territori palestinesi occupati

Una coalizione globale di ricercatrici e ricercatori e movimenti sociali denuncia gli abusi delle multinazionali energetiche estrattiviste: il caso dell’ENI e dell’Italia

Le responsabilità dell’Italia e dell’ENI nelle operazioni illegali e negli abusi ambientali in Nigeria, Mozambico e Palestina
Disrupt Power, Global Energy Embargo for Palestine e il Comitato Nazionale BDS denunciano le operazioni illegali delle società energetiche Eni S.p.A. e Dana Petroleum S.p.A. in Palestina, che sostengono l’occupazione dei coloni e il genocidio, nonché i loro abusi ambientali a livello globale.
Papavero
© BDS Movement

Sommario

  • Introduzione
  • Le radici coloniali dell’ENI
  • Il Piano Mattei per l'Africa
  • Le attività dell’ENI in Nigeria
  • Le attività dell’ENI in Mozambico
  • Le attività dell’ENI in Palestina
  • Conclusione

Introduzione

La guida intitolata “Disrupting energy corporations for the liberation of Palestine”, pubblicato a giugno 2025, è stato scritto da una coalizione di ricercatori e movimenti della società civile, Disrupt Power, Global Energy Embargo for Palestine e il BDS National Committee, per fornire ai movimenti dal basso un quadro narrativo, ricerche dettagliate e spunti mobilitativi. 

La guida si concentra sullo svelare le “radici coloniali, distruzione ambientale e le lotte in corso contro le loro operazioni in vari paesi nel mondo” delle compagnie energetiche: Dana Petroleum S.p.A. ed ENI S.p.A. Considerato l’ambito dell’Annuario ci concentreremo su quest’ultima. 

Le radici coloniali dell’ENI

La guida sottolinea come ENI, attualmente tra le sette maggiori compagnie petrolifere occidentali a livello mondiale, possegga e gestisca riserve di gas, gasdotti, terminal, raffinerie e stazioni di servizio in oltre 61 paesi.

Enfatizza inoltre che sia stata fondata dallo stato italiano nel 1953, derivando direttamente dall’Agip, un’azienda statale istituita durante il fascismo nel 1926 con lo scopo primario di “estrazione all’estero”, che era radicata nel colonialismo italiano.

Lo Stato italiano “de facto” controlla ENI S.p.A: con una partecipazione complessiva del 33.1% ripartita tra il Ministero dell’Economia e delle Finanze (circa il 2.17%) e la Cassa Depositi e Prestiti (rica il 30.92%), è il “singolo azionista più grande ed influente”.

Secondo la Corte dei Conti, il ministero possiede abbastanza voti da esercitare un’influenza dominante nell’Assemblea ordinaria della Società. 

Pertanto, la guida sostiene che gli interessi di ENI “siano strettamente legati alla politica interna, estera e militare italiana”, evidenziando come l’Italia avrebbe impegnato “significative risorse militari per garantire le attività e l’accesso di Eni all’estero, con il pretesto della sicurezza energetica, del controllo dell’immigrazione e della stabilità regionale”. Nel complesso, Agip ed Eni sono state sia uno strumento che un “beneficiario della politica estera italiana, facendo leva sullo Stato per accedere ai mercati delle risorse e garantire l’approvvigionamento energetico”.

Il documento sottolinea che ENI si è storicamente ritratta come “un alleato occidentale non-convenzionale”,  caratterizzando “le proprie partnership come eque”. Ha fatto seguito alla tradizionale auto-rappresentazione dell’Italia come il colonizzatore buono, nascondendo così “le sottostanti finalità estrattiviste di ENI e dell’Italia”. Ha espressamente fatto ricorso a una “retorica anti-colonialista”, sfruttando la fase di decolonizzazione (per approfondire, si veda qui qui). Il toolkit sostiene che ENI abbia acquisito potere in regioni precedentemente colonizzate da altri paesi europei, approfittando della reputazione dell’Italia come attore relativamente “meno imperialista”, mentre parallelamente costruiva legami con le élite petrolifere e i leader politici degli Stati OPEC che volevano anch’essi contrastare l’egemonia delle Sette Sorelle. Di conseguenza, l’ENI poteva agire sia come “alleato opportunistico per gli Stati in via di decolonizzazione” sia “come attore quasi-statale”, conferendo all’Italia una posizione diplomatica ed economica unica.

Il Piano Mattei per l’Africa

La guida sostiene che il Piano Mattei, lanciato dal Governo italiano a gennaio 2024 e descritto come un “piano di investimento per l’Africa” non sia in realtà “lontano da una dinamica neo-coloniale”. 

