diritti umani

A Buon Diritto pubblica il “Rapporto sullo stato dei diritti in italia” del 2025

A buon diritto pubblica il “Rapporto sullo stato dei diritti in italia” del 2025
© A buon diritto

Sommario

  • Introduzione  
  • Libertà di espressione e d'informazione 
  • Profughi e richiedenti asilo 
  • Prigionieri 
  • Autodeterminazione femminile 
  • Conclusione 

Introduzione 

Il 28 gennaio 2026, l’associazione A buon diritto ha presentato alla Camera dei Deputati il "Rapporto sullo Stato dei diritti in Italia", riferito all’anno 2025. Frutto del lavoro di sedici ricercatori, il documento offre una fotografia impietosa del rispetto dei diritti umani nel nostro Paese.

Il documento si articola in 17 capitoli: libertà di espressione e di informazione, pluralismo religioso, salute e libertà terapeutica, ambiente, istruzione, lavoro, persona e disabilità, profughi e richiedenti asilo, migrazioni e integrazione, Rom e Sinti, LGBTQI+, autodeterminazione femminile, minori, prigionieri, salute mentale, dati sensibili, diritto all’abitare.

L’analisi emerge in un contesto politico caratterizzato da una forte spinta securitaria e da una tendenza all'esternalizzazione delle frontiere, elementi che mettono a dura prova la tenuta democratica e le tutele costituzionali. Il filo conduttore resta la criticità del sistema: l'Italia scivola nelle classifiche internazionali di libertà e fatica a garantire standard dignitosi in ogni contesto studiato. Di seguito verranno analizzati i nodi più problematici emersi dal documento, con particolare attenzione alle violazioni che minano le libertà fondamentali e la sicurezza delle categorie più vulnerabili.

Libertà di espressione e d'informazione

La libertà di espressione in Italia sta attraversando una fase di contrazione che investe tanto l’esercizio della cronaca quanto il diritto al dissenso politico. 

La libertà di stampa in Italia sta vivendo una fase di pericoloso arretramento, testimoniata dal 49° posto occupato dal nostro Paese nella classifica globale 2025 di Reporters Sans Frontières. Questo posizionamento non è frutto di un singolo evento, ma di un clima ostile che investe il diritto di cronaca su più fronti: da un lato, la violenza fisica e le intimidazioni provenienti da organizzazioni mafiose e gruppi estremisti (con 81 episodi registrati solo nei primi sei mesi del 2025); dall’altro, una pressione legislativa che limita la capacità di informare correttamente i cittadini.

Il d.lgs. 10 dicembre 2024, noto come "Legge bavaglio", ha segnato un punto di non ritorno modificando l'art. 114 del codice di procedura penale. Introducendo un divieto generalizzato di pubblicazione delle ordinanze di custodia cautelare fino alla chiusura delle indagini, la norma crea un "buio informativo" su atti giudiziari che incidono pesantemente sulla vita pubblica e sulla libertà delle persone. Questo intervento legislativo non appare come una tutela della privacy, ma come un ostacolo alla funzione di controllo della stampa sul potere giudiziario e politico.

Parallelamente, il diritto al dissenso è stato trasformato in una fattispecie da reprimere attraverso la Legge n. 80 del 2025 (conversione del d.l. 48/2025). L'ennesimo "pacchetto sicurezza", varato con decretazione d'urgenza, ha introdotto concetti giuridici inquietanti come la punibilità della resistenza passiva e l'inasprimento sproporzionato delle sanzioni per i blocchi stradali. Manifestare il proprio pensiero attraverso la protesta non violenta rischia ora di sfociare in conseguenze penali pesantissime. Questo spostamento dell'equilibrio tra ordine pubblico e libertà costituzionale crea un "effetto raggelante" che scoraggia la partecipazione democratica, riducendo lo spazio critico necessario a una società aperta e trasformando il dissenso in un problema di ordine pubblico anziché in una risorsa civile.

Profughi e richiedenti asilo 

La gestione dei flussi migratori nel 2025 è stata caratterizzata da una dicotomia tra retorica ufficiale e realtà dei fatti. Sebbene i numeri degli arrivi sembrino in calo, il Rapporto di "A buon diritto" chiarisce che tale riduzione è il prodotto di pratiche di esternalizzazione forzata e di una sistematica violazione del diritto di asilo alle frontiere. Il Mediterraneo si conferma una zona di sospensione dei diritti: i dati di Missing Migrants parlano di 1.873 morti o scomparsi nel solo 2025, una cifra tragica che non tiene conto di quanti perdono la vita lungo le rotte desertiche o nei centri di detenzione libici.

L'Italia ha scelto di rinnovare per un altro triennio il Memorandum d'Intesa con la Libia, nonostante le prove schiaccianti di torture e abusi inumani nei centri di detenzione libici. Delegare alla guardia costiera libica il compito di intercettare i migranti significa, di fatto, finanziare respingimenti collettivi, violando il principio di non-refoulement stabilito dalle convenzioni internazionali. 

A questo si aggiunge l'esperimento del Protocollo Italia-Albania, che nel 2025 ha mostrato tutti i suoi limiti giuridici e strutturali. L'esternalizzazione delle procedure di asilo in territorio albanese è stata messa in discussione dalla magistratura italiana ed europea: il 70% delle persone trattenute a Gjader ha dovuto essere riportato in Italia poiché i giudici non hanno convalidato i trattenimenti, ritenendoli incompatibili con le garanzie europee.

