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Dossier Statistico Immigrazione 2025: ‘Fuori dalla Caverna: vedere l’immigrazione alla luce della realtà’

È stata presentata la 35ª edizione del Dossier Statistico Immigrazione, a cura del Centro Studi e Ricerche IDOS, con l’obiettivo di offrire un’analisi socio-statistica rigorosa e aggiornata sul fenomeno migratorio in Italia. Il Dossier si articola in cinque sezioni: una dedicata al contesto internazionale ed europeo; una focalizzata sui flussi migratori e sulla presenza straniera in Italia; una sulle dinamiche di integrazione e inclusione sociale; una sull’inserimento occupazionale e sul contributo economico dei lavoratori stranieri; e, infine, una sezione che illustra in dettaglio il quadro migratorio di ogni regione e provincia autonoma. L’intento complessivo è quello di fornire una lettura più approfondita e documentata delle migrazioni, decostruendo percezioni distorte e rappresentazioni distorte e promuovendo, all’interno della società civile e nelle istituzioni, narrative meno ideologiche, prassi più inclusive e un maggiore allineamento ai principi del diritto internazionale.
Dossier Statistico Immigrazione 2025: ‘Fuori dalla Caverna: vedere l’immigrazione alla luce della realtà’

Sommario

  • Migrazioni globali 2024: un mondo in movimento tra diseguaglianze e crisi
  • L’Europa tra squilibri e frontiere sotto pressione
  • Stranieri in Italia: crescita e ruolo demografico
  • Il fallimento dell’immigrazione per lavoro in Italia: le criticità del Decreto Flussi 
  • L’Italia e il diritto all’asilo: politiche sempre più restrittive
  • La spirale della vulnerabilità: povertà, esclusione e disuguaglianze strutturali nella vita degli stranieri in Italia

Migrazioni globali 2024: un mondo in movimento tra diseguaglianze e crisi

Nel 2024, secondo le Nazioni Unite, i migranti internazionali ammontavano al 3,7% della popolazione mondiale, con l’Europa come principale meta di destinazione. Si tratta di un aumento significativo: il numero complessivo dei migranti internazionali è infatti raddoppiato rispetto a trent’anni fa. Le principali cause che spiegano questa crescita sono riconducibili alle profonde disuguaglianze economiche: nel Nord del mondo vive il 16,9% della popolazione globale ma si concentra il 44,0% della ricchezza, mentre nel Sud risiede l’83,1% dell’umanità, con un reddito medio annuo pari a 15.800 dollari contro i 62.800 del Nord. A questo quadro si aggiungono le crisi climatiche e politiche, i conflitti e le reti sociali transnazionali, che accentuano ulteriormente tali disuguaglianze. 

Particolare allarme desta l’intensificarsi dei conflitti, che alimentano crisi e carestie: nel 2024, 673 milioni di persone soffrivano la fame e oltre 2,3 miliardi vivevano in condizioni di insicurezza alimentare. Questi contesti generano esodi forzati sempre più consistenti: si stimano 123,2 milioni di persone costrette a fuggire per persecuzioni, violenze o disastri ambientali, la maggior parte delle quali sfollate all’interno dei propri Paesi. Una categoria in crescita è inoltre quella degli sfollati climatici, che nel 2024 raggiunge quota 10 milioni.

L’Europa tra squilibri e frontiere sotto pressione

Nel 2024 gli attraversamenti irregolari verso l’UE sono stati 240.021, in calo del 37,1% rispetto al 2023. Le rotte più percorse restano quelle del Mediterraneo centrale ed orientale, mentre risultano in aumento i flussi diretti verso le isole Canarie e quelli lungo i confini orientali con Bielorussia e Russia. Sebbene nei primi mesi del 2025 si sia registrata un’ulteriore riduzione degli attraversamenti, tale diminuzione è soprattutto il risultato dell’inasprimento dei controlli e degli accordi di contenimento conclusi dall’Unione Europea.

L’UE, infatti, attraverso intese con Turchia, Egitto e Tunisia, delega il blocco delle partenze in cambio di sostegno economico, una strategia che comporta gravi rischi di violazioni dei diritti umani e del principio di non-refoulement. Parallelamente, nel 2024, resta elevato il numero di respingimenti illegali, tanto da richiedere l’intervento della Corte europea dei Diritti Umani, che nella sentenza A.R.E. c. Grecia ha riconosciuto il ricorso sistematico ai pushbacks nella regione dell’Evros.

Alla base persiste tuttavia un problema strutturale, spesso poco noto: la richiesta d’asilo, riservata a chi fugge da persecuzioni razziali, religiose o politiche, o da conflitti, può essere presentata solo una volta giunti sul territorio dell’Unione Europea. Poiché mancano vie legali e sicure di accesso, questo sistema finisce per incentivare il traffico di esseri umani e per rendere di fatto “irregolari” gli arrivi di persone che avrebbero pieno diritto alla protezione internazionale. Nel 2024 l’Unione Europea ha ricevuto 997.815 richieste di protezione internazionale, di cui 437.910 sono state concesse. Tuttavia, persistono forti squilibri che mettono in discussione l’equità del Sistema europeo comune di asilo (CEAS). Oltre il 75% delle domande, infatti, è concentrato in pochi Paesi: in Italia sono state presentate 158.605 richieste, mentre Paesi come Malta, Lituania, Slovacchia e Ungheria ne hanno registrate meno di 1.000 ciascuno. Anche i tassi di riconoscimento sono molto disomogenei: si va dal 95,7% dell’Estonia all’1,0% del Portogallo, con l’Italia al 35,9% e la Germania al 53,4%.

