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I risultati del referendum abrogativo in materia di lavoro e cittadinanza, del 8 e 9 giugno 2025: respinta la proposta di ridurre i tempi per la concessione della cittadinanza italiana

Diritto di voto per le persone con disabilità: l’Italia anche in queste elezioni ancora priva di una normativa adeguata

L’8 e il 9 giugno 2025 i cittadini italiani sono stati chiamati ad esprimere il proprio voto in merito ai quesiti di cinque referendum abrogativi, quattro in materia di lavoro e uno sulla cittadinanza.

Il quesito relativo alla cittadinanza posto agli elettori era “Cittadinanza italiana: Dimezzamento da 10 a 5 anni dei tempi di residenza legale in Italia dello straniero maggiorenne extracomunitario per la richiesta di concessione della cittadinanza italiana” ed era stato promosso dal partito politico +Europa con l’obiettivo di allineare la normativa italiana agli standard di diversi Paesi europei, in cui i tempi previsti dalle politiche di integrazione sono generalmente di 5 anni.

Gli altri quattro quesiti miravano a garantire maggiore tutela e sicurezza ai lavoratori: il primo quesito chiedeva agli elettori di esprimersi in merito alla proposta di abrogazione della disciplina dei licenziamenti illegittimi; il secondo quesito chiedeva più tutele per lavoratrici e lavoratori delle piccole imprese cancellando il limite massimo di sei mensilità all’indennizzo in caso di licenziamento ingiustificato; il terzo puntava alla riduzione del lavoro precario attraverso l’eliminazione di alcune norme sull’utilizzo dei contratti a termine; infine, il quarto trattava i temi della salute e della sicurezza sul lavoro e proponeva l’estensione della responsabilità dell’imprenditore committente.  

Trattandosi di consultazioni referendarie abrogative, affinché l’esito venisse ritenuto valido, era necessario raggiungere il quorum del 50 per cento più uno degli aventi diritto. Tuttavia, su circa 14 milioni di elettori, complessivamente solo il 30,6% in Italia e il 23,8% degli italiani residenti all’estero si è presentato alle urne per pronunciarsi sui vari quesiti. Questo dato di scarsa partecipazione ai referendum rispecchia una tendenza che si è affermata negli ultimi trent’anni: solo in due dei dieci referendum non costituzionali che si sono svolti in quest’arco di tempo si è raggiunto il quorum.

Osservando i dati dell’affluenza sul piano regionale, emerge che l’affluenza più alta (sempre relativamente all’insieme delle consultazioni) è stata registrata in Toscana (39,1%), Emilia-Romagna (38,1%), Piemonte (35,2%) e Liguria (35,1%), mentre le regioni in cui si è votato meno sono il Trentino-Alto Adige (22,7%), la Sicilia (23,1%) e la Calabria (23,8%). 

Tra le motivazioni che probabilmente hanno influito maggiormente sulla scelta di non votare vi sono uno scarso interesse per i temi trattati nei quesiti e un generale disinteresse verso l’istituto referendario, talvolta alimentato dall’intento di alcune forze politiche di far fallire il referendum attraverso l’astensione. 

In particolare, l’esito fallimentare del referendum sulla cittadinanza ha dimostrato l’incapacità di coinvolgere e mobilitare una partecipazione sufficiente e ha evidenziato la necessità di riflettere sulle modalità di promozione della partecipazione attiva dell’elettorato. 

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