In una Comunicazione all’Italia (AL ITA 9/2025) e a ENI (AL OTH 149/2025) la Relatrice speciale sulla Palestina e il Gruppo di lavoro su Business e Diritti Umani denunciano la presunta complicità con i crimini di Israele in Palestina
Sommario
- Introduzione
- Il controllo effettivo di ENI S.p.A da parte dell’Italia
- L’uso militare del petrolio greggio importato da parte di Israele
- Il contesto internazionale e il quadro del diritto internazionale dei diritti umani applicabile
- Preoccupazioni legali e di diritti umani dei relatori speciali dell’ONU
- Le raccomandazioni e osservazioni conclusive rivolte al Governo Italiano
Introduzione
Il 17 dicembre 2025, Francesca Albanese, la Relatrice Speciale sulla situazione dei diritti umani nei territori Palestinesi occupati dal 1967, e il Gruppo di lavoro sul Business e i diritti umani delle Nazioni Unite hanno inviato una Comunicazione (AL ITA 9/2025) al Governo italiano, a proposito della sua presunta inadempienza nell’ambito della protezione e del rispetto dei diritti umani nel contesto degli “impatti negativi sui diritti umani delle attività della compagnia petrolifera ENI S.p.A, che ha sede in ed è parzialmente controllata dall’Italia, in Palestina.
Una lettera sulle medesime preoccupazioni è stata inviata ad ENI (AL OTH 149/2025).
Le comunicazioni sono state rese pubbliche 60 giorni dopo a Febbraio 2026.
I relatori, sostengono che l’acquisizione da parte di ENI S.p.A’s di licenze per l’esplorazione di gas offshore per estrarre risorse nelle acque territoriali Palestinesi illegalmente occupate e la sua fornitura “di petrolio greggio per l’occupazione militare e le azioni di Israele” violano le norme inderogabili del diritto internazionale e rischiano di costituire complicità in genocidio e altri crimini internazionali.
Tre organizzazioni Palestinesi per i diritti umani avevano denunciato la concessione da parte di Israele di licenze per “la ricerca di gas naturale” a largo della costa di Gaza, in aree “che sono considerate zone marittime Palestinesi [anche] in case al diritto internazionale” ed inviato una diffida alle compagnie coinvolte. Queste affermano che “la demarcazione unilaterale, da parte di Israele, dei suoi confini marittimi includendo le aree marittime palestinesi e redditizie risorse naturali, non solo violano il diritto internazionale, ma "perpetua anche una pratica di lunga data di sfruttamento delle risorse naturali palestinesi per i propri interessi economici e coloniali. Israele mira a saccheggiare le risorse naturali della Palestina, sfruttando quella che è già una mera frazione delle legittime risorse naturali palestinesi”.
Queste iniziative promosse da ONG Palestinesi si allineano con il più ampio movimento BDS (Boycott, Divestment, Sanctions) che contestualizza l’attuale situazione della totale dipendenza energetica palestinese dall’occupante nel contesto degli Accordi di Oslo. Questi ultimi “hanno istituzionalizzato e normalizzato il controllo totale da parte di Israele su infrastrutture energetiche e risorse naturali” e la sistematica distruzione da parte dell’esercito israliano di “qualsiasi infrastruttura alternativa, come la centrale elettrica di Gaza o i pannelli solari in Cisgiordania”. Infine denuncia che “dall’inizio dell’ultima escalation genocidaria” Israele ha usato come arma “questa dipendenza fabbricata, tagliando l’accesso a carburante, elettricità, acqua e cibo, a piacimento". Afferma che “gli Stati Uniti e i paesi europei hanno tratto capitalizzato il nuovo potenziale di esportazione di gas di Israele spingendo per numerosi accordi di normalizzazione nella regione centrati sull’energia” che “non solo legittimano l'occupazione coloniale di insediamento della Palestina, ma creano un incentivo economico e politico per gli stati per sostenere il settore energetico israeliano”. Pertanto “non possiamo separare le catene di approvigionamento di gas dalla vasta complicità e cooperazione militare dei paesi confinanti nel genocidio in corso”.