Questa strategia di "gestione delegata" non solo non risolve la complessità dei flussi, ma crea un sistema parallelo di giustizia amministrativa arbitraria. Il Rapporto sottolinea come le nuove regole europee stiano cercando di fornire una cornice di legittimità a queste pratiche di confinamento fuori dai confini nazionali, mettendo a rischio il diritto stesso di chiedere asilo. La gestione dei migranti è così ridotta a una questione di polizia e di contenimento geografico, dove la dignità umana soccombe alla necessità politica di mostrare frontiere apparentemente impermeabili, a costo di migliaia di vite umane sommerse nell'indifferenza istituzionale.

Prigionieri e istituzioni totali

Il capitolo dedicato alla privazione della libertà personale descrive un 2025 drammatico per il sistema penitenziario e para-penitenziario italiano. Al 30 novembre 2025, la popolazione detenuta ha raggiunto quota 63.868, con un incremento di oltre 1.400 persone in un solo anno. Il dato più allarmante riguarda il sovraffollamento: il tasso medio nazionale è del 138,5%, ma la statistica nasconde realtà locali dove si supera il 200%. Vivere in queste condizioni significa negare ogni possibilità di rieducazione, trasformando la pena in un trattamento inumano e degradante, come denunciato più volte dagli osservatori dell’Associazione Antigone.

Il fallimento del sistema si misura nel numero dei suicidi: 79 decessi volontari nel corso dell'anno. Si tratta di una strage silenziosa che colpisce soprattutto i detenuti in attesa di giudizio o con gravi problemi psichici, evidenziando l'inadeguatezza del supporto psicologico e sanitario all'interno delle mura. 

Anche il settore delle REMS (Residenze per l'Esecuzione delle Misure di Sicurezza) è al collasso: a dieci anni dalla chiusura degli OPG (Ospedali psichiatrici giudiziari), il sistema non è in grado di gestire le liste d'attesa, costringendo detenuti che dovrebbero essere curati in strutture sanitarie a restare in carcere senza assistenza specifica, in una condizione di illegittimità palese.

Un profilo critico altrettanto rilevante riguarda i CPR (Centri per il Rimpatrio). Qui, la limitazione della libertà non è una conseguenza di un reato, ma di una irregolarità amministrativa. La Sentenza 96/2025 della Corte Costituzionale ha lanciato un monito severissimo al legislatore: il trattenimento nei CPR incide sulla libertà personale ai sensi dell'Articolo 13 della Costituzione e non può continuare a svolgersi in un vuoto normativo privo di una legge di rango primario che ne definisca rigorosamente i modi. La Consulta ha evidenziato la necessità di una tutela processuale immediata e di un giudice competente che garantisca al trattenuto i mezzi per difendersi. Finché lo Stato non interverrà, i CPR rimarranno "zone grigie" del diritto dove la libertà di un individuo è sottomessa a logiche di polizia prive di garanzie democratiche.

Autodeterminazione femminile

L’autodeterminazione delle donne in Italia subisce oggi un attacco su più fronti: culturale, economico e sanitario. Il Rapporto 2025 evidenzia come la violenza di genere non sia un’emergenza transitoria, ma un fenomeno strutturale radicato in dinamiche patriarcali. I dati dell'Osservatorio Nazionale di "Non Una Di Meno" sono impietosi: 84 femminicidi e 78 tentati femminicidi monitorati nell'ultimo anno. A preoccupare è però anche il silenzio istituzionale: il Ministero dell’Interno ha ridotto la frequenza di aggiornamento delle statistiche, rendendo più difficile il monitoraggio indipendente e indebolendo la forza comunicativa necessaria a promuovere politiche di contrasto efficaci.

Per quanto riguarda le altre forme di violenza, la situazione è altrettanto cupa. Il 73% delle donne che si rivolgono al numero antiviolenza 1522 sceglie di non denunciare alle autorità. Questa sfiducia nasce da un sistema giudiziario che spesso revittimizza chi denuncia, mettendo in dubbio il racconto delle sopravvissute o rallentando le misure di protezione. Inoltre, la politica ha approvato riforme come la Legge 181/2025 mantenendo la clausola dell’invarianza economica: si promette di combattere la violenza senza stanziare nuovi fondi per la formazione delle operatrici/degli operatori o il potenziamento dei centri antiviolenza, svuotando di fatto l'efficacia delle norme.

Infine, l'autonomia riproduttiva resta un campo di battaglia. L’obiezione di coscienza continua a paralizzare l’applicazione della Legge 194 (tutela la maternità e disciplina l'interruzione volontaria di gravidanza) in molte regioni, ma a questo si aggiungono nuove forme di pressione psicologica istituzionalizzata. Il Rapporto documenta pratiche come l’obbligo di ascolto del battito fetale per le donne che richiedono l'interruzione volontaria di gravidanza e l'ingresso di associazioni pro-vita nei consultori pubblici. Questi interventi, uniti alla resistenza politica verso l'educazione all'affettività e al consenso nelle scuole (spesso etichettata come "indottrinamento"), dimostrano la volontà di ostacolare un pieno percorso di autodeterminazione, relegando la questione femminile a una gestione puramente repressiva o propagandistica, priva di un reale sostegno alla libertà di scelta.

Conclusione 

In definitiva, il quadro delineato dal report di A Buon Diritto per il 2025 non lascia spazio a interpretazioni: la crisi dei diritti umani in Italia non è una somma di episodi isolati, ma il riflesso di criticità strutturali che permeano il rapporto tra Stato e individuo. 

Tuttavia, l’importanza del report risiede nel non fermarsi alla sola denuncia. Attraverso le sue raccomandazioni puntuali, l'associazione traccia una vera e propria mappa per le istituzioni, offrendo soluzioni concrete per invertire la rotta. Queste proposte rappresentano più di un semplice auspicio: sono lo strumento necessario per trasformare la speranza di cambiamento in una tutela effettiva e universale dei diritti di ogni persona in Italia. 

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