Metabolismi Frammentati e Intrecci Multi-specie
Sommario
- Introduzione
- L’Antropocene e la Frattura Metabolica: l’Accumulazione Infinita del Capitale
- Oltre l’Antropos: Il Capitalocene e lo Chthulucene di Haraway
- Sacrifici delle Periferie: Scambi Ineguali e il Piantagionocene
- Conclusioni
Introduzione
Il dibattito attorno alla crisi ecologica contemporanea ha superato i confini tradizionali delle scienze ambientali, trasformandosi in un profondo dibattito sui diritti umani e sulle fondamenta strutturali del capitalismo globale. Al centro di questo discorso c’è la definizione della nostra era geologica attuale. Il termine “Antropocene” ha ottenuto un consenso scientifico e culturale diffuso; ha anche affrontato un’intensa riflessione da parte dei critici teorici per le sue implicazioni universalizzanti.
L’articolo indaga la frizione teorica tra due critiche divergenti dell’Antropocene. Da un lato, Kohei Saito riporta a galla il materialismo storico, sostenendo che la crisi è essenzialmente radicata in una “frattura metabolica” guidata dall’accumulazione capitalistica. Dall’altro lato, Donna Haraway utilizza una lente post-strutturalista per smontare l’“Antropos” universale, proponendo il “Capitalocene” e il “Piantagionocene” per smascherare lo specifico sistema di estrazione storico. Haraway sollecita un cambiamento verso lo “Chthulucene”, un’epoca definita dagli assemblaggi multi-specie micro-politici piuttosto che dall’eccezionalismo umano.
Nonostante le loro divergenze epistemologiche, l’eco-Marxismo strutturale di Saito e il post-umanesimo relazionale di Haraway convergono nella loro diagnosi della violenza strutturale contro le periferie globali. Questo articolo analizza criticamente come entrambi i modelli considerano lo sfruttamento nel Sud Globale, dimostrando che l’onere della crisi ecologica è sopportato in modo sproporzionato dalle comunità e dagli ecosistemi marginalizzati. Mettendo a confronto queste due teorie, questo articolo punta a fornire un quadro teorico solido per la giustizia eco-sociale che affronti sia la macroeconomia dell'estrazione globale sia gli insiemi intimi e localizzati della sopravvivenza multi-specie.
L’Antropocene e la Frattura Metabolica: l’Accumulazione Infinita del Capitale
L’adozione capillare del termine “Antropocene” rivela un cambio di paradigma nella comprensione dell’azione umana: l’umanità non è più solamente un’abitante della Terra, ma diventa una forza geologica capace di alterare i sistemi biofisici del pianeta. Tuttavia, come meticolosamente delineato da Kohei Saito, nel suo quadro eco-Marxista, contestualizzare questa crisi come un generico fallimento umano cela lo specifico sistema politico-economico responsabile di questa devastazione: il capitalismo.
La critica di Saito è ancorata in una rilettura dei quaderni ecologici mai pubblicati di Karl Marx, da cui estrae il concetto di “frattura metabolica”. Nelle società precapitalistiche, esisteva un’interazione metabolica relativamente stabile, seppur imperfetta, tra il lavoro umano e l’ambiente naturale. Il capitalismo, guidato dall’imperativo dell’accumulazione infinita in un pianeta con risorse finite, recide violentemente questo metabolismo organico. La logica del capitale tratta la natura non come una complessa rete di vita che deve essere sostenuta e tutelata, ma come un “regalo gratuito”, una scorta sconfinata di energia e materie prime a basso costo e un pozzo infinito per i suoi rifiuti.