Il controllo effettivo di ENI S.p.A da parte dell’Italia
Lo Stato italiano “de facto” controlla la compagnia ENI S.p.A: possedendo una partecipazione azionaria complessiva del 31.8 per cento, ripartita tra il Ministero dell’Economia e delle Finanze (di circa il 2 per cento) e la Cassa Depositi e Prestiti (di circa il 29.8 per cento), è il “singolo azionista più grande ed influente”.
La Comunicazione sostiene che, dato che le restanti azioni sono “distribuite tra una vasta gamma di investitori”, è improbabile che gli altri azionisti siano in grado di formare un’opposizione unitaria al Governo italiano. Dunque, quest’ultimo ha il potere di "influenzare, nominare i membri del Consiglio di Amministrazione, esercitare il diritto di veto contro tentativi di acquisizione ostile o cambiamenti societari di rilievo che possano andare contro l’interesse nazionale”. Inoltre, la legislazione speciale sui “Golden powers” gli garantisce l’autorità di “intervenire o bloccare, delibere, atti o operazioni societarie che riguardino beni di importanza strategica nel settore dell’energia, qualora minaccino la sicurezza nazionale o interessi pubblici, indipendemente dalla titolarità)”.
Pertanto, il Governo italiano è nella posizione di esercitare “mezzi di controllo diretto su decisioni strategiche critiche”, tra cui l’acquisizione da parte di ENI di sei “licenze di esplorazione di gas offshore nella Zona Economica Esclusiva della Palestina” a largo della costa di Gaza. L’accordo è stato finalizzato il 29 Ottobre 2023, meno di un mese dopo l’inizio della campagna genocidaria di Israele nella Striscia di Gaza.
L’uso militare del petrolio greggio importato da parte di Israele
La banca dati (“Banca Dati ONU”), istituita nel 2020, elenca imprese “che hanno direttamente o indirettamente permesso, facilitato o tratto profitto dalla costruzione e espansione degli insediamenti, identificando dieci tipi specifici di attività”. Benché non comprenda tutte le attività, coglie “elementi critici della complessa rete di enti coinvolti nello sfollamento e sostituzione dei palestinesi”. La versione più recente, aggiornata nel 2025, elenca 158 compagnie.
ENI S.p.A è un importante fornitore di petrolio greggio ad Israele, essendo/in quanto azionista dei due principali oleodotti che riforniscono Israele: il Baku-Tbilisi-Ceyhan (BTC) e quello del Caspio (CPC).
Inoltre, l’1 per cento di tutto il petrolio greggio importato da Israele tra Ottobre e Luglio 2024 è costituito da un singolo carico di 30,000 tonnellate dal progetto petrolifero Val d’Agri Oil (“un’iniziativa imprenditoriale congiunta tra ENI S.p.A (61 per cento) e Shell (39 per cento)”).
Data la mancanza di informazioni pubbliche sull’uso di petrolio e gas nell’economia israeliana, gli esperti dell’ONU hanno concluso che “ci sia poca o nessuna evidenza che suggerisca una separazione tra il petrolio greggio utilizzato per scopi civili e quello utilizzato per scopi militari”.
Queste forniture di petrolio greggio vengono raffinate in carburante, che viene usato per supportare l’occupazione militare coloniale di insediamento, i crimini contro l’umanità e genocidio di Israele in Palestina. Il flusso proveniente dall’oleodotto BTC pipeline viene portato alla raffineria di Haifa da cui due compagnie, entrambe attualmente presenti nella banca dati dell’ONU, forniscono carburante nel Territori Palestinesi occupati (tPo), che è usato anche per permettere le grandi violazioni del diritto internazionale commesse dall’esercito coloniale israeliano. Una di queste, il Delek Group, direttamente collegato ad ENI, che da Ottobre 2024 detiene una partecipazione del 38.7 per cento della società britannica Ithaca Energy, parte del Delek Group, di proprietà israeliana. Quest’ultimo è attualmente nella banca dati ONU “per il suo coinvolgimento economico negli insediamenti israeliani in Palestina, compresa la fornitura di carburante alle “Forze di Difesa Israeliane” (‘IDF’) e il coinvolgimento continuo con attività considerate illegali secondo il diritto internazionale in Cisgiordania”.
