minoranze nazionali

Consiglio d’Europa: il sesto parere sull'Italia nell'ambito della Convenzione Quadro per la Protezione delle Minoranze Nazionali

Questo articolo esamina l'attuazione della Convenzione Quadro per la Protezione delle Minoranze Nazionali in Italia attraverso le risultanze del Sesto Parere del Comitato Consultivo. Analizza il quadro giuridico e istituzionale, il sostegno finanziario, i meccanismi di uguaglianza, le politiche linguistiche per le minoranze e la protezione di Rom, Sinti e Caminanti, evidenziando le principali criticità individuate durante il sesto ciclo di monitoraggio.
Council of Europe's Advisory Committee on the Framework Convention for the Protection of National Minorities
© Council of Europe

Sommario

  • Introduzione
  • Quadro giuridico e ambito di applicazione
  • Uguaglianza e quadro antidiscriminatorio
  • Discorsi d'odio e dialogo interculturale
  • Istruzione nelle lingue minoritarie
  • Media e servizio pubblico radiotelevisivo
  • Partecipazione agli affari pubblici
  • Rom, Sinti e Caminanti
  • Conclusione

Introduzione

L'11 febbraio 2026, il Comitato Consultivo sulla Convenzione Quadro per la Protezione delle Minoranze Nazionali ha adottato il suo Sesto Parere sull'Italia (ACFC/OP/VI(2025)5). Il documento è stato pubblicato il 29 maggio 2026, unitamente alle osservazioni presentate dal Governo italiano, e segna il sesto ciclo di monitoraggio nell'ambito della Convenzione dalla ratifica dell'Italia nel 1997. Il documento si basa sul Quinto Parere del 2022, valutando gli sviluppi intervenuti dal precedente ciclo di monitoraggio e il grado di attuazione delle raccomandazioni precedenti.

La valutazione del Comitato si fonda su diverse fonti: il Sesto Rapporto statale dell'Italia (ricevuto il 14 marzo 2024), i contributi delle autorità pubbliche e della società civile, e una visita nel Paese svolta nell'aprile 2025 tra Alghero, Trieste, Udine e Roma. Il quadro che emerge è quello di un sistema giuridico relativamente sviluppato, la cui attuazione continua però a scontrarsi con notevoli ostacoli pratici. I finanziamenti restano incostanti, la capacità istituzionale è in alcuni casi limitata, la raccolta dei dati è lacunosa, e il divario tra le garanzie formali e l'attuazione concreta si manifesta ancora una volta nell'istruzione, nell'accesso ai media e nella partecipazione effettiva delle comunità minoritarie alla vita pubblica.

Il Parere si conclude con dieci raccomandazioni prioritarie, tra cui: un quadro legislativo nazionale per Rom, Sinti e Caminanti; un finanziamento stabile e di lungo periodo per le dodici minoranze linguistiche storiche; un organismo indipendente per l'uguaglianza rafforzato; la piena attuazione dell'istruzione nelle lingue minoritarie; e un sistema completo di raccolta dati sui crimini d'odio. Di seguito un'analisi più approfondita di ciò che il Sesto Parere afferma effettivamente, sezione per sezione, insieme alle risposte fornite dalle autorità italiane.

Quadro giuridico e ambito di applicazione

La protezione delle minoranze linguistiche storiche si fonda principalmente sull'articolo 6 della Costituzione italiana, che impone alla Repubblica di tutelare le minoranze linguistiche con apposite norme. Questa disposizione costituzionale è integrata dagli statuti speciali di autonomia del Friuli Venezia Giulia, del Trentino-Alto Adige/Südtirol e della Valle d'Aosta/Vallée d'Aoste, insieme a un più ampio corpus di legislazione nazionale e regionale sviluppato nel corso dei decenni.

Il pilastro del quadro normativo nazionale resta la Legge n. 482/1999, che riconosce dodici minoranze linguistiche storiche: albanese (arbëreshe), catalana, croata, franco-provenzale, francese, friulana, tedesca, greca, ladina, occitana, sarda e slovena. Nella pratica, la legge si applica attualmente a soli 1.033 dei 7.914 comuni italiani, in 14 delle 20 regioni: un ambito rimasto invariato per l'intero ciclo di monitoraggio.

Il coordinamento tra le regioni resta un punto dolente ricorrente. Sebbene la legge consenta alle minoranze disperse sul territorio di costituire organismi di coordinamento interregionale, in 25 anni ne è stato effettivamente creato uno solo: il Comitato Unitario delle Isole Linguistiche Storiche di Lingua Tedesca in Italia. Nulla di analogo esiste per le comunità arbëreshe, franco-provenzale o ladina, nonostante tale possibilità sia prevista dalla legge fin dal 1999.

