Caso Regeni: La Corte d’Assise di Roma condanna per sequestro di persona tre funzionari dei servizi di sicurezza egiziani

Verità per Giulio Regeni. Paola e Claudio Regeni e Alessandra Ballerini legale della famiglia incontrano studentesse e studenti dell'Università di Padova, Venerdì 3 marzo 2023, ore 17.00
© disegno di Mauro Biani

Il 28 settembre 2026 la Corte d’Assise di Roma ha emesso una sentenza di condanna a dieci anni di detenzione per tre membri dei servizi di sicurezza egiziani per il sequestro del ricercatore Giulio Regeni, sparito il 25 gennaio 2016 e ritrovato senza vita al Cairo nove giorni dopo. Regeni, cittadino italiano e dottorando presso l’Università di Cambridge, si trovava in Egitto per svolgere attività di ricerca quando il suo corpo è stato rinvenuto il 3 febbraio 2016 ai bordi di un’autostrada con evidenti segni di tortura. La Procura di Roma aveva chiesto una condanna all’ergastolo e tre condanne a 17 anni.

Nonostante le autorità italiane e egiziane si siano inizialmente dichiarate determinate a individuare i colpevoli, il processo iniziato in Italia subito dopo il ritrovamento di Regeni non è stato lineare. La ragione principale dei ritardi e delle interruzioni dei procedimenti penali è stata la mancata cooperazione del governo egiziano, che nel 2022 si è rifiutato di comunicare gli indirizzi dei quattro imputati, spingendo il magistrato italiano a sospendere il procedimento in base alle regole ordinarie sul processo in assenza.

In questo senso, è stato decisivo l’intervento della Corte Costituzionale che, con la sentenza n. 192/2023, ha dichiarato illegittima la norma del Codice di procedura penale (Art. 420-bis, comma 3) che non consentiva di procedere in assenza dell’imputato per i delitti commessi mediante atti di tortura quando l’assenza è dovuta alla mancata assistenza dello Stato di provenienza dell’imputato (si veda Annuario 2023).

Il procedimento penale ha potuto proseguire grazie alla pronuncia della Consulta e, a dieci anni dalla morte di Regeni, è culminato nella recente sentenza di primo grado della Corte d’Assise di Roma. 

La Corte ha condannato a dieci anni di carcere per sequestro aggravato tre dei quattro agenti della National Security Agency egiziana, il maggiore Magdi Ibrahim Abdelal Sharif e i colonnelli Uhsam Helmi e Athar Kamel Mohamed Ibrahim. Il quarto imputato, il generale Tariq Sabir, è stato assolto. I tre agenti non hanno potuto essere accusati di tortura (anche se, come riconosciuto dalla Corte Costituzionale, quello che ha subito Giulio Regeni è stato sostanzialmente tortura), poiché questo reato è entrato nell’ordinamento italiano solo nel 2017. La Corte non ha invece riconosciuto l’accusa di omicidio, che era stata contestata soltanto a Sharif. 

Inoltre, la sentenza prevede il risarcimento dei danni alla famiglia Regeni e alla Presidenza del Consiglio, entrambe costituitesi come parti civili nel processo. Nello specifico, il giudice ha ordinato una provvisionale, vale a dire una somma di denaro che deve essere immediatamente pagata alla parte danneggiata come anticipo sul risarcimento.

La famiglia e la giustizia italiana hanno accolto la decisione come un risultato importante dopo il lungo percorso giudiziario. Tuttavia, i legali dei tre condannati hanno già dichiarato l’intenzione di impugnare la sentenza in appello e resta incerta la disponibilità del governo italiano a far valere la responsabilità internazionale dell’Egitto, cioè dello Stato per il quale le persone condannate operavano e che ha per anni ostacolato il processo a loro carico in violazione della Convenzione contro la tortura. Anche l’esecuzione delle sentenze, una volta confermate, e il risarcimento dei danni restano incerti, poiché non esiste un trattato di estradizione tra l’Italia e l’Egitto. Una condanna per il delitto di tortura avrebbe potuto obbligare l’Egitto all’estradizione (è una clausola precisa del trattato), ma, come detto, la sentenza non ha potuto applicare tale fattispecie.

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