Reporter Senza Frontiere: l'Italia arretra nel World Press Freedom Index 2026
Nel World Press Freedom Index 2026 pubblicato da Reporter Senza Frontiere (RSF), l’Italia scivola dal 49° posto dell’anno precedente al 56° su 180 paesi, confermando un arretramento ormai costante nel panorama europeo della libertà di stampa. Il dato si inserisce in un quadro globale definito dall'organizzazione come “il peggiore degli ultimi 25 anni”: per la prima volta oltre la metà dei paesi analizzati presenta una situazione “difficile” o “molto grave”. Se nel 2002 circa il 20% della popolazione mondiale viveva in Paesi in cui lo stato della libertà di stampa era considerato “buono”, secondo l’ultimo rapporto questa percentuale è oggi scesa a meno dell’1% della popolazione globale.
Secondo Reporters Without Borders, in Italia il lavoro dei giornalisti continua a essere ostacolato da pressioni criminali, intimidazioni da parte di gruppi estremisti e dall’uso crescente di strumenti giudiziari con effetti dissuasivi sull’informazione. Particolare preoccupazione suscita il ricorso alle cosiddette SLAPPs (Strategic Lawsuits Against Public Participation), azioni legali intentate contro giornalisti e media con finalità intimidatorie più che risarcitorie. A ciò si aggiungono norme considerate restrittive sull’accesso alle informazioni giudiziarie: in particolare, RSF richiama la cosiddetta “legge bavaglio” (D. Lgs. 198/2024), che vieta ai giornalisti la pubblicazione integrale o per estratto delle ordinanze di custodia cautelare fino alla conclusione delle indagini preliminari. La misura, introdotta con l’obiettivo dichiarato di tutelare la presunzione di innocenza, è stata tuttavia criticata per i suoi effetti limitativi sul diritto di cronaca e sulla trasparenza dell’informazione giudiziaria. Permangono inoltre forti concentrazioni editoriali e significative influenze politiche nel sistema mediatico nazionale.
Già nel giugno 2024, Věra Jourová, allora vicepresidente della Commissione Europea per i Valori e la Trasparenza, aveva accusato il governo guidato da Giorgia Meloni di esercitare una crescente pressione intimidatoria nei confronti dei giornalisti, anche attraverso il ricorso sempre più frequente ad azioni legali considerate idonee ad ostacolare il lavoro dell’informazione indipendente. In tale occasione erano stati denunciati anche tentativi di interferenza politica nella gestione della RAI, il servizio pubblico radiotelevisivo italiano.
La RAI rimane ormai da quasi due anni priva di un presidente pienamente operativo, una situazione che ha alimentato le polemiche sullo stallo istituzionale e sull’influenza della politica nella gestione dell’azienda. Il protrarsi dell’impasse nella Commissione parlamentare di vigilanza, chiamata ad avallare la nomina del Consiglio di amministrazione, è stato interpretato da osservatori e organizzazioni internazionali come un segnale della difficoltà di garantire piena autonomia e stabilità alla principale emittente radiotelevisiva pubblica italiana. Il tutto si inserisce in un contesto già segnato da accuse di lottizzazione e pressioni sull’indipendenza editoriale, fino a denunce di interferenze dirette e tentativi di trasformare il servizio pubblico in uno strumento di propaganda politica al servizio del governo.
Il calo in classifica per l’Italia, tuttavia, non misura soltanto le violazioni dirette contro i giornalisti, ma anche la qualità dell’ambiente in cui l’informazione opera. Nonostante la quantità e la diversificazione dei canali e delle forme di informazione, RSF segnala la persistenza di minacce al pluralismo mediatico, in particolare sotto forma di tentativi di acquisizione e concentrazione proprietaria nel settore dei media. Dinamiche che, secondo l’organizzazione, rischiano di ridurre la varietà delle voci informative e di accrescere l’influenza economica e politica sulle redazioni. Secondo RSF, la crescente dipendenza dei media da introiti pubblicitari e finanziamenti pubblici, unita al calo delle vendite della stampa cartacea e alla crescente polarizzazione politica e ideologica della società italiana, contribuisce ad alimentare la precarietà del settore giornalistico, compromettendone autonomia e dinamismo ed esponendo sempre più spesso i giornalisti ad attacchi verbali e fisici.
In questo contesto, i giornalisti che si occupano di criminalità organizzata e corruzione continuano a essere esposti a minacce sistematiche e violenze fisiche, inclusi attacchi contro abitazioni e automobili, oltre che a campagne di delegittimazione mediatica. Secondo RSF, più di venti giornalisti in Italia vivono attualmente sotto scorta a causa di intimidazioni e aggressioni legate alla loro attività professionale.
Il dato italiano, inserendosi in una più ampia tendenza di deterioramento della libertà di stampa a livello globale, rappresenta un segnale delle tensioni che attraversano il rapporto tra informazione, potere politico e tutela dello stato di diritto nelle democrazie contemporanee.