Esiste inoltre una questione relativa alle lingue parlate in Italia che non ricevono tutela giuridica a livello nazionale, nonostante le numerose richieste dei loro parlanti. Lingue come l'emiliano, il ligure, il lombardo, il napoletano, il piemontese, il romagnolo, il siciliano e il veneto figurano come lingue a rischio nell'Atlante mondiale delle lingue dell'UNESCO, pur restando prive di riconoscimento nazionale. Esiste anche la situazione opposta: la comunità di Resia, attualmente inserita nell'ambito della minoranza slovena, ha formalmente richiesto un riconoscimento separato, portando la questione fino a tre Relatori Speciali delle Nazioni Unite nel dicembre 2022 (l'Italia ha risposto nell'aprile 2024). La posizione del Comitato, in tutto il documento, è che il punto di partenza debba essere l'autoidentificazione e non il riconoscimento formale, pur riconoscendo che gli Stati mantengono un margine di apprezzamento nell'applicazione di tale principio.

Una tendenza positiva evidenziata in questa sezione riguarda il numero di apolidi in Italia, sceso da circa 15.000 a circa 2.000 nel corso del ciclo di monitoraggio, un risultato che il Comitato attribuisce in parte alle modifiche normative in materia di cittadinanza e al sostegno delle autorità locali e della società civile. La sostenibilità finanziaria resta tuttavia una delle principali preoccupazioni individuate dal Comitato Consultivo. La Legge n. 482/1999 stanziava originariamente 9,5 milioni di euro all'anno nel 1999; nel 2025 tale cifra si era ridotta a 2.760.533 euro, a seguito di successivi tagli. Il Comitato osserva che i cicli di finanziamento annuali e le complesse procedure amministrative continuano a ostacolare la programmazione a lungo termine, penalizzando in modo sproporzionato le comunità minoritarie più piccole, che dipendono fortemente dal sostegno pubblico.

Uguaglianza e quadro antidiscriminatorio

Il sistema antidiscriminatorio italiano combina garanzie costituzionali con la legislazione di recepimento delle direttive europee in materia di uguaglianza. Nel loro insieme, queste disposizioni vietano la discriminazione nell'occupazione, nell'istruzione, nell'edilizia abitativa, nella protezione sociale e nell'accesso a beni e servizi, sulla base di motivi quali l'origine razziale o etnica, la religione, la disabilità, l'età e l'orientamento sessuale. Il diritto penale completa questo quadro sanzionando le condotte motivate da odio razziale, etnico o religioso.

L'architettura istituzionale a sostegno di queste garanzie giuridiche è incentrata sull'Ufficio Nazionale Antidiscriminazioni Razziali (UNAR), operante nell'ambito della Presidenza del Consiglio dei Ministri. L'UNAR coordina le politiche nazionali di uguaglianza, offre assistenza alle presunte vittime tramite il proprio contact center, promuove attività di ricerca e sensibilizzazione, e sovrintende all'attuazione della Strategia Nazionale per l'Uguaglianza, l'Inclusione e la Partecipazione di Rom e Sinti (2021–2030). Durante il sesto ciclo di monitoraggio, l'UNAR ha inoltre contribuito alla stesura del Piano Nazionale contro il Razzismo, la Xenofobia e l'Intolleranza, adottato nel 2025, che stabilisce le priorità in materia di occupazione, edilizia abitativa, istruzione, sanità, giustizia e media.

Il quadro sull'uguaglianza comprende anche diverse istituzioni specializzate. L'Osservatorio per la Sicurezza contro gli Atti Discriminatori (OSCAD) coordina la risposta delle forze dell'ordine ai crimini d'odio e sostiene le vittime di reati discriminatori, mentre l'Autorità per le Garanzie nelle Comunicazioni (AGCOM) vigila sul rispetto delle norme in materia di discorsi d'odio nei media audiovisivi e digitali. Un'ulteriore vigilanza è garantita dai difensori civici regionali e dal Coordinatore Nazionale per la Lotta contro l'Antisemitismo, responsabile dell'attuazione della Strategia Nazionale contro l'Antisemitismo (2025–2029).

Sebbene questo panorama istituzionale sia esteso, il Sesto Parere individua limiti riguardo ai poteri e all'indipendenza dell'organismo nazionale per l'uguaglianza. Poiché l'UNAR opera all'interno del potere esecutivo e non dispone di poteri investigativi o di azione legale, i suoi interventi si basano principalmente su raccomandazioni e dialogo istituzionale. Il Comitato Consultivo raccomanda pertanto di rafforzare l'indipendenza operativa, di ampliare il mandato giuridico e di garantire che sia dotato di risorse finanziarie e umane sufficienti per svolgere efficacemente le proprie funzioni.