Nel 2025 il movimento BDS condanna “compagnie energetiche che traggono profitto dalla vendita di risorse Palestinesi rubate che stanno [...] alimentando la pulizia etnica, l’apartheid e la campagna militare genocida in Palestina” e afferma che “L’apparato militare di Israele - navi da guerra, petroliere/autocisterne, caccia/aereo da caccia, elicotteri Apache, ruspe, fabbriche di armi - non può funzionare senza una fornitura continua di carburante estretto ed importato”.
Il contesto internazionale e il quadro del diritto internazionale dei diritti umani applicabile
Gli esperti ONU hanno sottolineato che “la normalizzazione dell’illegale è essenziale per la sopravvivenza dell’impresa di colonialismo di insediamento” perché il “mantenimento di qualsiasi relazione e attività in un contesto di tale gravità, contribuisce a legittimare il comportamento israeliano e a rafforzarne l’impunità, che a sua volta porta ad una condotta ancora più aberrante”.
La comunicazione ha delineato diverse violazioni del diritto internazionale da parte dell’Italia in questo contesto. Innanzitutto, avendo ratificato nel 1978 la Convenzione Internazionale sui Diritti Economici Sociali e Culturali, l’Italia è soggetta agli obblighi statali nel contesto delle attività commerciali, come articolato in dettaglio nell’Osservazione Generale No. 24 (2017).
In secondo luogo, le violazioni dei diritti umani commesse da un’impresa potrebbero comportare la responsabilità dell’Italia per la violazione dei propri obblighi di diritto internazionale, qualora lo stato controlli l’impresa, come nel caso di ENI, o gli atti di questa possano essergli altrimenti attribuiti. Dunque, il Governo “dovrebbe adottare ulteriori misure di protezione contro le violazioni dei diritti umani [...], ove opportuno richiedendo la due diligence in materia di diritti umani” o, in aree colpite/coinvolte da conflitti, come in questo caso/nel caso preso in esame, due diligence rafforzata in materia di diritti umani (Principi guida dell’ONU 4 e 7).
A partire dal 2016, l’Italia ha adottato piani nazionali, impegnandosi a rispettare il suo dovere di proteggere i diritti umani in adempimento/compliance con i Principi Guida sui diritti umani dell’ONU (UNGPs, 2011). Il Secondo piano nazionale su Impresa e Diritti umani (2021-26) è attualmente in vigore. Pertanto, i Relatori hanno esortato il Governo italiano a “garantire che ENI adempia alla propria responsabilità aziendale di rispettare i diritti umani e di assicurare l’attuazione delle politiche pertinenti, comprese quelle relative al rispetto dei diritti umani”.
Infine l’Italia, avendo ratificato la Convenzione sul Genocidio, è legalmente vincolata, in base all’Articolo 1, a prevenire (“con tutti i mezzi ragionevolmente disponibilli”) e a punire il genocidio, quando “sa o dovrebbe sapere” di un “serio rischio di genocidio”. L’articolo specifica che queste misure debbano essere prese “specialmente” da “quegli stati che hanno la capacità di influenzare gli attori che potrebbero o stanno già commettendo il crimine”.
A Gennaio 2024, la Corte internazionale di Giustizia (CIG) ha stabilito che la soglia di “serio rischio che il genocidio possa verificarsi” era stata raggiunta, attivando gli obblighi dell’Italia in base all’Articolo 1 della Convenzione sul Genocidio. Questo ha esposto “tutti quelli che continuano a sostenere, agevolare o assistere Israele nel commettere tali atti a potenziale responsabilità internazionale per complicità in genocidio”.
