International IDEA: presentato il rapporto “Lo Stato Globale della Democrazia 2026: Democrazia in un'Epoca di Conflitto”
Il 15 settembre, International IDEA ha pubblicato il rapporto "Global State of Democracy 2026: Democracy in an Age of Conflict", che presenta un'analisi allarmante delle prestazioni democratiche a livello mondiale rivelando una preoccupante convergenza tra il declino democratico e l'aumento dei conflitti violenti.
Basandosi sugli indici del Global State of Democracy, il report identifica quella che l'Institute for Economics and Peace ha definito una "grande frammentazione" delle alleanze storiche, che aggrava un clima di incertezza radicale a livello globale. Sebbene la stagnazione rimanga il modello dominante, questo è preoccupante proprio perché la maggior parte delle nazioni resta concentrata in fasce di prestazione medio-basse e politicamente fragili. Quando si verifica un cambiamento, questo tende sempre più a essere negativo: nel 2025, il 57% dei paesi (98 nazioni) ha subito un declino in almeno un fattore democratico rispetto a cinque anni prima, contro solo il 32% che ha registrato un miglioramento. I peggioramenti più marcati si sono verificati nella libertà di espressione (24% dei paesi), nella libertà di stampa (23%) e nell'accesso alla giustizia (18%), spesso causati da colpi di stato, conflitti e centralizzazione del potere. Lo stato di diritto è emerso come la categoria complessivamente più debole, con il 41% dei paesi classificati come a basse prestazioni, riflettendo un'indipendenza giudiziaria in calo e un ordine giuridico internazionale in rapido cambiamento, destabilizzato in parte dalle azioni dell'attuale amministrazione statunitense contro alleati e avversari. Lo spazio civico si sta inoltre restringendo a livello globale, con le SLAPP (azioni legali strategiche contro la partecipazione pubblica), le leggi sugli "agenti stranieri" e la criminalizzazione delle proteste che limitano la società civile anche nelle democrazie più performanti.
Il secondo contributo fondamentale del rapporto collega queste tendenze democratiche a un preoccupante aumento della violenza: il 2025 ha registrato il maggior numero di conflitti violenti (65) e di conflitti interstatali (8) da quando l'Uppsala Conflict Data Program ha iniziato a raccogliere dati nel 1946. Con la diminuzione del numero di democrazie consolidate, si riduce di conseguenza anche l'ambito protettivo della "pace democratica", il consolidato principio secondo cui le democrazie raramente combattono tra loro.
In risposta, il rapporto propone tre raccomandazioni politiche fondamentali:
- In primo luogo, i governi dovrebbero considerare il sostegno alla democrazia all'estero come un pilastro centrale della strategia di sicurezza nazionale, poiché anche finanziamenti modesti per la democrazia generano significativi benefici nella prevenzione dei conflitti, a una frazione del costo degli interventi militari;
- In secondo luogo, governi, donatori e società civile dovrebbero investire nel rafforzamento della coesione sociale e della responsabilità sociale, sia a livello nazionale che transnazionale, poiché una governance responsabile permette di affrontare le rivendicazioni prima che degenerino in violenza;
- In terzo luogo, i soggetti coinvolti dovrebbero identificare e dare priorità ai paesi che affrontano un declino democratico tale da aumentare il rischio di conflitto, mantenendo risorse prontamente disponibili e meccanismi di finanziamento flessibili per consentire un intervento rapido e basato sull'evidenza.
In definitiva, il rapporto sostiene che gli strumenti da tempo noti per rafforzare la democrazia, come la partecipazione civica, uno spazio civico aperto, l'alternanza pacifica del potere, la responsabilità e un'autentica capacità di risposta ai cittadini, rimangono le salvaguardie più efficaci sia contro l'erosione democratica che contro il conflitto violento, rendendo questo un momento critico per reinvestire in essi piuttosto che abbandonarli.