Evidenzia infatti come, quando si è rivolta alla stampa nel suo tour dei paesi africani, la presidente Meloni fosse sempre accompagnata dall’amministratore delegato di ENI.

La presidente ne ha parlato nel suo discorso alle Nazioni Unite a Settembre 2024 e ha affermato che: “noi a differenza di altri attori non abbiamo secondi fini in Africa, non ci interessa sfruttare il continente africano per le ricchissime materie prime che possiede, ci interessa invece che l’Africa prosperi processando le sue risorse dando un lavoro e una prospettiva alle sue energie migliori, potendo contare su governi stabili, su società dinamiche e sicure [...]”.

Le operazioni di ENI in Nigeria

Il documento sottolinea che la Nigeria è un attore di primo piano nel mercato petrolifero globale, con una produzione ed esportazione giornaliera di circa 1,5 milioni di barili di petrolio dalla regione del Delta, principalmente verso l’Europa, il Nord America, l’Asia e Israele, il cui approvvigionamento petrolifero proviene per circa il 9% dalla Nigeria.

Negli anni Sessanta, sulla scia del progetto “Grande disegno africano” (1955), l’ENI divenne  una “forza trainante nei mercati petroliferi di venticinque paesi di recente indipendenza in Africa settentrionale e occidentale”, compreso il delta del Niger. Lì l’ENI svolge un ruolo di primo piano, attraverso la sua sussidiaria, Nigerian Agip Oil Company Ltd, che ha avviato l’estrazione onshore e offshore nel 1962. Partecipa a 17 blocchi onshore e produce 11 milioni di barili di petrolio all’anno. 

ENI afferma di volersi ritirare dal Delta del Niger, vendendo le proprie attività onshore. Tuttavia, il documento sostiene che si tratti semplicemente di spostare l’attenzione su quelle offshore, continuando a trarre profitto dalle risorse nigeriane “e lasciando irrisolte le crisi ecologiche e sociali per le comunità che ne hanno subito l’impatto”. Sottolinea inoltre la resistenza di queste ultime allo sfruttamento delle loro terre e che “le lotte per la giustizia, la dignità e il risanamento ambientale continuano nonostante le sfide schiaccianti”.

A questo proposito, il rapporto della Commissione per il petrolio e l’ambiente dello Stato di Bayelsa “Un genocidio ambientale - Il costo umano e ambientale delle grandi compagnie petrolifere in Bayelsa, Nigeria” (2023) attribuisce a Shell ed ENI “il 75% di tutte le fuoriuscite di petrolio nel Delta del Niger tra il 2006 e il e il 2020”, che hanno provocato “uno dei casi più gravi casi di inquinamento da petrolio” al mondo. In altre parole, pur gestendo meno di un quarto della produzione petrolifera totale della Nigeria, sono responsabili di tre quarti dei versamenti. 

In questa sede ci si concentra su Eni, ma il rapporto menziona diverse altre società (es. Shell). La Commissione sostiene che le compagnie petrolifere attuino una negligenza sistematica, evidenziata dalla costante mancata pulizia dei siti interessati dalle fuoriuscite e dai numeri record di perdite, causate da una mancanza di investimenti nella manutenzione e nella sorveglianza degli impianti e non da “incidenti” come spesso sostengono le società. 

In particolare, il rapporto sottolinea che ENI, solo nei 92 km dell’oleodotto Tebidaba-Brass, è stato oggetto di 262 segnalazioni di fuoriuscite tra il 2014 e il 2017, portando Amnesty International ad etichettarlo “l’oleodotto con più perdite dell’Africa”. Inoltre, per rispondere alle perdite ha impiegato fino a 430 giorni, seguendo un modello di “letargia strategica” e lasciando la maggior parte delle fuoriuscite irrisolte. Solo nella regione di Bayelsa, ha un arretrato di bonifiche di più di 400 siti. Il rapporto contesta inoltre la tesi  difensiva della società che sostiene si tratti di frequenti “sabotaggi”.

La Commissione sostiene che le condutture in Nigeria hanno una probabilità di perdita 565 volte superiore per 1.000 km rispetto a quelle dell'Unione Europea, in particolare nello Stato di Bayelsa, dove in media sono stati versati 1,5 barili di petrolio per ogni uomo, donna e bambino. Ciò ha provocato quella che i membri della commissione definiscono “una crisi sanitaria silenziosa”, con i livelli di idrocarburi totali nell’acqua che superano i limiti di sicurezza “di un fattore pari a 1 milione”, metalli pesanti altamente cancerogeni [...] 1000 volte superiori ai limiti dell’OMS, un aumento di 16.000 decessi neonatali nel 2012 e un’aspettativa di vita media di appena 50 anni. Inoltre, la più grande foresta di mangrovie della Terra  ha perso il 40% della sua copertura. 