All’interno dell’Antropocene, questa frattura metabolica ha raggiunto scala planetaria. Saito sostiene che l’ottimismo tecnologico che spesso accompagna i discorsi sull’Antropocene, come ad esempio la credenza che la geoingegneria, il capitalismo verde o la cattura dell’anidride carbonica possano risolvere la crisi, è una pericolosa illusione. Queste soluzioni “verdi” non fanno altro che spostare l’onere, inaugurando nuove frontiere estrattive e perpetuando la logica fondante della spirale produttiva. Il capitalismo non può risolvere la crisi ecologica perché il capitalismo stesso è la crisi; il suo DNA richiede la continua mercificazione e commercializzazione sia del lavoro umano che della natura non umana.
Per risolvere questo problema, Saito propone una ristrutturazione macroeconomica radicale: il comunismo della decrescita. Non deve essere confuso né con un ritorno romanticizzato alla povertà preindustriale, né con la “decrescita felice” dell’ambientalismo tradizionale. Invece, il quadro di Saito è una proposta rigorosamente strutturale. Richiede un’espropriazione democratica dei mezzi di produzione, il deliberato ridimensionamento delle industrie ecologicamente distruttive, la riduzione dell’orario di lavoro e la de-commercializzazione dei bisogni umani essenziali come gli alloggi, la sanità e l’accesso all’acqua. Riconducendo tali risorse alla sfera dei 'beni comuni', la società può ripristinare un metabolismo razionale, consapevole e sostenibile con la Terra. Per Saito, il soggetto di questa trasformazione resta ancorato alla tradizionale ontologia marxista: spetta alla classe lavoratrice globale, in alleanza con i movimenti per la giustizia climatica, impadronirsi degli apparati politici ed economici per arrestare il motore capitalista.
Oltre l’Antropos: Il Capitalocene e lo Chthulucene di Haraway
Se Saito cerca di radicalizzare l’Antropocene inserendo una critica strutturale marxista, Donna Haraway, dal canto suo, tenta di abolire completamente il termine. Per Haraway, le parole costruiscono e modificano il mondo; la terminologia che usiamo detta le soluzioni che siamo in grado di immaginare. Incolpare un generico “Antropos” (Umanità) per la distruzione della biosfera è un atto di cancellazione storica. Appiattisce le ampie disparità di potere, ricchezza ed impronta ecologica, implicando che le popolazioni indigene dell’Amazzonia condividono la stessa colpa geologica degli amministratori e delle amministratrici delle grandi aziende di combustibili fossili.
Per correggere questa ingiustizia, Haraway adotta ed espande il termine “Capitalocene”, originariamente coniato da Andreas Malm e Jason W. Moore. Il Capitalocene individua correttamente che l’attuale estinzione di massa e il collasso climatico non sono stati causati dalla natura umana ma da uno specifico, situato storicamente, sistema di potere: un’“ecologia mondiale” costruita sull’estrazione di natura economica, sul lavoro economico e sull’espropriazione coatta e violenta della terra.
Altresì, Haraway introduce il concetto di “Piantagionocene” per enfatizzare che le radici della moderna devastazione ecologica precedono la rivoluzione industriale. Il modello per l’estrazione capitalista è stato creato nelle piantagioni coloniali del lungo sedicesimo secolo. Il Piantagionocene si basa sull'alienazione forzata di piante, animali ed esseri umani (mediante la schiavitù intesa come proprietà privata) rispetto ai loro complessi ecosistemi locali, reificandoli in merci intercambiabili e scalabili. Si tratta di una violenta semplificazione di ecosistemi diversificati, convertiti in monocolture per ottenere il massimo rendimento.
Tuttavia, Haraway si rifiuta di limitarsi a una mera critica del capitale. Sostiene che tanto l'Antropocene quanto il Capitalocene siano narrazioni di un'apocalisse inevitabile; sono storie destinate a concludersi in rovina. In risposta, formula il concetto di "Chthulucene", un'epoca presente e futura caratterizzata dall'urgente necessità di "stare nel problema". Rifiutando sia il tecno-utopismo sia la disperazione paralizzante, lo Chthulucene ci impone di vivere e reagire all'interno della realtà compromessa e fangosa del nostro mondo attuale.
