disuguaglianza

Il divario retributivo dei lavoratori stranieri in Italia

© Lance Cheung / USDA

Sommario

  • Introduzione
  • L’entità del divario salariale
  • Differenze tra lavoratori comunitari ed extracomunitari
  • L’intreccio tra origine migratoria e genere
  • Il ruolo dell’istruzione e dell’età
  • La segmentazione occupazionale
  • Le differenze salariali a parità di impiego
  • Conclusioni

Introduzione

È stato pubblicato il rapporto “Il divario retributivo dei lavoratori stranieri in Italia”, realizzato per il Forum Disuguaglianze e Diversità da Giacomo Stazi, consulente di ricerca della società Open Evidence, nell’ambito del report New Measures of Wage Adequacy, elaborato dalla stessa società per la Commissione europea.

Il tema delle disuguaglianze salariali rappresenta una delle questioni centrali nel dibattito economico e sociale contemporaneo. Tra le molteplici forme di disparità presenti nel mercato del lavoro, quella che riguarda i lavoratori immigrati assume una particolare rilevanza in Italia, un paese che negli ultimi decenni ha visto crescere significativamente la presenza di cittadini stranieri. Secondo i dati più recenti dell’ISTAT, i residenti stranieri in Italia sono circa 5,3 milioni e rappresentano quasi il 9% della popolazione totale. Nonostante il loro contributo all’economia nazionale sia ormai strutturale, persistono profonde differenze nelle opportunità occupazionali e nei livelli retributivi rispetto ai lavoratori italiani.

L’analisi del divario salariale tra lavoratori nazionali e stranieri evidenzia come l’Italia si collochi tra i paesi europei con le maggiori disuguaglianze retributive legate all’origine migratoria. I dati elaborati a partire dall’indagine europea EU-SILC (European Union Statistics on Income and Living Conditions) per il periodo 2009-2023 mostrano infatti che i lavoratori stranieri percepiscono salari significativamente inferiori rispetto agli italiani, sia in termini di retribuzione oraria sia in termini di reddito annuo.

Lo studio considera esclusivamente i lavoratori dipendenti tra i 15 e i 65 anni che hanno percepito un reddito da lavoro nei dodici mesi precedenti l’indagine, escludendo quindi i lavoratori autonomi. Inoltre, distingue tra lavoratori comunitari, ossia nati in un paese dell’Unione Europea diverso dall’Italia, e lavoratori extracomunitari, provenienti da paesi non appartenenti all’UE. Questa classificazione si basa sul paese di nascita e non sulla cittadinanza formale.

L’obiettivo dell’analisi è comprendere non solo l’ampiezza delle differenze salariali, ma anche le loro determinanti principali, valutando il ruolo di fattori quali il livello di istruzione, l’età, il settore economico, la professione svolta e le possibili forme di discriminazione presenti nel mercato del lavoro.

L’entità del divario salariale

Nel 2023 il divario salariale medio tra lavoratori italiani e stranieri ha raggiunto livelli particolarmente elevati. Considerando il salario orario medio, i lavoratori migranti percepivano una retribuzione inferiore del 32,6% rispetto a quella dei lavoratori italiani. Se si prende come riferimento il salario mediano, il differenziale risultava pari al 26,5%.

Questi dati collocano l’Italia ai vertici europei per disparità retributive tra lavoratori nazionali e stranieri. La situazione appare ancora più critica se si osserva la diffusione del lavoro a bassa retribuzione. Nel 2023 oltre il 35% dei lavoratori stranieri era occupato in impieghi caratterizzati da salari inferiori a due terzi della retribuzione oraria mediana nazionale. Tra i lavoratori italiani, invece, la quota di occupati in lavori a basso salario si fermava intorno al 15%.

Tale differenza evidenzia come gli stranieri siano molto più esposti al rischio di precarietà economica e di povertà lavorativa, fenomeno che si manifesta quando il reddito percepito, pur derivando da un’attività lavorativa, non è sufficiente a garantire condizioni di vita adeguate.

Differenze tra lavoratori comunitari ed extracomunitari

L’analisi rivela inoltre che il divario salariale non riguarda in modo uniforme tutti i lavoratori stranieri. Esistono infatti differenze significative tra immigrati provenienti da paesi dell’Unione Europea e immigrati provenienti da paesi extra-UE.

I lavoratori comunitari registrano salari medi inferiori del 30,8% rispetto a quelli degli italiani. Nel 2023 il loro salario orario medio era pari a circa 9,32 euro, contro i 13,46 euro percepiti mediamente dai lavoratori nazionali.