A luglio 2024, il Parere Consultivo della CIG (“Sulle conseguenze giuridiche derivanti dalle politiche e dalle pratiche di Israele nei Territori palestinesi occupati, compresa Gerusalemme Est, e dall’illegalità della presenza continuativa di Israele nei territori Palestinesi occupati”), ha stabilito che l’occupazione (dal 1967) sia intrinsecamente illegale, qualificandola come un’aggressione, e che il regime viola il divieto di apartheid e segregazione razziale (Article 3 CERD). La conseguente Risoluzione dell'Assemblea Generale (ES-10/25), ha richiesto a Israele di cessare la sua presenza illegale nei territori Palestinesi occupati entro il 17 Settembre 2025. Fino ad allora, gli Stati non devono “fornire aiuto o assistenza o entrare in accordi economici o commerciali, e devono prendere tutte le misure necessarie per prevenire relazioni commerciali o di investimento che contribuirebbero a mantenere la situazione illegale creata da Israele nei tPo”.
Questi recenti procedimenti della CIG e della CPI hanno ampiamente superato la soglia di “rischio aggravato di un impatto negativo sui diritti umani”, ridefinendo “la valutazione della responsabilità delle aziende e della loro potenziale responsabilità”. In particolare, qualsiasi azione, amministrativa o militare, da parte di Israele nei tPo è invalida, a causa della “mancanza di una legittima autorità legale”. Inoltre, le società devono condurre una “due diligence rafforzata in materia di diritti umani” e “affrontare l’illegalità fondamentale che sta alla base dell’impresa di Israele”.
Per quanto concerne ENI, la Comunicazione afferma che i suoi dirigenti “potrebbero incorre in responsabilità penale per complicità in di crimini di guerra, compreso il genocidio, attraverso l’approvvigiobamento di petrolio greggio per rifornire l’assalto di Israele a Gaza”. Ai sensi dello Statuto di Roma sono inoltre passibili di “complicità nell'annessione illegale e saccheggio [...], avendo acquisito illegalmente licenze per l’esplorazione del gas nei territori palestinesi, dove Israele è la potenza occupante e non detiene sovranità” per il “sostegno materiale” che fornisce al fine di mantenere l’occupazione militare illegale di Israele. Infatti, “mentre il crimine di saccheggio si configura tipicamente dall’inizio dell’estrazione, la semplice accettazione e mantenimento da parte di ENI S.p.A's di tali concessioni possono già costituire la sua complicità nelle violazioni di norme inderogabili del diritto internazionale. In questo modo, contribuisce alla negazione del diritto all’autodeterminazione palestinese (compreso il controllo sulle loro risorse naturali e la possibilità futura di esercitarlo) e all’occupazione militare illegale da parte di Isaraele e la sua annesione permanente del territorio Palestinese. ENI potrebbe anche star sostenendo crimini contro l’umanità, come lo sterminio diffuso e sistematico, la persecuzione, l’uccisione e il trasferimento forzato della popolazione civile.
Pertanto, nel 2025, “astenendosi dal sospendere tale licenza, nonostante i recenti sviluppo legali, comprese le conclusioni della CIG e il Report della Commissione indipendente dell’ONU sui crimi di atrocità ENI sta attivamente consolidando la sua complicità con l’occupazione e annessione” coloniali illegali da parte di Israele”. Dunque, richiedono da parte di ENI “la cessazione immediata dell’attività in questione” e le “riparazioni per il danno arrecato ai Palestinesi".
Entrambe le Comunicazioni sono integrate da un Allegato che contiene ulteriori dettagli sul quadro di diritto internazionale applicabile rispettivamente all’Italia e ad ENI S.p.A.
