A braccia aperte
Ho la sensazione che abbiamo quasi tutti l'impressione di stare scivolando su un piano sempre più inclinato, sempre più velocemente, dentro una realtà spaventosa.
Scoppiano incendi mai visti, si sciolgono i ghiacciai causando migliaia di morti (e il pensiero va al popolo Nepalese e a quello Tibetano), mentre centinaia di specie animali e vegetali ogni giorno si estinguono per sempre per causa nostra. Gutierrez dall’ONU in questi giorni ha lanciato un allarme senza precedenti e nessuno risponde.
Proprio quando dovremmo aprire gli occhi su tutto questo, ce li bendiamo con una benda ancora più stretta e imbracciamo i fucili per spararci tra noi.
Si comincia dalla parola: il linguaggio si veste di vocaboli bellici, si alza la voce, si alzano le mani. Ci si manda a quel paese per un parcheggio, alla cassa del supermercato, per uno sguardo.
Siamo bombardati da immagini di violenza che ci iniettano sottopelle una paura strisciante, a dosi sempre più forti, e allora chiudiamo i confini, i porti, le occasioni. Allora armarsi contro l'altro diventa la soluzione più ovvia. Homo homini lupus, si salvi chi può come può, anche passando sopra i corpi degli altri se serve. Ci pensiamo singoli, al centro di tutto. Portatori di diritti — i nostri, non quelli degli altri — dimenticandoci delle RESPONSABILITÀ che questi comportano, dimenticandoci di essere parte di una comunità, di un ecosistema.
Il 10 dicembre del 1948 a Parigi è stato firmato un documento che è ancora oggi una luce che brilla a indicare la via: la Dichiarazione Universale dei Diritti Umani. Ci sono arrivati gli esseri umani dopo aver sperimentato l'assurdità della Seconda Guerra Mondiale.
Chi parla oggi di guerra lo fa con la leggerezza di chi la guerra non la conosce. Ma conosce bene il linguaggio dei soldi: la guerra, come il petrolio, ne fa fare tanti. In questi mesi i colossi dei combustibili fossili e degli armamenti festeggiano profitti mai visti.
Oggi l'unica cosa sensata da fare sarebbe rimboccarsi le maniche tutti insieme, per invertire la rotta, fermare il cambiamento climatico, arrestare la corsa al riarmo, prendersi cura delle ferite dei popoli oppressi, così come delle nostre.
Le conseguenze del cambiamento climatico le stiamo già vivendo sulla nostra pelle, non sono più uno scenario lontano, e non occuparsene è la cosa più stupida che possiamo fare. Certo, è fondamentale evitare la bistecca e andare in bicicletta quando possibile, ma ancora di più è chiedere ai nostri politici di agire REALMENTE per il clima. Non credere alle promesse vuote.
Ci sentiamo impotenti. Persi. Soli. Non a caso gli psicofarmaci sono tra i medicinali più venduti nelle farmacie d'Italia: corriamo dentro un sistema che ci divora e poi sputa chi non è abbastanza performante. Non abbiamo tempo per guardarci dentro, ascoltare le nostre ferite, prendercene cura, perdonare e, cosa ancora più difficile, perdonarci.
Ecco, forse le guerre cominciano anche da qui: quando finiamo di ascoltarci (tra noi, e dentro di noi) e ci lasciamo risucchiare da un sistema che ci vuole consumatori passivi, ipnotizzati davanti agli schermi, pronti a rincorrere valanghe di cose che in realtà non ci servono, spaventati, e per questo disposti a consegnare la nostra vita e il nostro voto a chi ci dice che il vicino, soprattutto se diverso, ci è nemico. E mentre ci azzuffiamo tra noi, poveri cristi, chi comanda si lecca le dita per tutto il denaro e il potere che va accumulando.
Poi ci guardiamo, vi guardo, adesso, e quello che vedo, che vediamo, è la dimostrazione che non è così. Che il vicino non è un nemico, ma un essere umano con le nostre stesse ferite, speranze, paure, sogni.
Grazie, per aver organizzato tutto questo! Penso che potremmo farne tante di cene così, anche più piccole, nel quartiere, con i vicini di casa, con i colleghi…! Molliamo l’illusione degli schermi, usciamo di casa, stiamoci insieme. Pensiamoci ecosistema, dove — come dice un detto africano — l'uomo è medicina dell'altro. Altro che homo homini lupus!
E proviamo anche a prendere un po' di tempo per noi stessi, magari tra gli alberi che allargano il respiro, per prenderci cura del nostro dolore, per ascoltare i sogni che abbiamo tenuto sepolti, per trasformare la rabbia che ci abita in energia per costruire, non per distruggere.
Perché sì, suona come una frase fatta, ma è proprio così: per costruire la pace fuori, serve averla costruita prima dentro di noi. Ed è un lavoro quotidiano.
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Come citare questo articolo
Erica Boschiero, "A braccia aperte", 07.09.2026, Centro di Ateneo per i Diritti umani “Antonio Papisca”, Università di Padova, https://unipd-centrodirittiumani.it/it/temi/a-braccia-aperte