambiente-pace.

Tale framework teorico sistematico è scomposto in tre blocchi costitutivi. Il primo è rappresentato dalle condizioni iniziali che rendono un contesto adeguato all’applicazione di questo approccio: sono identificate nella presenza di problemi ambientali e consapevolezza locale riguardo ad essi, di interessi reciproci, e di uno status di potere il più possibile equo tra le parti. Il secondo blocco sono i meccanismi operanti per la promozione della pace: il miglioramento della situazione ambientale tramite la cooperazione; la costruzione di fiducia; l’alimentazione di un senso di interdipendenza e identità condivisa; l’instaurazione di istituzioni per la governance delle risorse. Infine, il terzo blocco è dato dagli esiti, o più precisamente dai benefici: la riduzione dei problemi ambientali e della diseguaglianza delle risorse; l’aumento di rapporti di fiducia e cooperazione tra gruppi in conflitto; in modo indiretto, la promozione di forme di pace più ampie comprendenti giustizia sociale e sviluppo sostenibile. Tracciando tra questi elementi dei nessi causali, si possono disegnare tre traiettorie generali di environmental peacebuilding, che si muovono dall’una all’altra in un circolo di feedback mediante il meccanismo dello spillover:

  1. Tecnico: incentrato sulla riduzione delle cause ambientali dei conflitti mediante l’azione coordinata verso soluzioni tecniche;
  2. Riparativo: creando spazi neutrali di interazione e dialogo induce la costruzione di rapporti di fiducia e identità comuni;
  3. Sostenibile: con la gestione cooperative delle risorse di proprietà comune tramite l’azione collettiva mira ad affrontare le cause profonde dei conflitti e favorire equa distribuzione e sviluppo sostenibile.
Figura 2 Suatoni

Figura 2. Traiettorie di environmental peacebuilding (Fonte: Dresse et al. 2019)

Per quanto riguarda i risultati concreti, in termini di benefici sia per la situazione ambientale sia per la pace, dall’analisi empirica condotta finora si possono trarre alcune conclusioni, pur preliminari: in breve, in presenza di determinati fattori contestuali favorevoli, l’environmental peacebuilding può contribuire direttamente o indirettamente alla costruzione di forme di pace. In particolare, è utile a promuovere l’assenza di violenza intrastatale e la formazione di fiducia e basi di identità comune dentro e fra stati.

“Lati oscuri” e lacune dell’environmental peacebuilding

Nell’approccio dell’environmental peacebuilding sono identificabili anche significative lacune. Innanzitutto, dimostrare l’esistenza di nessi causali tra cooperazione ambientale e pace rimane complicato, ed è necessario produrre evidenze più solide. Inoltre, molti temi hanno ricevuto un’elaborazione solo preliminare. Un esempio è l’integrazione del cambiamento climatico nell’environmental peacebuilding, resa indispensabile dall’interazione tra impatti climatici, conflitto, e dinamiche del peacebuilding: questo approccio potrebbe essere adatto ad affrontare, mediante la cooperazione ambientale, i rischi di conflitto e i rischi legati al clima.

Tra i temi poco approfonditi, spicca poi quello dei “lati oscuri” dell’environmental peacebuilding, ossia dei suoi potenziali effetti avversi: rispetto a tali impatti è fondamentale una riflessione critica, per lo sviluppo sia della disciplina sia di una pratica più efficiente ed inclusiva. Particolarmente rilevante è il rischio di depoliticizzazione del conflitto e delle questioni ambientali, derivante dalla tendenza dell’environmental peacebuilding a preferire approcci scientifici e tecnocratici, non affrontando le questioni politiche controverse. Questo approccio, adottato in molti casi come strategia esplicita volta a presentare i problemi ambientali come low politics e quindi punti d’ingresso neutrali per il peacebuilding, porta quindi a trascurare le cause profonde e strutturali di conflitti e problemi ambientali, legate a equa distribuzione, divari socio-economici e asimmetrie di potere.

Il caso di EcoPeace Middle East

Nell’evoluzione del campo dell’environmental peacebuilding, cruciale è il contributo proveniente dalla pratica. Le iniziative sul campo non solo applicano le tesi, ma inoltre forniscono informazioni essenziali per lo sviluppo dell’approccio e la valutazione dei suoi risultati concreti. Un attore leader nel settore è l’ONG EcoPeace Middle East, operativa tra Palestina, Giordania e Israele, una regione che sperimenta in modo persistente elevati livelli di conflitto, forti stress ambientali e vulnerabilità climatica. L’obiettivo principale dell’ONG è facilitare simultaneamente lo sviluppo sostenibile e le condizioni necessarie ad una pace duratura tramite la promozione di iniziative di cooperazione sulle risorse, in particolare quelle idriche.