Preoccupazioni legali e di diritti umani dei relatori speciali dell’ONU
I Relatori hanno espresso “gravi preoccupazioni” relative al “noto rischio” che gli investimenti dell’Italia e la sua successiva “mancanza di azioni per proteggere dalle violazioni dei diritti umani presumibilmente commessi da ENI” abbiano facilitato e “continuato a facilitare violazioni e abusi dei diritti umani internazionali e del diritto internazionale umanitario, compresi crimini di guerra, crimini contro l’umanità” e genocidio.
Hanno sottolineato come “qualsiasi coinvolgimento con il popolo palestinese e con i territori Palestinesi occupati debba rispettare il loro diritto all’autodeterminazione”. Questo prevale sulle “giustificazioni paternalistiche basate sugli obblighi fiduciari della potenza occupante secondo la Quarta Convenzione di Ginevra” ed annulla the “giustificazioni pretestuose delle corporazioni”, tra cui la vile argomentazione che “l’investimento attraverso Israele come occupante possa eventualmente portare beneficio anche ai Palestinesi” o che “il disinvestimento avrebbe ripercussioni negative sui diritti umani”.
La Comunicazione ha evidenziato come le società fossero state “avvertite da decenni” della “diffusa e sistematica natura delle violazioni dei diritti umani” che sostengono il consolidamento dell’occupazione coloniale di insediamento e dell’apartheid in Palestina e che “un’adeguata due diligence in materia di diritti umani” aveva già identificato le loro responsabilità. Gli eventi dal 7 ottobre 2023 hanno trasformato una politica economica illegale in “modalità genocidaria”, creando “una situazione che rende insostenibile per le aziende continuare a fare affari come prima”.
In conclusione, i Relatori hanno esortato il settore privato, nel proprio interesse, a “riconsiderare con urgenza ogni coinvolgimento legato all’economia israeliana di occupazione e ora di genocidio”, e ad “cessare ogni coinvolgimento legato ai territori palestinesi occupati” “in base ai UNGPs” considerando la loro “limitata capacità [...] di prevenire o mitigare l’impatto negativo”.
Le raccomandazioni e osservazioni conclusive rivolte al Governo Italiano
In conclusione, la Comunicazione ha ribadito che tutti gli Stati, Italia inclusa l’Italia, “devono riconoscere l’autodeterminazione Palestinese e la giustizia come fondamento/essenziali per una pace e una sicurezza durature ed anche:
- Sospendere tutte le relazioni militari, commerciali e diplomatiche con Israele;
- Indagare e perseguire tutti i funzionari, enti aziendali e individui coinvolti o che hanno facilitato il genocidio, l’istigazione al genocidio, crimini contro l’umanità, crimini di guerra e altre gravi violazioni del diritto internazionale umanitario”
Per quanto riguarda l’Italia, in primo luogo hanno esortato il Governo a:
- adottare/prendere “tutte le misure provvisorie necessarie” per porre fine alle presunte violazioni e per “prevenirne la ripetizione”
- garantire che i responsabili delle presunte violazioni rispondano delle stesse, qualora “le indagini confermino o suggeriscano la fondatezza delle accuse”
In secondo luogo, hanno chiesto allo Stato Italiano di provvedere osservazioni e commenti sulle accuse e ulteriore informazioni a proposito delle misure adottate o che sta valutando:
- per garantire che le imprese rispettino gli UNGPs, esigendo che conducano la due diligence dei diritti umani che affronti la prevenzione, mitigazione e riparazione degli impatti negativi sui diritti umani “che potrebbero causare o a cui potrebbero contribuire tramite le proprie attività, o che potrebbero essere direttamente collegati alle loro operazioni, prodotti o servizi a causa dei loro rapporti commerciali”. A proposito delle imprese “di proprietà o sotto il controllo dello Stato”, è stato chiesto all’Italia di “specificare le misure aggiuntive prese per la tutela, tra cui, quando “si opera in contesti colpiti da conflitti armati” "richiedere una due diligence rafforzata in materia di diritti umani” conformemente agli UNGPs
- per chiarire/rendere chiara “l’aspettativa che tutte” le imprese domiciliate sul territorio italiano o sotto la sua giurisdizione rispettino i diritti umani nel corso di tutte le loro operazioni”
- per incentivare “l’istituzione e/o la partecipazione delle imprese in meccanismi di reclamo a livello operativo” per affrontare “gli impatti negativi legati al cambiamento climatico e ad altri diritti umani” che hanno causato e/o cui hanno contribuito, in linea con gli UNGPs
- per “garantire il rispetto/ottemperanza” con Il Parere Consultivo della CIG e con la conseguente Risoluzione dell'Assemblea Generale ES-10/25 di Settembre 2024
- per garantire l’accesso ai mezzi di ricorso in Italia “attraverso meccanismi statali giudiziari o extragiudiziari" per le “persone colpite” da attività condotte all’estero da imprese domiciliate nella giurisdizione italiana ed in merito alle “misure adottate [...] per conformarsi al Parere Consultivo e alla misura provvisoria della CIG”
Ad oggi, né il Governo Italiano né ENI S.p.A. hanno risposto alle rispettive comunicazioni. Qualora pervengano future risposte, saranno pubblicate qui.