La situazione risulta ancora più penalizzante per gli immigrati extracomunitari. Il loro salario orario medio si attestava infatti a 8,35 euro, con uno svantaggio pari al 38% rispetto alla media nazionale.

Questa differenza suggerisce che il paese di provenienza continui a influenzare significativamente le opportunità occupazionali e i livelli salariali. Le difficoltà linguistiche, il mancato riconoscimento dei titoli di studio ottenuti all’estero e una minore accessibilità alle reti professionali rappresentano alcuni dei fattori che contribuiscono a spiegare il maggiore svantaggio degli immigrati provenienti da paesi non appartenenti all’Unione Europea.

Un ulteriore elemento rilevante riguarda l’evoluzione nel tempo di tali differenze. Tra il 2009 e il 2023 il divario salariale dei lavoratori comunitari rispetto agli italiani si è progressivamente ridotto, mentre quello degli extracomunitari è rimasto sostanzialmente stabile. Di conseguenza, la distanza tra i due gruppi di immigrati si è ampliata, evidenziando una crescente polarizzazione interna alla popolazione straniera.

L’intreccio tra origine migratoria e genere

Le disuguaglianze salariali non dipendono esclusivamente dall’origine nazionale, ma si intrecciano con altre forme di svantaggio, in particolare con quelle legate al genere.

Le lavoratrici italiane presentano un divario salariale relativamente contenuto rispetto agli uomini italiani, pari a circa il 5,5%. Tuttavia, quando si considerano le lavoratrici straniere, la situazione cambia radicalmente.

Le donne immigrate provenienti da paesi comunitari registrano livelli retributivi significativamente inferiori rispetto ai lavoratori italiani, mentre le donne extracomunitarie rappresentano il gruppo più svantaggiato in assoluto. Nel 2023 il loro salario medio risultava inferiore del 42,6% rispetto a quello degli uomini italiani.

Questo dato dimostra come le disuguaglianze di genere e quelle legate all’origine migratoria non si sommino semplicemente, ma tendano a rafforzarsi reciprocamente. Le lavoratrici extracomunitarie si trovano infatti spesso concentrate nei settori meno remunerativi dell’economia, come il lavoro domestico, l’assistenza alla persona e alcuni comparti dei servizi, dove le prospettive di carriera e gli incrementi salariali sono generalmente limitati.

Il ruolo dell’istruzione e dell’età

Per comprendere le cause del divario salariale è necessario analizzare le caratteristiche socioeconomiche dei lavoratori.

Uno degli aspetti più significativi riguarda il rapporto tra livello di istruzione e retribuzione. Contrariamente a quanto si potrebbe aspettare, il divario salariale tra italiani e stranieri tende ad aumentare all’aumentare del titolo di studio.

Tra i lavoratori extracomunitari di età compresa tra 46 e 65 anni, il differenziale salariale è pari a circa il 21% per chi possiede un livello di istruzione primaria. Tuttavia, il divario sale al 31% per coloro che hanno completato l’istruzione secondaria e raggiunge il 51% tra i laureati.

Una dinamica analoga interessa anche i lavoratori comunitari, il cui svantaggio aumenta significativamente passando dai livelli di istruzione medi a quelli più elevati.

Questo fenomeno suggerisce che il rendimento economico dell’istruzione sia inferiore per i lavoratori stranieri rispetto agli italiani. In altre parole, a parità di titolo di studio, gli immigrati tendono a ricevere salari più bassi.

Tra le cause principali vi sono le difficoltà di riconoscimento dei titoli di studio conseguiti all’estero, soprattutto nei paesi non appartenenti all’Unione Europea. Molti immigrati altamente qualificati finiscono quindi per svolgere lavori che richiedono competenze inferiori rispetto a quelle effettivamente possedute. Tale fenomeno è noto come “sovraistruzione” o “dequalificazione professionale”.

Anche l’età influisce sul divario salariale. A parità di livello di istruzione, le differenze retributive risultano più ampie tra i lavoratori più anziani. Ciò suggerisce che gli immigrati incontrino maggiori difficoltà nel vedersi riconoscere l’esperienza professionale accumulata nel corso della carriera e beneficino meno degli incrementi salariali associati all’anzianità lavorativa.

La segmentazione occupazionale

Una parte consistente del divario salariale è riconducibile alla distribuzione diseguale dei lavoratori nei diversi settori economici e nelle diverse professioni.

