Sea-Watch: avvio dei ricorsi penali contro la Guardia costiera libica
Il 13 aprile 2026, l’ONG tedesca Sea-Watch ha annunciato con un comunicato pubblicato sul sito ufficiale, di aver presentato due denunce penali, una in Germania e una in Italia, nei confronti della Guardia costiera libica in relazione ai fatti avvenuti nella notte del 26 settembre 2025.
Secondo la ricostruzione dell’organizzazione, la motovedetta Ubari 660, appartenente alla Guardia Costiera libica e donata dall’Italia nel 2018, avrebbe ostacolato le operazioni di ricerca e soccorso (SAR) condotte dall’equipaggio della nave Sea-Watch 5 in acque internazionali. Dopo averne ripetutamente intimato via radio l’interruzione, l’imbarcazione si sarebbe avvicinata effettuando “manovre pericolose a distanza ravvicinata” e mettendo a rischio la sicurezza dell’equipaggio e delle 66 persone appena soccorse. Successivamente, un colpo d’arma da fuoco sarebbe partito dalla motovedetta in direzione della nave civile, senza provocare feriti tra le persone a bordo, ma costringendo il comandante a lanciare una richiesta di soccorso (Mayday). Solo in seguito all’arrivo del velivolo Eagle 2 dell’Agenzia europea della guardia di frontiera e costiera (Frontex), l’Ubari 660 avrebbe concluso l’inseguimento e si sarebbe ritirata.
In un comunicato precedente relativo all’accaduto, l’ONG aveva riferito che due uomini dal volto coperto avevano rifiutato l’assistenza della nave durante le operazioni di soccorso e si erano allontanati autonomamente. Secondo l’organizzazione, tale circostanza avrebbe indotto l’equipaggio ad ipotizzare un collegamento con le milizie libiche affiliate allo Stato libico.
Già nell’agosto del 2025, l’ONG Mediterranea Saving Humans aveva denunciato dinamiche simili, sulla base delle testimonianze raccolte durante diverse operazioni di salvataggio.
Anche il rapporto finale della Missione Indipendente di accertamento dei fatti sulla Libia, istituita dal Consiglio dei diritti umani con la risoluzione 43/39, aveva evidenziato presunti collegamenti tra alcuni membri delle autorità libiche e una fitta rete di trafficanti e scafisti, impegnati nel contesto delle intercettazioni dei migranti in mare.
È in questo stesso quadro che si inseriscono le gravi accuse rivolte da Sea-Watch alla Guardia costiera libica, in particolare quella di pirateria. Nel comunicato, l’organizzazione qualifica le condotte denunciate come possibili atti di pirateria, rimandando alla definizione del fenomeno così come configurato dall’Art.101 della Convenzione delle Nazioni Unite sul diritto del Mare (UNCLOS). Nel testo l’ONG richiama, inoltre, la Convenzione per la repressione degli atti illeciti contro la sicurezza della navigazione marittima (SUA), recepita nell’ordinamento italiano con la legge 422/1989, la quale criminalizza chiunque tenti di prendere il controllo di una nave con la forza o ne minacci la sicurezza della navigazione.
Sea-Watch ha pertanto invitato le autorità italiane e tedesche ad indagare sul caso e a perseguire gli eventuali responsabili, evidenziando la responsabilità del Governo italiano per il sostegno politico e materiale fornito alla Guardia costiera libica e criticando, più in generale, la cooperazione tra l’Unione Europea e le autorità libiche nella gestione dei flussi migratori nel Mediterraneo centrale.
Tuttavia, al momento della pubblicazione della notizia non sono noti sviluppi relativi alle denunce presentate dall’organizzazione.