AGGIORNAMENTO: ENI S.p.A. è uscita dal consorzio per l’esplorazione e lo sfruttamento di gas nelle acque palestinesi a largo di Gaza
Il 29 ottobre 2023, a meno di un mese dall’inizio del genocidio a Gaza, il ministero dell’Energia israeliano aveva annunciato l’assegnazione di licenze per la prospezione dei giacimenti di gas al largo della Striscia a due consorzi, uno dei quali comprende ENI.
A febbraio 2024 le tre organizzazioni per i diritti umani palestinesi sopracitate, inviando una diffida alle aziende coinvolte, avevano richiesto di “desistere dall’intraprendere qualsiasi attività nelle aree del ‘Blocco G’ [...]”. Infatti quest’area, quella in cui ENI ha ricevuto le licenze, si estende per il 62 per cento nella Zona Economica Esclusiva dello Stato di Palestina. Dunque, Israele, potenza occupante, non aveva l’autorità legale di concedere le licenze e lo ha fatto in violazione di principi inderogabili del diritto internazionale.
Il 22 marzo 2026 il quotidiano israeliano Globes ha annunciato che ad ottobre 2025 ENI S.p.A sarebbe uscita dal consorzio destinato “all’esplorazione e all’eventuale sfruttamento dei giacimenti di gas nelle acque palestinesi” con Dana Petroleum e Ratio Energies.
Il 24 marzo 2026, ENI ha confermato a Staffetta Quotidiana “il suo ritiro dal consorzio aggiudicatario del Blocco G”. Il recesso “è stato deciso nel quadro della razionalizzazione e diversificazione strategica delle proprie attività upstream e prende atto della decisione degli altri membri del consorzio di completare il processo di aggiudicazione”.
ReCommon riporta che “Il ritardo nella comunicazione sarebbe dettato dalla volontà di Ratio di raggiungere prima un accordo con Dana Petroleum [...]”. Riferisce inoltre di aver ricevuto una diffida da ENI a gennaio 2026 per le dichiarazioni fatte in merito, cui ha risposto pubblicamente in un articolo. Rispetto alla denuncia della partnership con il “Delek Group” israeliano (come sopracitato attualmente presente nella Banca Dati dell’ONU), ENI contesta che tale lista certifichi “uno status particolare dei soggetti ivi inclusi”.
Tuttavia, la collaborazione di ENI e dell’Italia con il colonialismo di insediamento in Palestina non termina con l’uscita da questo consorzio. Infatti, ENI rimane un importante azionista dei principali oleodotti che riforniscono Israele e nelle sue dichiarazioni non ha accennato ad interrompere le sue forniture per uso militare. Quest’ultime sono infatti essenziali per il funzionamento dell’apparato militare israeliano e violano il diritto internazionale.