Organizzazione internazionale del lavoro (OIL): l’Italia ratifica il Protocollo relativo alla Convenzione n. 29 sul lavoro forzato e obbligatorio
Il 29 aprile 2026 è stata pubblicata nella Gazzetta Ufficiale la legge n. 60 del 10 aprile 2026, con cui il Parlamento italiano ha ratificato e dato esecuzione al Protocollo relativo alla Convenzione dell’Organizzazione Internazionale del Lavoro (OIL) n. 29 sul lavoro forzato e obbligatorio, adottato a Ginevra l’11 giugno 2014. Il Protocollo integra e aggiorna la Convenzione n. 29 del 1930, rafforzando gli obblighi degli Stati nella prevenzione e nel contrasto del lavoro forzato e obbligatorio.
Il fenomeno conta oltre 25 milioni di vittime nel mondo, spesso prive di tutele legali e senza accesso a percorsi di uscita dalla marginalità. Un report OIL del 2024 stima che il lavoro forzato generi 236 miliardi di dollari l’anno, il 37% in più rispetto a dieci anni fa. La quota maggiore dei profitti illeciti (73%) proviene dallo sfruttamento sessuale forzato a fini commerciali che, pur riguardando meno vittime di altre forme di sfruttamento, registra il profitto medio per vittima più elevato. Seguono, per volume di guadagni illeciti, industria, servizi, agricoltura e lavoro domestico.
Rispetto alla Convenzione del 1930, incentrata sulla soppressione del fenomeno, il Protocollo introduce specifiche misure riguardo a:
- educazione e informazione sul fenomeno a persone potenzialmente destinatarie di offerte di lavoro forzato o obbligatorio (con speciale attenzione ai lavoratori migranti), e a datori di lavoro che potrebbero essere implicati in tali pratiche (Art. 2);
- rafforzamento dei servizi di ispezione del lavoro (Art. 2);
- tutela delle vittime, inclusi meccanismi di risarcimento per danni materiali e fisici, a prescindere dal loro status giuridico (Art. 3).
La ratifica del Protocollo rimane minoritaria tra gli Stati membri OIL: se la Convenzione stessa è stata ratificata da 181 Paesi dei 187 membri, il Protocollo del 2014 è stato ratificato da soli 65 Stati, un dato che riflette la lentezza dei processi legislativi nazionali, dinamica che ha riguardato anche l’Italia. La ratifica italiana arriva infatti con quasi dodici anni di ritardo rispetto all’adozione del Protocollo. Un ritardo non dovuto alla sottovalutazione del problema, ma alla presenza di un quadro normativo interno già orientato al contrasto dello sfruttamento lavorativo. Il Ministero del Lavoro e delle Politiche Sociali (MLPS) riconosce la rilevanza del fenomeno in Italia, dove le persone più esposte sono i lavoratori migranti nel settore agricolo.
In linea con l’Art. 1 del Protocollo OIL n. 29, che impegna gli Stati a dotarsi di una politica ed un piano nazionale di contrasto, la strategia del MLPS si fonda sul coordinamento di risorse nazionali ed europee nell’ambito della programmazione 2021-2027, al fine di finanziare interventi diversificati sui territori e settori differenti, attraverso un approccio di governance multilivello e territoriale che coinvolge istituzioni, enti locali e attori sociali. Le attività operative includono anche ispezioni in task force con mediatori culturali e équipe multidisciplinari, con l’obiettivo di migliorare l’identificazione delle vittime e rafforzare la loro tutela.
Sul piano dell’impatto concreto, resta difficile stabilire se lo strumento OIL abbia effettivamente generato un cambiamento nel mondo lavorativo. Per quanto riguarda il contesto italiano, la narrativa istituzionale suggerisce come la programmazione pluriennale abbia rafforzato la rete di contrasto allo sfruttamento lavorativo, nello specifico del mondo agricolo, ma sia ancora presto per definirla come uno strumento di riduzione del fenomeno.