Repressione o Protezione? La libertà di circolazione come prisma della mobilità lungo la rotta balcanica
Sommario
- Metodologia e testimonianze dalla rotta
- Dal corridoio al prisma
- Mobilità frammentate lungo la rotta
- Conclusione: una scelta politica
Metodologia e testimonianze lungo la rotta
Il presente articolo si basa su una ricerca più ampia sviluppata nell’ambito di una tesi magistrale, strutturata attraverso analisi giuridica, ricostruzione storica e lavoro sul campo condotto nell’agosto 2025 lungo la rotta balcanica, da Trieste ad Atene. L’obiettivo era quello di studiare la governance della migrazione attraverso i quadri giuridici e le politiche pubbliche, ma anche di osservare come tali strumenti operino nella pratica in contesti diversi.
Il lavoro sul campo è stato portato avanti grazie alla collaborazione di un’ampia gamma di attori incontrati lungo la rotta: organizzazioni formali e informali, reti di base, volontari, operatori sul campo e persone in movimento che hanno accettato di condividere le proprie esperienze. Tra questi figurano: Linea d’Ombra, IPSIA, No Name Kitchen, U Pokretu, Jesuit Refugee Service, Medical Volunteers International, Operazione Colomba, Karama Collective e molti altri.
Le loro prospettive non sono uniformi. Differiscono per ruoli, approcci e interpretazioni. Tuttavia, al di là di queste differenze, emerge un elemento comune: la forza della resilienza, della resistenza e dell’umanità, caratteristiche che si contrappongono nettamente alla violenza sistemica e all’indifferenza che permeano questi contesti. Queste voci non costituiscono un’aggiunta all’analisi, ma ne sono il fondamento. Ci consentono di cogliere la distanza tra la legge e la realtà vissuta, tra ciò che è formalmente garantito e ciò che viene effettivamente sperimentato.
Da un corridoio a un prisma
La rotta balcanica viene spesso descritta come un corridoio. Tuttavia, piuttosto che un percorso lineare, essa si configura come uno spazio politico in cui la mobilità viene costantemente modellata, filtrata e limitata.
Per comprendere questa trasformazione, l’analisi parte dal confine. In «I Am Border», Shahram Khosravi interpreta il confine non solo come una frontiera esterna da attraversare, ma come una presenza interiorizzata, radicata nella vita quotidiana di coloro che vivono in condizioni di irregolarità e paura. Come egli stesso afferma: «Sono diventato il confine. Il confine si era insediato nel mio corpo».
Da questa prospettiva, il confine non opera solo a livello spaziale, ma anche a livello biopolitico: seleziona, esclude e gerarchizza le vite, determinando chi può muoversi in quanto titolare di diritti e chi invece viene percepito come una minaccia.
È proprio osservando i confini che la libertà di movimento rivela la propria complessità. Piuttosto che un diritto fisso e universalmente garantito, essa emerge come un prisma: un unico principio che si frammenta in realtà e possibilità diverse a seconda del luogo in cui viene vissuta, delle condizioni giuridiche e politiche che la regolano e del modo in cui viene gestita. Per alcuni, la mobilità è immediata e quasi invisibile. Per altri, diventa una continua negoziazione con sistemi di controllo, attese e, spesso, violenza.
Mobilità frammentate lungo il percorso
Partendo da questi incontri e osservazioni, la ricerca si concentra su cinque paesi lungo il percorso. Per ciascuno di essi, l’analisi combina il quadro giuridico che disciplina i sistemi di ingresso e accoglienza con uno specifico caso di studio, al fine di comprendere in che modo tali strutture modellino o limitino concretamente la libertà di movimento. Ogni Stato rappresenta una diversa manifestazione dello stesso prisma.
In Italia, la libertà di movimento si scontra con l’emarginazione.
Il caso di Trieste, in particolare le zone dei Silos e di Porto Vecchio, mostra come l’assenza o l’insufficienza delle strutture di accoglienza generi immobilità.