Nonostante l’adozione del nuovo Patto su migrazione e asilo (approvato nel 2024 e in attuazione entro giugno 2026), che prevede procedure accelerate di frontiera da completare ordinariamente entro 12 settimane, l’ampliamento del concetto di “Paese terzo sicuro” e la solidarietà flessibile tra Stati membri attraverso ricollocamenti opzionali o contributi finanziari, permangono criticità significative. In particolare, concentrando la responsabilità sui Paesi di primo ingresso, tra cui Italia, Grecia, Spagna e Cipro, il Patto rischia di accentuare le disparità tra Stati, con possibili conseguenze come detenzione sistematica nelle aree di frontiera, scarso accesso a procedure eque e individuali e aumento dei rimpatri.

Stranieri in Italia: crescita e ruolo demografico

Nel 2024 la presenza straniera in Italia ha continuato a crescere, raggiungendo 5.422.426 residenti, pari al 9,2% della popolazione totale. Nonostante la crisi demografica senza precedenti che l’Italia sta affrontando, le migrazioni continuano a svolgere un ruolo positivo: circa il 13,5% dei nati sono figli di genitori stranieri (poco meno di 50.000), mentre il 7,8% delle nascite riguarda coppie miste. Tuttavia, anche tra gli stranieri, si registra un calo delle nascite, in linea con la tendenza generale, mentre le acquisizioni di cittadinanza italiana restano elevate. La presenza di cittadini non comunitari titolari di permesso di soggiorno sale a 3.810.741, con un aumento di 203.581 unità rispetto al 2023. La maggioranza di essi risiede in Italia da più di 5 anni e possiede un permesso a tempo indeterminato (52,8%). Tra i permessi a tempo determinato (47,2%), i motivi principali sono: famiglia (37,0%), lavoro (27,4%) e protezione internazionale (26,9%).

Il fallimento dell’immigrazione per lavoro in Italia: le criticità del Decreto Flussi 

Il Decreto Flussi, principale strumento attraverso cui l’Italia regola l’ingresso dei lavoratori stranieri, si è rivelato negli ultimi anni profondamente inefficiente e incapace di rispondere sia ai bisogni del mercato del lavoro sia alle esigenze dei migranti-lavoratori coinvolti. Nel biennio 2023-2024, a fronte di 1.326.980 domande presentate, sono state effettivamente assegnate solo 247.597 quote, a conferma di un divario enorme tra richieste e ingressi reali.

Le cause di questa inefficacia sono molteplici. In primo luogo, il sistema del click day, che concentra in pochi minuti l’invio delle domande, si traduce in una sorta di lotteria digitale che penalizza imprese e lavoratori. A ciò si aggiungono i ritardi dei consolati nel rilascio dei visti, le lentezze amministrative sul territorio italiano e gli abusi di intermediari e aziende che presentano domande al solo scopo di lucro, senza poi stipulare alcun contratto. Per i lavoratori autorizzati all’ingresso ma impossibilitati a ottenere un permesso di soggiorno, l’unico strumento di tutela è il permesso per attesa occupazione, che tuttavia nel 2024 è stato rilasciato solo dal 33,6% delle questure.

Alla luce di questi elementi, risulta evidente come l’attuale meccanismo, invece di favorire l’immigrazione regolare, ne comprometta gravemente il funzionamento.

L’Italia e il diritto all’asilo: politiche sempre più restrittive

L’Italia occupa una posizione strategica, ma allo stesso tempo estremamente rischiosa, nelle dinamiche di accesso all’Europa. La rotta del Mediterraneo centrale continua infatti a essere la più letale: negli ultimi dieci anni si contano almeno 24.585 morti o dispersi, di cui 1.810 solo nel 2024. Nello stesso anno gli arrivi via mare sono stati 66.317, con un calo del 57,9% rispetto al 2023.

Il Memorandum Italia-Libia continua a sostenere la Guardia costiera libica, responsabile del respingimento di almeno 22.000 persone verso centri di detenzione caratterizzati da condizioni disumane, mentre il clima politico si è fatto sempre più ostile nei confronti delle navi umanitarie impegnate nelle operazioni di salvataggio.