L'aspetto cruciale è che l'ontologia politica di Haraway è fondamentalmente post-strutturalista. Lei rigetta, infatti, il dualismo cartesiano di "Uomo contro Natura" e l'ambizione marxista di "gestire razionalmente" l'ambiente. Attingendo a piene mani al concetto di assemblaggio, sostiene che gli esseri umani non sono mai stati attori autonomi; siamo piuttosto "olobionti", interamente co-costituiti dalle nostre relazioni con batteri, funghi, piante e animali. Non vi è vita umana al di fuori di questi intrecci multi-specie.
Pertanto, l'imperativo politico di Haraway è la "simpoiesi" (il fare-con). Piuttosto che una rivoluzione macroeconomica guidata da una classe lavoratrice unificata, Haraway prefigura un'emancipazione attraverso pratiche micro-politiche situate. Il suo slogan provocatorio, "Generare parentele, non bambini/e", è un appello a destrutturare i confini normativi della famiglia biologica e patriarcale. La studiosa esorta alla formazione di alleanze radicali e non genealogiche che superino i confini di specie, come reti di cura, di ripristino e di reciproca sopravvivenza sulle rovine dell'estrattivismo capitalista
Sacrifici delle Periferie: Scambi Ineguali e il Piantagionocene
Sebbene Saito e Haraway operino su piani epistemologici profondamente diversi, il primo basandosi sulla macroeconomia e la seconda sulle micro-relazioni, le loro teorie si intersecano in modo estremamente potente nella loro analisi del Sud Globale. Entrambi gli studiosi riconoscono che la crisi ecologica è, fondamentalmente, una questione di violazioni strutturali dei diritti umani, in cui la prosperità del centro è sovvenzionata dalla devastazione della periferia.
Nel quadro teorico di Saito, lo sfruttamento del Sud Globale viene letto attraverso la lente dello "scambio ecologico ineguale" e del "modo di vita imperiale". La frattura metabolica non è distribuita in modo uniforme. Per mantenere i propri elevati standard di vita e una crescita infinita, il centro capitalista (il Nord Globale) deve continuamente esternalizzare i propri costi ecologici sulle periferie. Questa dinamica trasforma il Sud Globale sia in una fonte inesauribile di materie prime, come il litio in America Latina o il cobalto nella Repubblica Democratica del Congo, sia in un'immensa discarica per i rifiuti tossici e le emissioni di carbonio.
Saito sostiene che il capitalismo risolve le proprie crisi localizzate di esaurimento delle risorse attuando un "aggiustamento spaziale". Quando il suolo si esaurisce o il lavoro diventa troppo costoso in una regione, il capitale si limita a ricollocare le sue operazioni distruttive in territori più vulnerabili. L'Antropocene è dunque caratterizzato da un violento fallimento della governance multilivello, in cui gli accordi commerciali internazionali e le corporazioni transnazionali spogliano sistematicamente il Sud Globale della sua ricchezza ecologica, intrappolandolo al contempo in cicli di debito e sottosviluppo. La crisi climatica affrontata dalle periferie non è un sottoprodotto accidentale; è il prerequisito per l'accumulazione del centro.
Haraway affronta la medesima geografia dello sfruttamento attraverso la lente del Piantagionocene e degli assemblaggi situati. Per Haraway, la devastazione del Sud Globale non si riduce ad un mero trasferimento economico di risorse; è una violenza ontologica che distrugge complessi modi di vita multi-specie. L'espansione del capitale globale, sia attraverso le piantagioni di olio di palma in Indonesia sia attraverso il colossale business agricolo in Amazzonia, opera annientando le epistemologie indigene locali per sostituirle con monocolture sterili e scalabili.