Durante un’intervista condotta all’interno di Porto Vecchio, è stato possibile osservare come uno spazio apparentemente abbandonato fosse in realtà profondamente abitato: persone che si lavavano i denti, vestiti stesi ad asciugare, oggetti di uso quotidiano sparsi per tutta l’area. Nel corso dell’intervista, un operaio impegnato nella ristrutturazione del sito ci ha chiesto di andarcene, sostenendo che non fosse un luogo sicuro. In quell’occasione, l’intervistata Marine Corre ha osservato:
«Anche lui vede queste persone che vivono qui, ma non c’è alcuna volontà di interagire. Due mondi paralleli che si vedono, che stanno fianco a fianco ogni giorno ma non si incontrano mai.» (Marine Corre, U Pokretu, Trieste, 4 agosto 2025)
Ciò che è emerso come problematico non è stata solo la mancanza di capacità di accoglienza, ma la coesistenza strutturale di due realtà che rimangono separate e invisibili.
In Bosnia-Erzegovina, la libertà di movimento assume la forma di confinamento spaziale.
Il caso del campo di Lipa, situato a circa 25 chilometri da Bihać e circondato da foreste e zone minate, illustra chiaramente questa dinamica. Lo spostamento è tecnicamente possibile, ma privo di significato. I respingimenti violenti e illegali effettuati dalla polizia croata al confine rafforzano questa condizione, costringendo ripetutamente le persone a tornare in spazi marginali e isolati. La mobilità qui è consentita, ma svuotata di ogni reale possibilità.
In Serbia, la libertà di movimento diventa forzata e circolare.
Un esempio significativo è rappresentato dalle operazioni congiunte di polizia tra Serbia e Ungheria nel 2023, condotte in nome della lotta al traffico di migranti. Tali operazioni hanno portato allo smantellamento di insediamenti informali e al continuo trasferimento delle persone, una pratica che persiste ancora oggi. Le persone vengono costantemente spostate da un luogo all’altro, senza alcuna possibilità di stabilizzarsi.
La mobilità, in questo contesto, non è una scelta, ma una condizione imposta dall’alto.
In Bulgaria, la libertà di movimento è segnata dall’esaurimento.
I centri di detenzione come Busmantsi e Lyubimets dimostrano come la detenzione, le procedure poco chiare e un costante limbo giuridico concorrano a privare le persone di ogni speranza. Le persone in movimento vengono spesso rilasciate da questi centri senza status né prospettive, incapaci di andare avanti, ma anche incapaci di tornare indietro.
L’esperienza di un richiedente asilo siriano incontrato a Harmanli riflette la gravità di questa situazione:
«Vengo dal confine, dalle montagne. (...) Sono quasi morto al confine tra Turchia e Bulgaria. Ora ho paura della parola “foresta”. (...) La Bulgaria ci ha consegnato i documenti di espulsione per tornare in Siria, ma non vogliamo tornare perché la Siria è completamente distrutta.
(...) Dicono che la Bulgaria sia sicura, che la Siria sia sicura, ma nulla è sicuro. Sono solo parole.” (Richiedente asilo siriano, Harmanli, 14 agosto 2025)
In questo contesto, il movimento si scontra con la paura, l’incertezza e l’attesa prolungata.
Infine, la Grecia rivela forse il volto più stratificato del prisma: quello in cui il movimento diventa un privilegio razzializzato.
Questa dinamica è plasmata e concretizzata da specifiche misure legislative. La Decisione ministeriale congiunta del 2021 designa la Turchia come paese terzo sicuro per i richiedenti asilo provenienti da Siria, Afghanistan, Somalia, Pakistan e Bangladesh, limitando e ritardando l’accesso alle procedure di asilo. Questo meccanismo è ulteriormente rafforzato dall’articolo 79 della Legge 5218/2025, attraverso la quale il governo greco ha sospeso la possibilità di presentare domanda di asilo per le persone provenienti dal Nord Africa.