La Commissione sostiene che le compagnie petrolifere abbiano la responsabilità primaria della catastrofe di inquinamento petrolifero sistemico, causata da una grave negligenza istituzionale. Sottolinea che anche il governo federale abbia ripetutamente ignorato gli interessi degli abitanti delle comunità colpite, mentre le Compagnie Internazionali Petrolifere e del Gas agiscono in modi che non prenderebbero mai in considerazione nelle proprie giurisdizioni d’origine, come se «le vite dei nigeriani e quelle degli abitanti di tutta la regione di Bayelsa» non avessero alcuna importanza. Conclude quindi che, intenzionalmente o meno, la condotta dei produttori di petrolio non si è limitata a una “grave negligenza”, ma ha costituito un “razzismo ambientale”.

La Commissione ha invitato le giurisdizioni di origine (Italia e UE per ENI) ad applicare alle proprie imprese sussidiarie standard minimi in materia di ambiente e di due diligence, in linea con le leggi internazionali contro la corruzione e la schiavitù moderna e a rispettare i principi secondo cui chi inquina paga e quello della responsabilità oggettiva, al centro della legislazione ambientale. Secondo quest’ultima, i produttori dovrebbero internalizzare pienamente tutte le esternalità ambientali, comprese la bonifica e il risarcimento, indipendentemente dal fatto che vi sia stata o meno l’interferenza di terzi (cfr. art. 45 della Direttiva UE 2024/1760). Ha sottolineato come l’accountability sia essenziale per la sopravvivenza delle popolazioni del Delta del Niger.

Gli autori del toolkit ritengono questo caso sia emblematico della “prioritizzazione del rispetto alla salvaguardia dell’ambiente e alla vita umana”, inquadrandolo come parte della disuguaglianza e dell'ingiustizia globali che accompagnano l'estrattivismo.

Le operazioni di ENI in Mozambico

Il documento sottolinea come lo Stato italiano consideri il Mozambico un Paese “strategico” e “un'opportunità" per le proprie industrie e riferisce che Eni vi opera dal 2006, ha scoperto giacimenti di gas nel bacino del Rovuma (Cabo Delgado) e gestisce l’unico impianto operativo della regione: il progetto FLNG (Floating LNG) Coral South. Inoltre, l’azienda guida il progetto per il Coral North FLNG, che sarà situato a 10 km di distanza, riguardo alla quale esperti delle Nazioni Unite hanno espresso gravi preoccupazioni, affermando che rischia di “aggravare le violazioni dei diritti umani, contribuire al cambiamento climatico e sottrarre i già scarsi fondi pubblici agli investimenti urgenti nelle energie rinnovabili sostenibili”, oltre che deteriorare ulteriormente l’ambiente e il clima nella regione.

Il toolkit critica il fatto che, nonostante solo il 33% dei mozambicani abbia accesso regolare all’elettricità, “nessuna parte del gas estratto dal Coral South FLNG di Eni venga utilizzata sul territorio nazionale”, ma venga invece venduta principalmente ai mercati asiatici. Inoltre, sottolinea che, dove i progetti sul gas sono più avanzati, nella regione di Cabo Delgado, i progetti estrattivi “non hanno migliorato le condizioni di vita delle persone colpite, aggravando la povertà, la disoccupazione e l’esclusione delle comunità”.

Negli ultimi anni, a seguito di un’insurrezione per lo sviluppo delle industrie estrattive, migliaia di persone sono state uccise e fino a un milione sfollate. Si è verificata anche una forte militarizzazione, in particolare dal 2021, intorno ai progetti di gas, che ha creato ”isole di sicurezza" attorno ai progetti di LNG, senza però migliorare la sicurezza nella regione. Mentre TotalEnergies ha sospeso le sue operazioni dichiarando “force majeure”, Eni ha continuato le esportazioni dal progetto Coral North FLNG. Il toolkit condanna il modo in cui hanno tratto profitto dall’estrazione in contesti di estrema violenza, sia oggi in Palestina che in passato durante la guerra del Biafra (1967-1970) in Nigeria. 

È fondamentale tenere conto di alcune ulteriori preoccupazioni sollevate nel documento.