Secondo Eurostat, nel 2024 l’Italia ha registrato 158.605 domande di asilo, tra cui 7.485 richieste reiterate, con un tasso di riconoscimento del 35,9%, ben al di sotto della media UE del 51,4%. A fine anno risultavano ancora 207.285 domande pendenti (erano 147.000 nel 2023): un dato che evidenzia non solo la crescente pressione sul sistema, ma soprattutto l’incapacità cronica dell’apparato amministrativo di garantire tempi di esame adeguati. Nonostante ciò, il percorso politico verso una maggiore esternalizzazione delle procedure è proseguito. Il 23 febbraio 2024 è entrata in vigore la legge di ratifica ed esecuzione del Protocollo Italia-Albania. Sebbene il suo obiettivo principale sia il trasferimento in Albania delle persone soccorse che chiedono asilo all’Italia, il Protocollo prevede — allo stato attuale — anche l’invio nei centri italiani in Albania dei migranti destinati all’espulsione o al respingimento, già trattenuti nei Cpr. Questa forma di detenzione amministrativa, inserita in un sistema già segnato da profonde criticità, rischia di acuirsi ulteriormente attraverso l’esternalizzazione verso un Paese terzo.

La spirale della vulnerabilità: povertà, esclusione e disuguaglianze strutturali nella vita degli stranieri in Italia

Nel 2024, secondo elaborazioni su dati Istat, il 37,5% degli stranieri residenti in Italia viveva in una condizione di rischio di povertà o esclusione sociale. Una percentuale che cresce ulteriormente se si considerano i minorenni, tra i quali la quota raggiunge il 43,6%. Il confronto con la popolazione italiana rende il divario ancora più evidente: tra i cittadini italiani, infatti, le stesse condizioni riguardano rispettivamente il 21,2% della popolazione complessiva e il 23,6% dei minori.

Nonostante l’Assegno di Inclusione sia stato concepito come strumento di sostegno economico e di accompagnamento all’inclusione sociale e lavorativa, nella pratica solo uno straniero su quattordici tra coloro che si trovano a rischio di povertà o esclusione sociale riesce ad accedervi. L’accesso ad altre misure di contrasto alla povertà risulta inoltre, spesso ostacolato da requisiti che, in diversi casi, si rivelano illegittimi o discriminatori.

Si delinea così una vera e propria spirale di vulnerabilità: redditi bassi e occupazioni instabili rendono difficile l’accesso sia al mercato dell’affitto sia a quello della proprietà immobiliare. A queste difficoltà strutturali si aggiungono pregiudizi e discriminazioni diffuse nel mercato abitativo, che spingono molti cittadini stranieri a vivere in alloggi inadeguati e a concentrarsi prevalentemente nelle periferie dei grandi centri urbani (35,1%) o nei comuni dell’hinterland (57,2%).  Eppure, un dato significativo viene spesso trascurato: secondo l’Istituto Scenari Immobiliari, in Italia esisterebbero circa un milione di potenziali acquirenti stranieri con condizioni economiche tali da poter sostenere un mutuo. Tuttavia, molti di loro non dispongono dei risparmi necessari per affrontare le spese iniziali o non riescono a soddisfare le rigide garanzie richieste dagli istituti bancari. Di conseguenza, la maggioranza degli stranieri vive in affitto (64,5%), una quota rilevante risiede presso il luogo di lavoro (7,8%), come nel caso di colf e badanti, mentre un ulteriore 6,8% vive in coabitazione con parenti o connazionali, spesso in condizioni di promiscuità e sovraffollamento.

Le difficoltà sociali si riflettono anche nel percorso educativo dei giovani stranieri. Nell’anno scolastico 2023/2024 risultavano iscritti 931.323 studenti di cittadinanza straniera, di cui 607.168 nati in Italia. Il tasso di dispersione scolastica tra questi studenti è però più che triplo rispetto a quello dei coetanei italiani: 26,9% contro il 9%. Tale divario produce effetti di lungo periodo, incidendo sulla prosecuzione degli studi. Non a caso, la presenza di studenti stranieri diminuisce progressivamente al crescere del grado scolastico, fino a rappresentare soltanto il 6,7% degli iscritti nell’anno accademico 2023/2024.

Queste dinamiche si traducono in un persistente svantaggio nel mercato del lavoro, che colpisce in modo particolare le donne straniere. Esse rappresentano solo il 41,5% degli stranieri occupati, ma salgono al 50,3% tra i disoccupati, con un tasso di disoccupazione quasi doppio rispetto a quello delle donne italiane (12,1% contro 6,8%). La mobilità sociale risulta fortemente limitata: solo il 9,1% degli stranieri svolge una professione qualificata, a fronte del 39,6% degli italiani, mentre oltre tre su cinque sono impiegati in mansioni non qualificate o operaie, spesso con contratti precari e maggiore esposizione al rischio di infortuni. Le retribuzioni medie annue risultano inoltre inferiori del 30,4% rispetto a quelle dei lavoratori italiani.

Eppure, nonostante siano spesso percepiti come un peso per il sistema, i cittadini stranieri contribuiscono in modo significativo allo sviluppo economico e sociale dell’Italia: attraverso l’avvio di attività autonome e con un contributo fiscale netto alle finanze pubbliche pari a 4,6 miliardi di euro nel 2023. Un apporto fondamentale, che continua a realizzarsi nonostante lo stigma, le disuguaglianze e gli ostacoli strutturali che ancora caratterizzano il loro percorso di integrazione.

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