L’habitus Bourdieu e l’inclusione - Da persone con disabilità a persone Disabilizzate

Entrare nel mondo delle disabilità significa mettersi in discussione, capendo che tutto quello che ci appare come giusto o sbagliato, normale o anormale è in realtà frutto di una struttura sociale ben definita e radicata, che ogni giorno determina quale etichetta verrà apposta a alcune persone e non a chi.

Sommario

  • Introduzione
  • Habitus Bourdieu
  • L’Habitus disabile: il corpo come memoria 
  • I nuovi mezzi: dagli ausili passivi a i collaboratori attivi
  • Il merito della normalità e privilegio
  • Conclusione 
  • Conclusion

Introduzione 

In questo articolo si esporrà il tema della disabilità da una nuova prospettiva, tramite gli studi sociologici del Professor Bourdieu. Lo scopo di questo scritto è proprio quello di far notare che il concetto stesso di “disabilità” per come viene usato e visto oggi, è ricco di discriminazione. Infatti si arriva a parlare di persone disabilizzate proprio per evidenziare che la disabilità non è intrinseca nel corpo. Mente, occhi ecc. di qualcuno che non è conforme allo standard, ma al contrario è una condizione che la società appone all’individuo, rendendolo così disabilizzato. 

Habitus Bourdieu

Pierre Bourdieu (1930-2002) è stato uno dei primi studiosi a voler dimostrare che la società e le sue strutture, si inscrivessero nel corpo biologico dell’individuo. In particolare si voleva distruggere questo dogma per cui nella nostra società trovassimo un lato oggettivo, ovvero le strutture sociali stesse, un secondo lato oggettivo che si pensava si imponesse a tutti e tutte, in associazione con un lato soggettivo, ovvero l’idea che l’individuo fosse libero.

L’Habitus, vale a dire un sistema di disposizioni durature e trasmissibili, influenza e modella il nostro percepito ogni giorno. Questo “Habitus” va visto come una sorta di lente, che ognuno di noi ha sin dalla nascita, tramite la quale osserviamo il mondo che ci circonda. Non va visto come un pensiero immutabile o totalmente libero, ma, al contrario, come una struttura di valori, credenze e pensieri, una struttura strutturata (perché deriva dalle nostre condizioni di vita passate; come potrebbero essere la classe sociale, la famiglia oppure l’istruzione) e strutturante (il nostro percepito, modella le nostre pratiche future e percezioni).

L’Habitus disabile: il corpo come memoria 

Bourdieu sostiene che l’Habitus sia da considerare come una storia incorporata, viene da sé che se si applica questa teoria alle persone con disabilità si nota da subito una prima crepa. Il cortocircuito starebbe nell’osservare come la nostra società, ambienti e spazi, struttura, siano progettati e strutturati per persone standard, sebbene esistono anche persone con caratteristiche specifiche.

Questo porta all’incorporazione automatiche del limite nella vita delle persone con disabilità, in quanto queste ultime dovranno sempre compensare. Portando così alla creazione di un’Habitus tipico per le persone con disabilità, fatto di strategie di adattamento, calcoli di rischio e gestione degli sguardi e giudizi altrui. Anche la percezioni personale del proprio corpo porta con sé questo limite, mentre una persona senza disabilità può vivere il suo corpo quasi in modo inconsapevole o disinteressato, la persona con disabilità vivrà in una condizione di riflessione costante. Dovendosi muovere ed adattare alla struttura standard, questo corpo non può vivere o considerarsi come trasparente, ma al contrario come qualcosa che richiede attenzione, pianificazione e cura continua, portando così ad una condizione di “Habitus spezzato o riflessivo”.

Nella teoria di Bourdieu il corpo è considerato come il capitale, perché in una società che sostiene ed apprezza la produttività, l’efficienza e l’estetica di massa, il corpo abile diventa dunque dominante e di conseguenza favorito dalla struttura sociale strutturante. Al contrario chi ha una disabilità, fisica o non, viene percepito ed identificato come mancante di capitale, ovvero di conseguenza mancante di rispetto e credibilità in tutti quegli ambiti base della società, come possono essere considerati il luogo di lavoro, la scuola o la famiglia. Il risultato è una sorta di violenza simbolica, un sentimento di inadeguatezza che vivono le persone con disabilità, a causa di una struttura sociale basata su corpi e persone standard, che porta queste persone al di fuori di tale standard a credere di non essere in grado, all’altezza, di meritare quello che hanno perché si sviluppa come un sentimento di impotenza, sempre dovuto alle continue richieste di adattamento di tale società.