Il problema dell’acqua e della sua scarsità rappresenta una delle questioni ambientali più pressanti nella regione, ma è anche radicato nella struttura del conflitto per via delle disuguaglianze strutturali tra Israele, Giordania e Palestina nell’accesso e nel controllo delle risorse idriche. Su di esso è incentrata un’iniziativa di punta di EcoPeace Middle East, cioè il progetto Good Water Neighbors: avviato nel 2001, identifica nella natura interdipendente e transfrontaliera delle risorse idriche un’opportunità di cooperazione e dialogo. Partendo dall’associazione come partner di comunità palestinesi, giordane e israeliane dipendenti dalla stessa risorsa, coinvolge adulti, funzionari e sindaci, e giovani in diverse attività: 

  • innanzitutto, l’educazione ambientale e la creazione di consapevolezza riguardo alla situazione idrica locale e regionale, in particolare mediante il programma scolastico Water Trustee
  • l’implementazione di misure concrete volte alla riduzione della scarsità e alla gestione sostenibile dell’acqua; 
  • infine, la promozione di incontri e collaborazioni transfrontaliere quali i campi estivi per i giovani o le reti tra sindaci. 

Vengono così effettivamente realizzati benefici concreti in termini di costruzione di forme quotidiane e locali di pace, quantomeno limitatamente al ristretto gruppo dei partecipanti alle iniziative. Perciò, l’operato di EcoPeace e nello specifico il progetto Good Water Neighbors sono considerati esempi di successo dell’environmental peacebuilding in un contesto ecologico e politico molto complesso.

 

Figura 3 Suatoni

Figura 3. Attività transfrontaliera degli studenti (Water Trustee) del progetto Good Water Neighbors per la salvaguardia del fiume Giordano, presso il sito battesimale di Qasr al-Yahud nel 2015. (Fonte: EcoPeace Middle East 2015Campagna al fiume Giordano. Licenza Creative Commons CC BY-SA 4.0). 

È tuttavia importante evidenziare che l’approccio dell’ONG, esemplificativo appunto di una tendenza generale nell’environmental peacebuilding, presenta significative criticità. Ad essere contestati sono il focus eccessivamente ristretto sui problemi ambientali e l’adozione di una prospettiva tecnocratica, rivolta a soluzioni scientifiche o tecniche; vengono invece trascurate o attivamente evitate questioni politiche controverse come l’occupazione israeliana, la distribuzione ineguale delle risorse o i diritti sull’acqua. Oscurando i rapporti di potere ineguali e le diseguaglianze strutturali, determinanti nel creare e mantenere i problemi legati all’acqua (in particolare per i palestinesi), si produce così il sopracitato effetto di depoliticizzazione. Ciò alimenta accuse di “normalizzazione” di uno status quo ingiusto e dunque la resistenza delle popolazioni locali, e impedisce di affrontare le cause profonde e strutturali del conflitto e degli stress ambientali, rendendo perciò molto difficile mirare davvero alla costruzione di una pace giusta e sostenibile

Conclusione

Questo articolo ha preso in esame l’evoluzione dell’environmental peacebuilding, con l’obiettivo di indagare l’ipotesi che questo approccio, basato sull’uso della cooperazione ambientale per promuovere l’istituzione di relazioni pacifiche, possa produrre esiti positivi per l’ambiente e per la costruzione della pace. 

Partendo dal dibattito sul nesso tra risorse naturali o clima e conflitto, è stato ripercorso lo sviluppo del campo di ricerca, individuandone la tesi centrale, i meccanismi, le condizioni contestuali di applicazione e la capacità di realizzare benefici concreti. Dalla letteratura emerge un principio di framework teorico che permette di analizzare il nesso ambiente-pace e valutare gli interventi sul campo. Nel complesso, si presentano ancora sia importanti lacune a livello di prove empiriche sia considerevoli criticità che necessitano di essere affrontate, in particolare il rischio di produrre depoliticizzazione o altri effetti avversi, e l’approccio non può certo essere visto come una panacea né per il conflitto né per i problemi ambientali e climatici. Tuttavia, l’environmental peacebuilding costituisce una strategia utile per affrontare queste crisi e la loro interazione, allo stesso tempo mettendo in discussione narrative deterministiche riguardo alle conseguenze violente degli stress ambientali e producendo un reale contributo verso un rapporto sostenibile con l’ambiente e la costruzione di forme di pace negativa e positiva.

Parole chiave

costruzione della pace ambiente Medio Oriente sviluppo sostenibile

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