L'analisi di Haraway sottolinea come le vittime di questa estrazione non siano unicamente i lavoratori e le lavoratrici umani/e, ma l'intera rete di "parentele" di un ecosistema. Il Piantagionocene recide i legami relazionali tra le comunità indigene, le loro terre ancestrali e le specie non umane con cui coesistono. Di conseguenza, la resistenza nel Sud Globale non può essere compresa esclusivamente come una lotta di classe tradizionale. Essa si manifesta piuttosto come una difesa del territorio, della biodiversità e dei diritti indigeni; una lotta per proteggere quelli che Deleuze e Guattari definirebbero i complessi "assemblaggi" della vita contro la macchina omologante del capitale globale.
Laddove Saito individua la necessità di un movimento operaio globale unificato per impadronirsi dei mezzi di produzione, Haraway pone l'accento sull'agentività dei soggetti marginalizzati, delle popolazioni indigene e dei non umani. L'autrice eleva le lotte localizzate nel Sud Globale a veri e propri luoghi di "simpoiesi", spazi in cui attivisti/e, scienziati/e e comunità locali stanno attivamente inventando nuovi modi per curare il suolo, proteggere i diritti legati all'acqua e forgiare alleanze che sfidano la logica capitalista. Entrambe le prospettive rivelano in ultima analisi che la giustizia eco-sociale è impossibile senza smantellare lo sfruttamento strutturale delle periferie globali, esigendo una profonda resa dei conti con i lasciti coloniali.
Conclusioni
La tensione teorica tra Kohei Saito e Donna Haraway illustra la complessità della crisi eco-sociale contemporanea. Saito fornisce un'indispensabile critica macro-strutturale, dimostrando che la "frattura metabolica" e l'estrazione imperiale ai danni del Sud Globale sono requisiti ineludibili dell'accumulazione capitalista. Il suo appello per un comunismo della decrescita offre un progetto sistemico per smantellare i motori economici del collasso ecologico. Di contro, Haraway evidenzia i limiti delle narrazioni antropocentriche e totalizzanti. Attraverso l'introduzione dei concetti di Capitalocene e Chthulucene, la studiosa sposta, difatti, il focus sulle ontologie relazionali e sugli assemblaggi multi-specie, ricordandoci che la sopravvivenza richiede pratiche micro-politiche di cura, saperi situati e la tessitura di nuove parentele.
Per conseguire un'autentica inclusione e un'effettiva giustizia eco-sociale è necessario, dunque, destreggiarsi nello spazio che unisce questi due paradigmi. L'analisi strutturale di Saito è necessaria per smantellare lo scambio ecologico ineguale che devasta le periferie, mentre l'etica post-umanista di Haraway risulta vitale per immaginare come poter ricostruire e "stare nel problema" nei paesaggi in rovina che ci circondano. Insieme, queste due visioni ci confermano che la lotta per il clima è al contempo una lotta per i diritti umani, la quale esige tanto il rovesciamento delle economie estrattive quanto la coltivazione di profonde solidarietà multi-specie.
Bibliografia
Haraway, Donna J. "Anthropocene, Capitalocene, Plantationocene, Chthulucene: Making Kin." Environmental Humanities 6, no. 1 (2015): 159–65.
Haraway, Donna J. Staying with the Trouble: Making Kin in the Chthulucene. Durham, NC: Duke University Press, 2016.
Moore, Jason W. Capitalism in the Web of Life: Ecology and the Accumulation of Capital. London: Verso Books, 2015.
Moore, Jason W., ed. Anthropocene or Capitalocene? Nature, History, and the Crisis of Capitalism. Oakland, CA: PM Press, 2016.
Saito, Kohei. Karl Marx's Ecosocialism: Capital, Nature, and the Unfinished Critique of Political Economy. New York: Monthly Review Press, 2017.
Saito, Kohei. Marx in the Anthropocene: Towards the Idea of Degrowth Communism. Cambridge: Cambridge University Press, 2023.
Saito, Kohei. Slow Down: The Degrowth Manifesto. Translated by Brian Bergstrom. New York: Astra House, 2024.