In primo luogo, il problema dell’elusione fiscale da parte delle grandi società in questo contesto: il Mozambico rischia di perdere tra i 717 milioni e i 1,48 miliardi di dollari a causa dell’elusione fiscale sul finanziamento del GNL e 568 milioni di dollari sul finanziamento del debito del Coral South FLNG. Infatti, poiché l’accordo fiscale tra Emirati Arabi Uniti e Mozambico esenta dall’imposizione fiscale i redditi da capitale investito in finanziamenti in Mozambico, la maggior parte dei prestiti concessi a Coral South FLNG e Mozambique LNG sono gestiti da entità a scopo speciale con sede negli Emirati Arabi Uniti.

In secondo luogo, ENI ha escluso dal contratto proposto per il Coral North FLNG due clausole che ostacolerebbero sia gli interessi nazionali che quelli locali: la possibilità di pagare l’imposta sulla produzione in natura e l’obbligo di utilizzare contenuto locale”. Ciò ha sollevato preoccupazioni sui benefici effettivi che il Mozambico otterrà dallo sfruttamento delle proprie risorse naturali, nella società civile e all’ONU.

In terzo luogo, un’analisi indipendente sostiene che i ricavi per Mozambique LNG e Coral South FLNG nel 2021 ammonterebbero solo al 40% delle proiezioni del governo. Inoltre, la maggior parte di questi giungerebbe in Mozambico solo dopo il 2040, a causa di contratti anticipati, a vantaggio delle società.

Infine, è stata sollevata l’importante questione del monitoraggio dei danni ambientali. Il Canale del Mozambico settentrionale ospita una significativa “biodiversità dell’Oceano Indiano, in particolare la barriera corallina”. Tuttavia, il manuale sottolinea la mancanza di ricerche sufficienti sul bacino del Rovuma per comprendere il potenziale impatto dell’esplorazione del gas sulla biodiversità marina e sugli ecosistemi. Inoltre, a causa della scarsa capacità dello Stato di monitorare il rispetto degli standard ambientali e sociali, la “responsabilità di far rispettare gli standard internazionali e nazionali” rimane nelle mani delle società del gas e dei loro finanziatori.

Le operazioni di ENI in Palestina

Il toolkit dedica ampio spazio alla denuncia del coinvolgimento di ENI nel progetto di insediamento coloniale israeliano in Palestina. Maggiori dettagli sulle licenze che ENI ha acquisito illegalmente nella Zona Economica Esclusiva palestinese al largo della costa di Gaza nell’ottobre 2023 e sulla sua fornitura illegale di petrolio greggio a Israele per uso militare sono disponibili qui. Inoltre, il toolkit denuncia che sia impossibile “separare le catene di approvvigionamento del gas dalla vasta complicità e cooperazione militare degli Stati confinanti nel genocidio in corso”.

In particolare, ha sottolineato che gli Stati Uniti e l’Europa hanno contribuito alla normalizzazione dell’occupazione coloniale della Palestina e hanno tratto profitto dall’esportazione di gas da parte di Israele. Il toolkit afferma che lo hanno fatto promuovendo vari accordi di normalizzazione incentrati sull’energia nella regione, che hanno creato un incentivo economico e politico per gli Stati a sostenere il settore energetico israeliano.

Inoltre, sottolinea che, nel caso di ENI, dato che le azioni rappresentano una quota di proprietà in tutte le operazioni multinazionali di Eni, essendo emesse al livello più alto della società, un azionista non può disinvestire a propria discrezione dalle operazioni illegali nelle acque palestinesi

Il documento sottolinea altri due aspetti. In primo luogo, che nel 2024 Eni ha siglato un accordo di fusione del valore di 754 milioni di sterline con Ithaca Energy, una società petrolifera e del gas di proprietà israeliana con sede nel Regno Unito, i cui profitti passeranno alla sua Società madre: il gruppo israeliano Delek, uno dei principali fornitori di combustibile dell’esercito israeliano, inserito nella “lista nera”  delle Nazioni Unite a causa delle sue operazioni illegali in Palestina. In secondo luogo che, durante l'incontro tra Meloni e Netanyahu nel marzo 2023, Netanyahu avesse menzionato esplicitamente la partecipazione di Eni nei progetti israeliani di estrazione di gas.

Conclusione

In conclusione, il toolkit sottolinea come la collaborazione di ENI con le università serva a “fare greenwashing delle proprie attività” e la necessità di reti di solidarietà transnazionali impegnate a chiamare rispondere delle loro azioni queste società energetiche e a porre fine alle loro attività criminali, guidate da obiettivi estrattivisti neo-coloniali.

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2026

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