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Carcere e diritto alla vita: il Garante Nazionale dei diritti delle persone private della libertà personale pubblica i dati del 2025 sui decessi in carcere

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Il Garante Nazionale dei diritti delle persone private della libertà personale ha pubblicato il report annuale sui decessi nelle carceri italiane relativo al 2025, basato sui dati del Dipartimento dell’Amministrazione Penitenziaria e comprensivo dell’analisi delle tendenze nel periodo 2021-2025.

Tra il 1 gennaio e il 31 dicembre 2025 si sono registrati 254 decessi a fronte di una popolazione media detenuta di 62.841 persone. Il dato rappresenta il valore più alto degli ultimi cinque anni e conferma una crescita costante dei decessi dal 2021 al 2025 (+43% circa), superiore rispetto all'aumento della popolazione carceraria.

Il tasso di mortalità per 1.000 detenuti evidenzia infatti che tale incremento è solo in parte spiegabile con la crescita della popolazione. In termini relativi, il tasso è aumentato del +20%, indicando un rischio di morte relativamente più alto.

Il dato complessivo richiede di essere analizzato nella sua composizione. I suicidi, pari a 76, rappresentano una componente significativa della mortalità detentiva, sebbene in flessione rispetto all’anno precedente, anche alla luce dell’aumento della popolazione carceraria. Si registrano inoltre 125 decessi per cause naturali, 50 per “cause da accertare” - tra i valori più elevati della serie storica -  e 3 per cause accidentali. L’elevato numero di casi con cause da accertare impone cautela nell’interpretazione complessiva.

Il Garante dedica particolare attenzione alla composizione del dato dei suicidi, dove rintraccia rilevanti differenze per genere e nazionalità. Sebbene in termini assoluti i suicidi riguardino prevalentemente uomini (70 su 76), l’incidenza risulta più elevata tra le donne: a fronte di una presenza media di circa 2.754 detenute, il tasso è circa doppio rispetto a quello maschile (2,18 contro 1,15). Analogamente, i detenuti stranieri presentano un’incidenza più alta rispetto agli italiani (1,74% contro 0.95%), pur essendo inferiori in valore assoluto (35 contro 41).

Ulteriori criticità emergono dall’analisi delle condizioni socio-economiche dei soggetti coinvolti, spesso caratterizzati da marginalità, disoccupazione o basso livello di istruzione, elementi che segnalano una possibile correlazione tra suicidio e vulnerabilitò sociale.

Rilevante è anche il dato sul sovraffollamento: nei 55 istituti monitorati, l’indice medio è pari al 151,5%. Pur non essendo individuabile una connessione causale diretta, le condizioni di vita derivanti da tale sovraffollamento rappresentano elementi che possono incidere sul rischio suicidario, come evidenziato dal Garante. Considerata la funzione rieducativa del carcere, viene sottolineato come sia fondamentale garantire ai detenuti condizioni abitative adeguate, poiché il sovraffollamento ostacola l’instaurazione delle condizioni necessarie per il loro reinserimento sociale. 

Per quanto riguarda invece i decessi complessivi, il report evidenzia che il problema si concentra in poche regioni che ospitano i grandi istituti metropolitani. Campania e Lombardia si confermano le regioni con il numero più elevato di morti negli istituti penitenziari, con 40 casi ciascuna, seguite dal Lazio con 30. Il Trentino-Alto Adige rappresenta invece l’unica regione in cui non si registrano decessi nel 2025. Un intervento mirato nelle regioni più critiche e un approccio "differenziato che tenga conto delle specificità territoriali” potrebbe avere un impatto significativo sulla riduzione della mortalità complessiva. 

Nel complesso il Garante rileva il mancato miglioramento delle condizioni detentive rispetto agli anni precedente e nel report richiama l’urgenza di adottare misure strutturali volte a ridurre il sovraffollamento, rafforzare i meccanismi di prevenzione e garantire condizioni detentive conformi agli standard costituzionali internazionali, che garantiscano il rispetto dei diritti delle persone private della libertà, in particolare sul diritto alla vita e sul divieto di trattamenti inumani e degradanti.

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