Discorsi d'odio e dialogo interculturale

I dati disponibili indicano preoccupazioni persistenti riguardo ai crimini d'odio e alla discriminazione in Italia. Le forze dell'ordine hanno registrato 1.106 casi di crimini d'odio nel 2023: un lieve calo rispetto ai 1.202 del 2022, ma comunque ben al di sopra della media di circa 900 casi annui registrata tra il 2016 e il 2019. Il Comitato evidenzia inoltre notevoli carenze nella raccolta dei dati: non esistono cifre relative a procedimenti giudiziari o condanne per crimini d'odio dal 2018, lasciando un'importante lacuna nei dati disponibili sul processo penale. Il Contact Center dell'UNAR ha registrato 1.978 denunce di discriminazione nel 2023 (948 per motivi etnico-razziali, 313 per motivi religiosi o di credo), oltre due terzi delle quali avvenute online. L'Osservatorio della Fondazione CDEC ha registrato 454 episodi antisemiti nel 2023, quasi il doppio dei 241 registrati l'anno precedente.

Il Comitato è esplicito riguardo all'origine di parte di queste tensioni: critica apertamente le dichiarazioni discriminatorie di alcune figure politiche, tra cui un video del 2023 pubblicato dall'attuale Vice Presidente del Consiglio e Ministro delle Infrastrutture, nonché il dibattito politico intorno al Decreto Legge 80/25, che ha specificamente preso di mira le donne e le madri rom. Il Comitato invita le alte cariche istituzionali a condannare tale retorica "in modo tempestivo e inequivocabile", sottolineando che l'uso di un linguaggio discriminatorio e offensivo da parte dei politici finisce per indebolire lo Stato e le sue istituzioni.

Istruzione nelle lingue minoritarie

L'istruzione resta uno dei principali strumenti attraverso cui le minoranze linguistiche storiche preservano e trasmettono le proprie lingue di generazione in generazione. La Legge n. 482/1999 fornisce la base giuridica per l'insegnamento sia nelle sia delle lingue minoritarie riconosciute, nei comuni che rientrano nel suo ambito territoriale di applicazione. Tuttavia, la disponibilità concreta di questi programmi continua a variare notevolmente sul territorio nazionale.

I modelli educativi più completi si riscontrano nelle regioni e province autonome, dove l'autonomia costituzionale, una legislazione dedicata e finanziamenti stabili hanno consentito lo sviluppo di politiche linguistiche più strutturate. Nelle regioni ordinarie, al contrario, l'istruzione nelle lingue minoritarie dipende in larga misura da progetti temporanei sostenuti da schemi di finanziamento annuali, con conseguente disomogeneità della copertura territoriale e scarsa continuità.

Le nuove Indicazioni Nazionali per la scuola dell'infanzia e il primo ciclo d'istruzione (Decreto Ministeriale n. 221 del 9 dicembre 2025, in vigore dall'anno scolastico 2026/2027) fanno esplicito riferimento al plurilinguismo come valore, e le stesse osservazioni del governo italiano confermano che i riferimenti alle lingue minoritarie sono stati inseriti nella bozza delle Indicazioni solo dopo la consultazione con il CONFEMILI, il comitato federativo che rappresenta le minoranze linguistiche.

Media e servizio pubblico radiotelevisivo

Il contratto di servizio RAI 2023–2028 stabilisce impegni di programmazione, ma le ore effettive risultano piuttosto contenute: 208 ore di TV e 4.417 ore di radio in sloveno, 78 ore di TV in francese, 40 ore di TV e 120 di radio in friulano, 33 ore di TV in sardo e 33 ore di TV in arbëreshe (introdotte in Calabria solo a partire da maggio 2024). Il Comitato Consultivo rileva che gli accordi su cui si basano queste intese sono stati rinnovati nell'ottobre 2023 senza alcuna significativa estensione del loro ambito.

Al tempo stesso, la questione dei media nelle lingue minoritarie non può più essere esaminata soltanto attraverso la lente della radiotelevisione tradizionale. La trasmissione e l'uso delle lingue minoritarie avvengono sempre più spesso attraverso canali digitali, in particolare tra le generazioni più giovani. Servizi di streaming, podcast, piattaforme di social media e media online sono diventati spazi importanti per l'espressione linguistica e la trasmissione culturale. Per questo motivo, le future politiche linguistiche dovranno probabilmente prestare maggiore attenzione alla dimensione digitale della protezione delle minoranze. Garantire la presenza delle lingue minoritarie negli ambienti online potrebbe rivelarsi importante quanto mantenerne la visibilità nel servizio pubblico radiotelevisivo.