In questa teoria viene sottolineato come anche l’ambiente fisico in cui i soggetti si muovono abbia una sua rilevanza. Per quello che concerne le persone con disabilità, se hanno passato gran parte della loro vita in ospedali o strutture specializzate, può essere che la loro percezione di se stessi si adatti a tale ambiente e alle sue logiche. La passività del paziente, l'obbedienza alle autorità mediche e la visione di sé come oggetto di cura, facendoli credere e di conseguenza agire, non come agenti attivi delle loro vite, ma al contrario come  un’entità sempre bisognosa di aiuto, passiva ed incapace di essere agente attivo per se stesso. Suddetta teoria oggi, in questo campo, mira proprio ad abbattere questa struttura, favorendo lo sviluppo di attori sociali e non più soggetti passivi, testando apertamente tutti quei luoghi sociali che rappresentano, a causa della loro struttura, ancora un limite per le persone con disabilità.

Alcuni esempi di luoghi che, ad oggi purtroppo ancora favoriscono una visione passiva delle persone con disabilità, sono le scuole o i luoghi di cultura in generale ed i luoghi di lavoro. Essendo l’Habitus degli insegnanti basato su uno o più modelli di insegnamento standard, relega in svariati modi, gli studenti e le studentesse con disabilità ad essere studenti e studentesse di serie B o talvolta, anche ad un livello di istruzione di qualità e rilevanza minore. Un luogo ulteriore dove è possibile osservare come opera l’Habitus disabile è il posto di lavoro. Talvolta una persona con disabilità potrebbe non candidarsi per un determinato ruolo, non perché non ne abbia le competenze, ma perché sente di non meritarselo, di non essere abbastanza preparato o di non poter rappresentare quel ruolo, autocastrandosi e limitandosi, solo per un concetto di limite e ruolo che ora è stato interiorizzato.

I nuovi mezzi: dagli ausili passivi ai collaboratori attivi

Se una volta gli ausili per le persone con disabilità erano reattivi, come le sedie a rotelle spinte con la sola forza delle braccia, oppure le persone non vedenti in grado di leggere solo con il braille, ad oggi si entra nel mondo delle tecnologie assistive (TA). Come evidenziavano autori come Hespel e Robinson, il concetto di “Habitus” essendo una lente che poniamo su i nostri occhi, tramite cui vediamo e viviamo la struttura sociale, strutturata e strutturante, è scontato dire che quest’ultima si adatta alla società e alle sue evoluzioni. Ad oggi, come predetto, la tecnologia ha portato anche alla creazione del così detto “Digital Habitus” che nella vita delle persone con disabilità ha rappresentato e rappresenta un punto di svolta nell'abbattimento di confini, stigmi ed una progressiva indipendizzazione dei soggetti con disabilità.

L’impatto di tutti i mezzi che la tecnologia oggi ci regala possono essere analizzati tramite tre tipologie differenti di “lenti Bourdiosiane”: il successo di una tecnologia assistiva si constata quando tale assistenza diventa invisibile. Se pensiamo ad una persona non vedente, che ad oggi legge i messaggi, le mail, i documenti, libri, tutti sul suo telefono o computer, in totale autonomia, grazie ad un lettore schermo,è possibile comprendere che questo interrompe quello che una volta poteva essere considerato come un problema tecnico, ovvero leggere in autonomia, trasformandolo in una semplice abitudine. Questo riduce lo “sforzo riflessivo” . Il risultato è una modifica dell’Habitus disabile, trasportandolo allo stesso livello dell’habitus di persona senza disabilità.

Storicamente è corretto dire che l’utilizzo delle TA non è sempre stato visto come un valore aggiunto, edificante e su cui valeva la pena investire. Negli anni ‘80 del 900 le TA erano ancora costose e molto ingombranti, l’Habitus purtroppo era ancora quello del malato e della persona con disabilità come usufruttuario di servizi speciali. Il vero Digital Habitus è diventato qualcosa di uso comune negli anni 2010-2020, grazie all’esplosione degli smartphone, con i lettori schermo. Essendo che in questo periodo gli strumenti di compensazione come i sottotitoli o la descrizione delle scene nei film per persone non udenti o non vedenti entrano a far parte della vita comune di tutti e tutte, persone senza disabilità e persone con disabilità, si contribuisce all’abbattimento di questo primo muro. Ad oggi l’utilizzo dell’IA e di politiche inclusive non rappresentano più una cortesia, un'aggiunta fatta per gli ultimi, ma, al contrario, rappresentano uno standard di civiltà.