Non solo la libertà di movimento, ma anche la procedura di asilo stessa diventa un privilegio tra persone già svantaggiate, generando dinamiche ingiuste e discriminatorie che spesso portano gli individui a rinunciare. Durante un’intervista sul campo, un uomo siriano ha descritto questa condizione:
«Sono in Grecia da sette anni e in tutto questo tempo non ho visto né i miei figli né la mia famiglia. Ho persino divorziato da mia moglie a causa di questi ritardi. La mia vita è distrutta. (...) Il mio unico desiderio è avere un passaporto e un permesso di soggiorno, così da poter lavorare legalmente, uscire, tornare, fare qualcosa. Ma qui non posso fare nulla. (...) Sto aspettando febbraio 202C. Se mi respingeranno di nuovo, tornerò in Siria. Qualunque sia la situazione lì, sarà meglio che restare qui senza un’identità». (Richiedente asilo siriano, Atene, 17 agosto 2025)
Conclusione: una scelta politica
Ciò che emerge da questa analisi non è un sistema in crisi, bensì un sistema che funziona in modo altamente coerente.
Attraverso l’analisi delle frontiere e del loro funzionamento, risulta chiaro che l’Unione Europea ha, per anni, sperimentato lungo la rotta balcanica pratiche di controllo della migrazione: esternalizzazione, contenimento, respingimenti, filtraggio amministrativo e accesso differenziato ai diritti. Come ha affermato un rifugiato con formazione giuridica durante un’intervista:
«La violenza non nasce alle frontiere; nasce nelle leggi, nelle capitali. Alle frontiere si manifesta semplicemente. (...) Se si vuole risolvere il problema alla frontiera, occorre risolverlo nelle capitali. (...) Le frontiere sono solo lo specchio del problema all’interno del Paese.» (Rifugiato con formazione giuridica, Harmanli, 13 agosto 2025)
Questa testimonianza coglie il nocciolo della questione: il problema non è il confine fisico tra gli Stati, bensì il modo in cui la legge, e coloro che la applicano, interpretano e attuano i diritti umani. Se i diritti continueranno a essere filtrati attraverso la nazionalità, i confini continueranno a funzionare come barriere, strumenti di esclusione e meccanismi di disuguaglianza.
Pratiche di controllo e violenza che, con l’attuazione del Nuovo Patto sulla migrazione e l’asilo, rischiano di diventare sempre più normalizzate ed estese oltre le zone di confine, entrando nel funzionamento ordinario del sistema europeo.
In questo senso, la rotta balcanica non è una periferia, ma un’anticipazione che rivela la direzione di un progetto politico. Un progetto in cui l’Unione Europea continua a presentarsi come uno spazio di diritti, mentre ne organizza sistematicamente la limitazione.
Un progetto in cui la mobilità non è regolamentata in modo equo, ma selettivo. Un progetto in cui la libertà di circolazione non è più universale, ma condizionata.
La rotta balcanica diventa così uno specchio delle contraddizioni europee: violenza, attesa e incertezza non sono eccezioni, ma il risultato di precise scelte giuridiche e politiche. Finché tali scelte rimarranno indiscusse, non sarà «la rotta» a cambiare, ma le vite di coloro che sono costretti ad attraversarla.
Risorse
Asylum Information Database (AIDA). Country Reports on Asylum in 25 countries
Border Violence Monitoring Network. Monthly Reports on Pushbacks and Border Violence.
Hellenic Republic. Joint Ministerial Decision 427SS/2021, “Designation of Turkey as a Safe Third Country for Nationals of Syria, Afghanistan, Pakistan, Bangladesh and Somalia.” Official Gazette of the Hellenic Republic B’ 2425/07.06.2021.
Hellenic Republic. Law 5218/2025. Official Gazette of the Hellenic Republic A 125/14- 07-2025; Amendments, Official Gazette A 189/16-09-2025.
Khosravi, Shahram. I Am Border, I Am the Wall. Manifesto XXI, 2021
Mezzadra, Sandro, and Brett Neilson. Border as Method, or, the Multiplication of Labor.
Durham: Duke University Press, 2013.
Moreno-Lax, Violeta. Accessing Asylum in Europe. Oxford University Press No Name Kitchen. Reports on Border Violence