Partecipazione agli affari pubblici

La partecipazione effettiva ai processi decisionali costituisce uno dei principi cardine della Convenzione Quadro. L'Italia ha istituito una serie di meccanismi di consultazione che coinvolgono le minoranze linguistiche storiche a livello nazionale, regionale e locale, offrendo opportunità di dialogo tra le autorità pubbliche e i rappresentanti delle minoranze.

Il Comitato Tecnico responsabile dell'assegnazione dei fondi della Legge 482/99 è stato istituito con decreto ministeriale nel marzo 2000, e la sua composizione continua a essere fortemente sbilanciata verso rappresentanti governativi e comunali, piuttosto che verso le organizzazioni delle minoranze stesse. I rappresentanti della minoranza slovena hanno segnalato al Comitato che l'articolo 26 della Legge 38/01, il quale impone che le leggi elettorali agevolino la loro rappresentanza in Parlamento, non è mai stato attuato: il loro unico seggio al Senato esiste attualmente solo grazie a un accordo politico ad hoc tra due partiti, e non in virtù di alcuna garanzia strutturale.

Rom, Sinti e Caminanti

Le condizioni abitative restano una delle questioni centrali affrontate dal Comitato Consultivo in relazione alle comunità Rom, Sinti e Caminanti. Circa 13.100 persone Rom e Sinte vivevano in insediamenti formali o informali nel 2024, con un calo del 53% rispetto al 2016. Il Comitato, tuttavia, evita di interpretare questo dato come un successo inequivocabile: le ONG segnalano che le famiglie trasferite in edilizia sociale incontrano spesso episodi di discriminazione da parte dei vicini e perdono l'accesso alle reti di sostegno comunitario, e un reclamo collettivo presentato nel 2025 dinanzi al Comitato Europeo dei Diritti Sociali riguarda lo sgombero di circa 550 Rom dall'insediamento di Via Carrafiello, a Giugliano, senza un'adeguata sistemazione alternativa.

Sul fronte dell'istruzione, il Progetto Nazionale per l'Inclusione e l'Integrazione degli alunni Rom, Sinti e Caminanti, ora sostenuto con 40 milioni di euro per il periodo 2024–2026 in oltre 30 comuni, mostra dati di frequenza autenticamente incoraggianti: 58% alla scuola primaria e 38% alla scuola secondaria dopo un anno di partecipazione, con un incremento fino al 75% per gli alunni coinvolti da oltre cinque anni. L'occupazione resta invece il punto debole: il progetto ACCEDER-E ha formato 218 partecipanti e ne ha inseriti 72 in tirocini nel biennio 2022–2023, ma le ONG descrivono la partecipazione al mercato del lavoro di Rom e Sinti, in particolare delle donne, come ancora precaria.

Conclusione

Il Sesto Parere suggerisce che l'Italia abbia ormai, sostanzialmente, completato la costruzione del proprio sistema di protezione delle minoranze, almeno sulla carta. Le osservazioni del Comitato Consultivo non riguardano più il mancato riconoscimento giuridico; riguardano qualcosa che appare più difficile da risolvere: se il meccanismo istituzionale funzioni davvero nella pratica, se i finanziamenti reggano anno dopo anno, e se le istituzioni riescano a tradurre le garanzie formali in qualcosa che le persone vivono concretamente.

Il quadro normativo italiano resta tra i più sviluppati d'Europa, ma il fatto che le stesse raccomandazioni continuino a riproporsi, ciclo di monitoraggio dopo ciclo di monitoraggio, racconta un'altra storia: l'attuazione semplicemente non ha tenuto il passo della legislazione. I finanziamenti restano imprevedibili, la protezione varia sensibilmente a seconda della regione in cui si trova a vivere un determinato gruppo minoritario, e le istituzioni spesso lavorano in isolamento anziché in coordinamento tra loro. Tutto questo continua a erodere ciò che i diritti delle minoranze rappresentano concretamente nella pratica.

Il problema dell'Italia non è più una carenza di leggi. È una carenza di attuazione amministrativa, di coordinamento tra le istituzioni già esistenti e, forse soprattutto, di volontà politica sostenuta nel continuare a dare priorità alla questione una volta concluso il lavoro legislativo. Se il prossimo ciclo di monitoraggio si presenterà diverso dipenderà molto probabilmente dalla disponibilità delle autorità italiane a finanziare e coordinare finalmente in modo adeguato le strutture che ha già costruito.

Annuario

2026

Collegamenti

Strumenti internazionali

Parole chiave

minoranze nazionali Consiglio d'Europa Italia monitoraggio