Il merito della normalità e privilegio

La persona senza disabilità, come sostiene il nostro autore, è totalmente inconsapevole del suo privilegio e di vivere in un mondo creato a sua immagine e somiglianza, testato e reso accessibile solo perché fa parte dell’Habitus dominante. Vive il rapporto con la disabilità in maniera disinteressata, ma solo perché in un primo momento magari, una volta posto dinanzi all’Habitus disabile, questo agisce come una lente deformante che si scontra con l’idea standard del normodotato che vivrà questo primo incontro con pietismo o peggio ancora con distanza. Le cose potrebbero cambiare con un’esposizione progressiva alla realtà che molte persone con disabilità vivono. Questa Esposizione, secondo l'autore, potrebbe avvenire tramite le famiglie, con un corretto dialogo, nelle scuole o luoghi di cultura, tramite una corretta esposizione alla disabilità, facendo avvicinare questi due mondi, con lo scopo di far notare al normodotato che l’Habitus disabile non è un adattarsi passivamente alla vita, alla società, ma al contrario si tratta di metodo, capacità di adattamento e controllo. Una volta che la persona senza disabilità abbia compreso tutti i suoi privilegi ed abbia interiorizzato e visto lo sforzo di compensazione che molte altre persone fanno ogni giorno allora siamo di fronte ad un grande cambiamento, perché se le persone senza disabilità per primi diventano consapevoli degli standard a cui dovrebbe ambire, non solo una persona con disabilità, ma un’intera società che si dica civile ed evoluta, allora anche loro diventerebbero alleati per la normalizzazione della disabilità ed inizierebbero a pretendere loro stessi/e che venga garantita una possibilità dignitosa a tutti e tutte e che facciano lo stesso i loro colleghi e colleghe, compagni e compagne, figli e figlie ecc. In quelle comunità, dove tali habitus sono diventati normali, pretesi da tutti e tutte, le persone senza disabilità e non, sono le stesse dove il limite, la non inclusività viene vista come un’errore, una deformazione di quella che è diventata la nuova realtà standard. Una realtà in cui le misure compensative sono diventate accessibili a proprio tutti e tutte, sono invisibili e portano sullo stesso piano le persone senza disabilità e non, i quali si riconoscono dignitosamente a vicenda.

Conclusione 

In conclusione, questo articolo vuole lasciare la consapevolezza che il concetto di “persona con disbilità” porta in sé una discriminazione, non tiene conto del fatto che la società strutturante circostante all’individuo ha una sua responsabilità. Sarebbe, dunque, meglio parlare di “persone disabilizzate” perché, non solo si personalizza il concetto di disabilità, ma lo si comprende e in questo senso, ci si assume anche la responsabilità di creare una società accessibile a tutti e tutte, senza creare regole standard ed eccezioni, ma capendo che le eccezioni fanno parte della regola.


Risorse

  • Bourdieu, P. (1979). La Distinction. Critique sociale du jugement. Paris: Les Éditions de Minuit. (In Italia: La distinzione. Critica soc
  • iale del gusto, Il Mulino).
  • Bourdieu, P. (1980). Le Sens pratique. Paris: Les Éditions de Minuit. (In Italia: Il senso pratico, Armando Editore).
  • Bourdieu, P. (1972). Esquisse d'une théorie de la pratique. Genève: Droz. 
  • Wacquant, L. (2014). Homines in Extremis: What It Means to Be a Body in the Boxing Gym. 
  • Bourdieu, P. (1983). La distinzione. Critica sociale del gusto. Bologna: Il Mulino. (In particolare il capitolo: "L'habitus e lo spazio degli stili di vita").
  • Ignatov, G., & Robinson, L. (2017)
  •  Helsper, E. J. (2021). The Digital Disconnect. 
  • Haider, J., & Sundin, O. (2022). Invisible Search and Online Search Engines. 
  • Edwards, G. (2005). Bourdieu, Social Capital and Online Interaction for People with Disabilities. 
  • Galvin, R. (2002). The social exclusion of disabled people: The utility of the work of Pierre Bourdieu. In "Disability & Society". 

Parole chiave

diritti umani persone con disabilità inclusione società

Come citare questo articolo

Sofia Fraschetti, "L’habitus Bourdieu e l’inclusione - Da persone con disabilità a persone Disabilizzate", 17.09.2026, Inclusione e Giustizia Eco-Sociale, ISSN 3035-5265, https://unipd-centrodirittiumani.it/it/temi/lhabitus-bourdieu-e-linclusione-da-persone-con-disabilita-a-persone-disabilizzate

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