I lavoratori stranieri risultano fortemente concentrati in comparti caratterizzati da bassi livelli retributivi. Tra i settori con maggiore presenza di immigrati figurano i servizi personali e collettivi, l’agricoltura, il turismo, la ristorazione e le costruzioni. Si tratta di attività che spesso richiedono qualifiche limitate e offrono salari inferiori rispetto alla media nazionale.

Anche dal punto di vista professionale emerge una forte segregazione. I lavoratori stranieri occupano una quota molto ridotta delle posizioni manageriali, tecniche e professionali ad alta qualificazione, mentre risultano ampiamente rappresentati nelle occupazioni manuali e nei lavori a bassa qualifica.

L’analisi della distribuzione dei lavoratori lungo la scala delle retribuzioni mostra che circa un quarto dei lavoratori stranieri è concentrato nei lavori appartenenti ai livelli salariali più bassi. Tra gli italiani, invece, la quota corrispondente è inferiore al 9%.

All’estremo opposto della distribuzione, le occupazioni meglio retribuite risultano quasi precluse ai lavoratori stranieri. Solo una minima parte degli immigrati riesce infatti ad accedere alle professioni che offrono salari elevati.

Questa segmentazione occupazionale rappresenta uno dei principali fattori che spiegano il forte divario salariale osservato tra italiani e stranieri.

Le differenze salariali a parità di impiego

Per valutare se il divario retributivo dipenda esclusivamente dalla diversa distribuzione occupazionale oppure anche da altri fattori, lo studio confronta i salari di lavoratori italiani e stranieri che svolgono esattamente lo stesso lavoro nello stesso settore economico.

I risultati mostrano che, anche in presenza di mansioni identiche, i lavoratori stranieri continuano a percepire retribuzioni inferiori.

Le differenze più marcate riguardano gli operatori dei trasporti e della logistica, gli operai dell’edilizia e alcuni professionisti del settore sanitario. In questi casi il divario salariale può superare il 15-20%.

Complessivamente, considerando una media dei diversi impieghi analizzati, emerge un differenziale salariale del 9,2% a sfavore dei lavoratori stranieri.

Questa quota del divario non può essere spiegata dalla semplice concentrazione degli immigrati nei settori meno remunerativi e suggerisce l’esistenza di ulteriori meccanismi di penalizzazione. Tra questi possono rientrare pratiche discriminatorie, minore potere contrattuale, limitata conoscenza delle opportunità disponibili e strategie aziendali che sfruttano le aspettative salariali generalmente più basse dei lavoratori migranti.

Va comunque sottolineato che anche la stessa segmentazione occupazionale potrebbe essere in parte il risultato di processi discriminatori che limitano l’accesso degli immigrati alle professioni meglio retribuite.

Conclusioni

L’analisi del divario salariale tra lavoratori italiani e stranieri mette in luce una realtà caratterizzata da profonde disuguaglianze economiche e occupazionali. L’Italia presenta uno dei più elevati differenziali salariali tra popolazione nazionale e immigrata in Europa, con un gap superiore al 30% e una forte concentrazione dei lavoratori stranieri nei segmenti meno remunerativi del mercato del lavoro.

Le differenze risultano particolarmente accentuate per gli immigrati extracomunitari e per le donne straniere, che rappresentano il gruppo maggiormente penalizzato. Inoltre, il rendimento economico dell’istruzione e dell’esperienza lavorativa appare significativamente inferiore per gli immigrati, evidenziando ostacoli strutturali al pieno utilizzo delle competenze disponibili.

Una parte importante del divario salariale deriva dalla segregazione occupazionale, che concentra gli stranieri nei settori e nelle professioni a bassa retribuzione. Tuttavia, anche a parità di mansione e settore economico permane una differenza salariale significativa, stimata intorno al 9,2%, che può essere interpretata come il risultato di meccanismi di discriminazione e penalizzazione.

Questi risultati suggeriscono la necessità di interventi mirati volti a favorire il riconoscimento delle qualifiche ottenute all’estero, migliorare l’accesso degli immigrati alle professioni qualificate, contrastare le discriminazioni nel mercato del lavoro e promuovere una maggiore mobilità professionale. Ridurre il divario salariale non rappresenta soltanto una questione di equità sociale, ma anche una condizione essenziale per valorizzare pienamente il contributo economico e umano della popolazione immigrata allo sviluppo del Paese.

 

Parole chiave

disuguaglianza lavoro genere Stranieri